UNCODE DUELLO
tre
wallace 120
5 tracks
23'
2009
CD/ 10"
mp3 : le stesse cose che ho fatto
Blow Up
Massimiliano Busti
Parte con un’invettiva: “…sono così convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte e
io per due volte potessi rinascere, rivivrei per rifare esattamente le stesse cose che ho fatto…”. Parole di Vanzetti al
processo in cui sarà condannato a morte. In sottofondo non più la musica di Joan Baez ma il suono di una spaventosa
macchina sonora che agonizza, sputando olio, catrame, liquido amniotico, sperma. Qualcosa di simile a Ghost Rider dei
Suicide remixato dai Fuck Buttons e suonato in reverse. In Artaudelettrico la voce del genio folle rimbalza fra quattro
mura di suono impenetrabile, sfregiando il nero deposto sulle pareti dalle scorie degli strumenti in saturazione, poi
Sono la Nostra Storia chiude uno dei trittici più memorabili scritti da gruppo italiano con un rito magico in cui sembra
di ascoltare i Masters Musicians of Jajouka improvvisare assieme ad un gruppo post punk in delirio da trance ipnotica.
In “TRE” Iriondo e Cantù tornano ad essere soli, semplice duo che si occupa di assemblare tutti gli ingranaggi che
compongono queste strutture sonore dotate di straordinaria forza, dalle parti ritmiche ai fiati, dalle chitarre alle voci,
dagli strumenti autocostruiti ai nastri che scandiscono la narrazione sonora giocando con citazioni e messaggi
subliminali, come accade nel poetico finale di Train is the Place. È un ritorno all’essenzialità, una volontà di mettersi a
nudo, scarnificare il corpo per rigenerare nervi e scheletro. Del resto, quando si possiede la forza delle idee basta poco
per lasciare il segno: poco più di venti minuti di musica che, una volta tanto, ha davvero un significato.
Il Mucchio Selvaggio
Francesca Ognibene
Il terzo disco del duello musicale che ormai ci siamo abituati ad accogliere a braccia aperte nella persona dell’illustre
Paolo Cantù e del celeberrimo Xabier Iriondo è sempre una rivelazione. Quando ci si approccia a dei suoni che
sembrano difficili all’ascolto, spesso ci si interroga se valga la pena contenerli su di un disco o se debbano rimanere
nell’ottica live, accostati ed equiparati alla musica improvvisata. Quando però hai la musica che ti pulsa da qualsiasi
interstizio del corpo, come questi due signori, puoi anche registrare i dischi, tanti dischi, e suoneranno bene quanto i
live. Ascoltare gli Uncode Duello anche questa volta è un’esperienza sonora, perché ci si fa trasportare dal loro viaggio,
dalla loro comunicazione che arriva chiara ed efficace. Dopo la parentesi con gli ospiti - per il secondo album - che si
sono aggiunti al loro linguaggio, per “Tre”, la formazione è tornata alla storia iniziata con “Ex Aequo”, un rapporto
quasi simbiotico, quasi studiato: in effetti i due musicisti sembrano fatti degli stessi ingredienti, o meglio sembrano
cercare lo stesso suono. “Le stesse cose che ho fatto” con cui titolano il brano iniziale sembra dedicata al loro
percorso. Le note di copertina, ritagliate e storte, raccontano la loro versione della storia che non va bene con i tasselli
al posto e il due dopo l’uno: bisogna guardare/ascoltare bene e anche leggere le note e ascoltare la natura piena di
umana sarà più facile. Un disco che merita almeno tre ascolti di seguito.
Music on Tnt
Loris Gualdi
“Tre” come tre gli album prodotti dagli Uncode Duello, che dopo “Ex aequo” arrivano sui lo-fi dei fan con un elegante
confezione cartonata, in cui la scarna ma funzionale grafica, ne definisce sin da subito la graffiante e tagliente linearità
compositiva. L’album offre ciò che ci si aspetta, senza sorprendere, ma confermandosi come una felice realtà musicale,
fatta di suoni e strumentazioni diversificate e non propriamente legate all’easy listening, pur mantenendo un armonia
e una timbrica piacevole ad orecchie preparate al peggio. Ne è di esempio la traccia A2 “Artaudelettrico” in cui sampler
francofoni si mescolano a un sound seventies di buon impatto, senza tradire l’ecletticità intrinseca al combo Cantù-
Iriodo, nel tentativo di svilire la composizione artistica, sviluppata attorno ad uno spaccato di altronica. Maggiormente
tirato sembra essere A3 “Sono la nostra storia”, ciclica e ipnotica armonia orientaleggiante, approfondita attraverso
curiosi e a-ritimici cambi di direzione improvvisa, che ci disorientano “Come in Strato di nebbia”, cuneiforme
composizione manifatturiera, viva e vitale, nutrita di quelle centinaia di stimolazioni che la vita moderna offre ai nostri
neuroni affaticati. Se l’opera A ci fonde e confonde, la suite B, raccolta in un unica traccia (“Train is the place”), muove
l’attenzione verso sonorità più posate e camaleontiche, che scaturiscono come di consueto dalle sapienti e poliedriche
mani di Xabier, deus ex machina dell’arte sonora. Il B side nasconde un ruolo defatigante rispetto a quello speculare,
conseguendo passaggi oscuri e routinari, gradevoli nella loro parafrasi della realtà contemporanea. Un disco che, per
certi versi, fa fede al nome della band, attraverso suoni non classificabili con facilità; una sorta di racconto post
moderno incentrato su aspetti particolari del nostro vissuto, senza utilizzare dispersione artistica né facili controlli.
Kathodik
Vittorio Lannutti
E così Paolo Cantù e Xabier Iriondo sono giunti al terzo lavoro con la sigla Uncode Duello. A differenza degli altri due
dischi, questa volta il duo non ha voluto contributi esterni, ma ha preferito lavorare in solitaria, riavvolgendosi su sé
stesso. “Tre” esce sia in vinile che in cd, dunque è diviso in due parti, la prima costituita da quattro brani e la seconda
da un’unica traccia lunga quasi dieci minuti. Come sempre i due artisti utilizzano molti strumenti, dalla batteria, al
clarinetto, dalle chitarre al piffero, dal violino all’elettronica. Nella prima parte di questo lavoro è proprio l’elettronica
l’elemento caratterizzante, che si coniuga molto bene con il noise, giungendo ad un industrial noise, spesso
martellante ed eccessivo. In questa prima parte il brano più intrigante è Come in uno stato di nebbia con riverberi
noises molto assortiti e con l’organo mahai metak che chiude il brano, dandogli una veste mistica. Il brano della
seconda parte, invece, Train is the place è sperimentale e molto variegato, con ambientazioni mediorientali e suoni
rarefatti e lenti, con vari strumenti che si sovrappongono, mentre una chitarra dal sapore mediterraneo entra in primo
piano e con il ritmo che tende ad accelerare, crescendo di intensità. Come sempre questo duo produce suoni
interessanti, innovativi ed intriganti.
Nerds Attack
Emanuele Tama
Due anni dopo i disturbi sensoriali di ‘Ex Æquo’. Paolo Cantù e Xabier Iriondo scarnificano la propria idea di musica. Di
primordialità. Con un album magnifico per intensità e intelligenza. Gli Uncode Duello toccano l’apice artistico. Una
prima parte elettrica. Irrequieta. Tesissima. Sferzante. Che disloca inquietudini e picchi d’alta classe (’Artaudelettrico’)
con minutaggi aguzzi filtrati e bastardi. Nell’ideale seconda parte trova spazio una sola composizione. Una sola lunga
suite che alla tensione ad alto voltaggio, alterna vibranti e virulenti inserti acustici. Poco meno di mezz’ora. Poco meno
dalla perfezione.
Extra Music
Giuseppe Celano
La moltitudine di progetti di Xabier Iriondo e Paolo Cantù si riuniscono sotto l’ala di questa macchina infernale
conosciuta come Uncode Duello. Già autori di un disco spigoloso, “Ex Aequo”, i nostri tornano con “Tre”, un Ep
pesante, sporco e volutamente lo-fi, “Le Stesse Cose Che Ho Fatto”. I due eliminano ogni orpello, estirpano totalmente
la melodia, mirando al nocciolo della musica. Le trame si assottigliano e allo stesso tempo vengono irrobustite dalla
distorsione sozza e violenta, applicata a tutto ciò che, nel disco, viene suonato. “Come La Nostra Storia” vive di
rumore, sostenuto da un organo ieratico e noise di fondo che sembra perfetto come tortura cerebrale. È rock nella sua
essenza più pura, viscerale, spartano nella tecnica e capace di squarciare la pelle come un coltello male affilato. In
chiusura una lunga suite acustica di dieci minuti, fatta di feedback dissonanti e suoni gravi, rallentamenti e ripartenze.
La sezione ritmica si sgancia dal tempo, inteso in senso classico, piazzandosi su una pulsazione, apparentemente fuori
tempo. “Train Is The Place” lascia che la mente riempia, correndo dietro alle note mancanti, lo spazio, affannandosi a
colmare questa sensazione di vuoto cosmico. Grande lavoro di ricerca e improvvisazione.
SentireAscoltare
Stefano Pifferi
Stavolta siamo proprio all’essenza ultima del duello. Xabier Iriondo e Paolo Cantù sono soli, l’uno di fronte all’altro,
lame sguainate ad affronarsi. Lo scontro è senza esclusione di colpi. Breve, intenso e all’ultimo sangue, come nella
migliore tradizione cavalleresca. Il duo si mette in gioco in toto, passione per le musiche rumorose e propensione free:
due uomini e un’anima divisa in due, aderente ai due lati del 10” Tre (anche in splendida versione cd cartonato): il
primo, quello primitivo, aggressivo, rumoroso viaggia sul noise espressivo (Le Stesse Cose Che Ho Fatto), tutto spigoli
e curve a gomito, sfaccettato come un caleidoscopio rotto e sull’orlo della distorsione (Sono La Nostra Storia); il
secondo frammenta l’animo a colpi di impro, elettrico ed acustico scavano l’uno nelle vene dell’altro mentre voci
trovate rendono il tutto sfuggente ed ectoplasmico (Train Is The Place). Uncode Duello dimostra ancora una volta non
solo di saper camminare nelle impervie vie dell’impro-rock più deforme e rumoroso, ma anche di indicare il cammino a
chi voglia seguirli.
Audiodrome
Giampoaolo Cristofaro
Esplicativo e diretto…… il titolo del nuovo ep di casa Uncode Duello, distribuito in cd e 10” più cd (entrambi cartonati).
In questo caso la faccenda è ad esclusiva direzione del nucleo storico della band, Paolo Cantù e Xabier Iriondo.
Essenziale ma assolutamente a fuoco e carico di fervida passione, Tre è segno di vitalità chiaro e appassionante. Gioco
a due, ma quanta maestria nel dosaggio di chitarre, fiati, organo, strumenti auto costruiti, nastri mixati e tanta aspra e
urticante sostanza. Prima parte costituita da squarci elettronici, le parole di Vanzetti come monito ed elemento
trattato, stirato e dispiegato tra ammiccamenti Suicide e note violente come parti di un ingranaggio mortale che
fagocita ogni cosa, senza restituire nulla su cui piangere. Anche se, dalla nebbia più densa e plumbea, emerge e si fa
strada il poetico finale acustico/westernato di “Train Is The Place” che più d’atmosfera non si può. Stralci di pesa realtà
e abrasiva musicalità. Di sostanza si riferiva poco su. Quella e l’infinita classe del duo Cantù e Iriondo.
Rumore
Daniele Ferriero
E poi, l’Italia che lavora, quella tra il giornale, il weekend e Io vagabondo. A questa, piace anteporre Uncode Duello, il
feedback puro, la perdita di controllo all’interno dell’ordine auto-costruito. Mai come oggi Tre è questione di
conciliazione di opposti, scatto rock’n’roll preso e trasfigurato all’interno di un struttura a strettissima tenuta.
Immaginate se gli Starfuckers, prima di diventare Sinistri, avessero puntato a decostruire la distorsione in sé più che
la forma/impalcatura delle proprie musiche. Se Pan Sonic e Alan Vega avessero voluto, o potuto, fare un disco postgarage,
scarnificato e teso. Davvero, un’altra Italia, quella irridenta, inquieta, in perenne sfida con il proprio limite e
canone; alla scoperta di un suono diverso, una politica, una particella elementare rumorista.
Sodapop
Andrea Ferraris
Iriondo e Cantù sempre più coinvolti in un ritorno alle origini, o meglio, diciamo che il "bat duo" ha seguito un percorso
piuttosto molto "naturale", infatti se si può dire che i primi Uncode Duello potevano rappresentare un dopo A Short
Apnea più morbido e più rock, con il secondo disco quest'ultima componente prendeva sempre più piede, ma ora è più
che mai conclamata. Nel complesso credo che questo ep di circa venti minuti per cinque tracce rappresenti il meglio
fino ad ora sfornato dal gruppo, certo alcune tracce d'impatto c'erano anche prima e si trattava di lavori di tutto
rispetto, ma questo lungo mini lp suona bene sia preso nei singoli episodi che nel complesso. Produzione splendida e
suoni extra strong o molto particolari cosicché tutto spinge a dovere quando serve oppure spiazza fra giochetti fatti
durante il mix o filtri infilati qua e là con molto mestiere. A tratti mi è sembrato che gli Uncode si fossero
ArabOnRadar-izzati ma resta che fra campioni vocali, strumenti a fiato, filtri elettronici come parallelo non avrebbe
molto senso ma a tratti l sensazione c'è. Per altro l'episodio di chiusura è affidato ad un lunghissima traccia elettroacustica
che a qualcuno potrebbe portare alla mente dei Jackie-O Motherfucker in combutta con un Alexander Tucker
solo più seventies. Gran bel disco e di facile ascolto, forse anche in virtù della durata ed a ciò va aggiunta una grafica
splendida in cartoncino super lusso. Un ritorno al rock senza per questo andare sul banale o senza comunque voltare le
spalle ad un percorso che visto dalla terza tappa del viaggio sembra ancora molto coerente.
Musicboom
Luca Barachetti
Tre come terzo disco, ma anche rappresentazione numerica del progetto formato da Paolo Cantù, Xabier Iriondo e dal
duello (senza codici) delle rispettive concezioni ed esperienze musicali, di nuovo in autarchia dopo la parentesi
condivisa con altri musicisti di “Ex Aequo”. Cinque invece le tracce, dense come non mai, rabbiose di elettricità
magmatica (l'Harverstman saturnale di Le stesse cose che ho fatto, con un recording vocale di Vanzetti) o martellanti
come un grumo acido che si incastra nelle ossa (Artaud elettrico, con furioso recording questa volta dell'autore
francese), ma anche capaci di post-punk autistici che imbrigliano a fatica strepiti popolari di clarino (Sono la nostra
storia) o ancora splendide nel variare storpiature blues su rifrazioni misticheggianti, rumorismi cinematici e sfuocati
landscapes acustici in deriva trance (il Ben Chasny devastato di Train is the place, brano definitivo del progetto).
Uncode Duello è una delle entità fondamentali della scena avant nostrana. La coppia Cantù-Iriondo brucia della propria
musica, con piglio instancabile e instancabilmente libero. Ad avercene come loro, lunga vita.
LaScena
Ruggero Trast
La poetica, la politica, il polittico del duello che si fa trino. Uncode Duello è giunto alla resa dei conti e il pallottoliere
vibra come sottoposto alla scossa di un terremoto a scelta tra quelli proposti dal centro della terra. E’ vero, è tutto
vero quello che le note accennano per introdurre il disco. Il succo è: quattro brani di cappa e clava, rock sporco ed
elettrico, fuso nella fornace con le parole del genio e dell’imputato, colpi tosse che escono da coni spalmati di catrame
e filtrati da una graticola infernale. Più una lunga suite elettroacustica che raccoglie l’ambiente che è la pasta delle
partenze e degli arrivi, la sfoglia dei biglietti, obliteratrice di ogni passo che precede la frenata sul binario.
Uncode Duello non conosce la regola delle buone maniere e ti spinge la testa nel secchio con una mano, mentre con
l’altra porta alla bocca la sigaretta, solo per farti capire come ci si comporta in mancanza di codici. E’ una tortura
sublime. Un gesto ripetuto che mantiene l’equilibrio, quello che Xabier Iriondo e Paolo Cantù – finalmente soli,
verrebbe da dire – mettono sotto gli occhi di chi guarda e nelle orecchie di chi ascolta. “Tre” è il disco della verità vera,
del corpo svestito e delle urla in faccia. Mi capita di pensare a questa frase: “Ti sei mai chiesto quante cose abbiamo
perso sulla strada per quello che siamo oggi? Io no. Ma ho comunque una buona risposta”. La summa del pensiero di
un binomio collaudato, in 23 minuti scarsi di narrazione sonica. Tutto il resto è pelo superfluo.
Il Tirreno
Guido Siliotto
l ritorno degli Uncode Duello è all'insegna dell'essenzialità. Sono solo in due, stavolta, Xabier Iriondo e Paolo Cantù,
alle prese con gli strumenti martoriati che caratterizzano il suono di questa ennesima sfida. E in due parti si divide
questo ep (pubblicato anche in vinile), solo ventitré minuti di musica, esigua durata che però basta per decretare la
grandezza di questo nuovo lavoro. Nella prima parte domina una visione radicale, seguendo un'ottica che porta a
considerare l'urgenza primordiale come una sorta di legge non scritta da seguire ad ogni costo. Per veicolare il
messaggio, occorrono le parole di chi, in punto di morte, celebra l'irrinunciabile libertà (l'appassionata arringa
dell'anarchico Vanzetti qui riprodotta ne “Le stesse cose che ho fatto”) e le parole di un poeta folle e geniale come
Antonin Artaud (“Artaudelettrico”). La musica è di suoni portati all'eccesso, percussioni claustrofobiche, grumi elettrici
e cupe distorsioni. La seconda parte del disco è invece il luogo per “Train Is The Place”, affascinante suite
elettroacustica. gnini