?ALOS - XABIER IRIODO

Tarzan Records - Bar la Muerte
3 tracks
2011
7" vinyl

mp3 : La Tempesta

 

RUMORE
Vittore Baroni

C'La vocalist di OvO e Allun Stefania Pedretti (alias ?alos) incontra l'eclettico Xabier Iriondo (Afterhours, Noguru, etc) in tre brevi brani col fascino e l'urgenza di tracce direttamente improvvisate in studio da artisti con tutte le carte in regola per destreggiarsi in simili frangenti. Ululati licantropici e singulti acustici weird-folk al "monocordo" e al banjolino (ibrido di banjo e mandolino) nel primo lato; elettriche scariche di melobar (una chitarra lap steel modificata) accompagnate da salmodianti malefici sul retro, per un singolo fulminante e "metereopatico".

COMUNICAZIONE INTERNA
Alessandro MASTROCOLA

A chi pensava che la strada creativa legata alla ricerca sonora dell’artista Xabier IRIONDO, fosse stata smarrita, o quantomeno in parte accantonata, lasciandosi alle spalle progetti sperimentali e collaborazioni tra le più interessanti che il panorama musicale non solo Italiano abbia prodotte negli ultimi anni, tra le quali A SHORT APNEA con Fabio MAGISTRALI E Paolo Cantù, o il gruppo SIX MINUTE WAR MADNESS, il duo POLVERE con Mattia COLETTI, UNCODE DUELLO sempre con Paolo Cantù, preferendo una visibilità, legata a percorsi di matrice più rock, su tracce degli esordi, sancendo il ritorno dal vivo con Afterhours, o sposare le cause degli amici Karma o No Guru nuovo percorso di parte di alcuni elementi ex ritmo tribale, ebbene deve ricredersi ascoltando queste tracce dal contenuto estemporaneo e di ottima vena ispirata nell’improvvisazione, dove si cimenta in un’incontro dal risultato naturale e molto interessante con l’espressione vocale di Stefania PEDRETTI in arte ?ALOS protagonista con Bruno DORELLA del percorso OvO, o fondatrice del progetto ALLUN risalente all’esordio nel 1999.
Dopo performance dal vivo ecco la registrazione di tre tracce, che prende forma materiale su un 7” marcato Bar la muerte e Tarzan Records, di durata come può far intendere il formato breve ma intensamente chiara nel risultato, basti ascoltare “The Clouds” dove l’intesa manipolazione di strumenti a corde e cassa armonica di originale costruzione dall’inequivocabile personalità di uso dello stesso IRIONDO fa da tappeto e sfondo ad una ?Alos alle prese nell’espressione di quella che potrebbe essere una filastrocca inquiete, di vero effetto.
“The Rain” con inizio richiamante genere classico da camera sperimentale incentrato su rumoristica e dal turbinio acustico tra grida e sussurrato.
L’atmosfera si fa delirante in “the storm” esplosivamente elettrica e distorta chiude un racconto valido senza mezze misure perfetta nella durata, per uno spaccato visionario legato ad hoc ad una realtà attuale in bilico su condizioni di vita quotidiane spesso esasperate da una frenesia inconcludente.

SHIVER WEBZINE
Beatrice Pagni

Metti una sera al Cabaret Voltaire. Sì, proprio quello di Zurigo, fondata da quel matto di Hugo Ball con un gruppo di artisti tedeschi, matti anche loro. Al Cabaret si tenevano mostre d’arte russa e francese, danze, letture poetiche, esecuzioni di musiche africane. Spettacoli provocatori e dissacranti che si trasformavano in autentici “eventi” culturali. Il non-sense, che la faceva da padrone,  secondo Tzara, Arp, Huelsenbeck e i loro amici francesi, tedeschi e americani, è l’unica riposta possibile alla follia collettiva. 
Ecco, immaginiamo oggi il Cabaret Voltaire: un pandemonio generale, urla, risate, qualche bicchiere rotto, i gesti sconnessi dei presenti e sul palco troviamo un duo. Stranissimo, intrigante. Lei è  Stefania Pedretti in arte ?ALOS protagonista con Bruno Dorella del percorso OvO, e fondatrice del progetto ALLUN e lui Xabier Iriondo, l’acido chitarrista degli Afterhours nonché manipolatore sonoro di progetti come Uncode Duello, A Short Apnea e NoGuRu. Un duo che esplode: ?Alos canta, declama, urla e si dimena, Iriondo si destreggia con un banjo impestato e chitarrone lap steel e poi percussioni tribali, suoni ipnotici, ululati bestiali, cigolii antichi.
Uno spettacolo tetro e viscerale, dove la paura di una sonorità sconosciuta si compensa con una sensazione di assoluta e primitiva libertà. Con ?Alos e Iriondo si può tutto: sono avanguardisti in un certo senso, esibiscono un’arte caotica e brutale che al primo ascolto spaventa (forse anche al secondo!) ma che riesce a creare un filo diretto con l’ascoltatore, uno schiaffo di sonorità cadenzate, lente e sinistre. Dicevamo il Cabaret Voltaire: l’esibizione sarà breve, repentina, tre tracce, un climax ascendente che parte da un cielo plumbeo e si trasforma in tempesta devastante. Sono solo otto minuti, un vecchio 45 giri (o un 7’’ come lo chiamerebbero gli amanti) e il rito si è compiuto.
La fattucchiera ?Alos sembra quasi raccontarci una filastrocca dell’orrore, posseduta dalla forza primigenia del caos (“The Clouds”); sussurra e grida come la migliore Nina Hagen avrebbe fatto. A seguire un dramma soffiato (“The Rain”) in cui le percussioni si fanno ancora più primordiali; qualcuno bussa violentemente alla porta e ad aprirla troviamo un Iriondo nel ruolo di marcio scorticatore di corde. Sono due poesie rauche, rotte, i suoni si fanno spezzati, le porte iniziano a sbattere. È il preludio alla tempesta (“The Storm”, il brano finale): l’elettricità non ci darà scampo, una vecchia farneticante sembra cacciar fuori rospi da una gola che brucia, e le mani di Iriondo divengono artigli ferrati su una chitarra vibrante e distorta.
Il Cabaret Voltaire è stato messo a soqquadro e il pubblico, in preda al delirio, trova la forza di alzarsi e rinascere dopo un temporale sonoro mai così violento. Si intravede fra gli spettatori un emozionato Blixa Bargeld che forse vorrebbe prendere con sé questi due matti e tornare a suonare tubi e lamiere. Avanguardia, anarchia e sperimentazione si sono qui ritrovate, un po’ di gusto dada a condire il tutto e ne esce un disco che è una pittura rupestre, piccola, arrabbiatissima. Siete stati avvertiti: attenti agli sciamani quando fuori imperversa la bufera!

MUSIC ON TNT
Loris Gualdi


In questi dodici anni da articolista raramente sono giunti in redazione cari vecchi vinili, l'esiguo numero potrebbe racchiudersi in poche decine di unità. I cosiddetti 7”, quelli che fino a 15 anni addietro tendevamo a chiamare 45 giri, oggi sono perlopiù oggetti di culto realizzati per il piacere di rimanere ancorati all'old style e soprattutto per coloro i quali amano ancora visceralmente il tocco genuino della puntina sul disco. I solchi neri sono “roba che ti fa sentire vecchio”, come dicono la maggior parte degli adolescenti di oggi, ignara di cosa sia davvero un disco, con il suo colore, il suo odore e i suoi particolari che, nell'era digitale, sembrano finire in un oblio imbarazzante ed al contempo triste. Per noi ragazzi degli anni '70, con tatuato sulla pelle la chiave di violino, questo formato impolverato rimarrà per sempre il vero piacere acustico.Oggi come allora, fortunatamente c'è chi sta riscoprendo questo supporto, sia grazie al sapore vintage-modaiolo, ma soprattutto grazie a coloro che credono ancora in questo mezzo comunicativo come Bar la muerte e la Tarzan Records, che offrono al proprio popolo di nicchia un prodotto raro nel mercato mainstream. Il sette pollici in questione rappresenta una suggestiva instant composing, libera da ogni dettaglio occlusivo, in cui la licenza compositiva racconta in tre tracce trasversali l'arrivo della tempesta sonora, parzialmente mitigata dalla frescura piovana e dall'accalcarsi di nuvole dipinte in partiture free. Un insieme di (non) note che forniscono nutrimento a coloro i quali riconoscono tra mille l'odore acre delle cicatrici della Signorina ?Alos e il giallo Metak di Xabier Iriondo. La strana coppia offre infatti un esortazione musicale alla libertà più assoluta, racchiusa in una cover art che di certo non lascia indifferenti. La work art, semplice cobranding targato Stefania Pedretti e Valentina Chiappini ricalca infatti da un lato l'inquietudine espositiva (ottimo parallelismo musicale) e dall’altro una proto infantilità grafico-pittorica, che ricorda le prime opere degli Ovo, nascondendo però una sensazione di caos controllato, semplice ed efficace effluvio grafico delirante.Il turbinio di chine apre all'ipnotica e agitante The clouds, capace sin dalle prime note di rendere merito al proprio mondo cupo e orroristico, catapultando l'ascoltatore in un gioco nereggiante, fatto di rumorismo distorto come la realtà che vuole raccontare. Gli spasmi sonori disturbano come l'agitazione disorganica di un film nero. Manca la violenza esplicita, ma la paura di ciò che è in arrivo folgora senza mezzi termini. Le corde vocali vomitano l'impossibilità di equilibrio che si spezza solo nel cambio di lato. La poliedricità compositiva di Iriondo accoglie poi senza divergenze artistiche la religiosità deviante delle linee di canto che a tratti inseguono proprio quegli ardori orientaleggianti che finiscono per unire in un buon risultato sui generis due menti pensanti del nostro panorama noise.Un disco che nella sua congenita brevità, sviluppa l'amore per una completezza free da cui partire per dar voce al nostro più profondo inconscio, in cui strumentazioni inusuali e scomode possono diventare valvola di sfogo o condanna del nostro Ego, in un finale improvviso ed aperto sull'ignoto.

SENTIRE ASCOLTARE
Stefano Solventi


La fattucchiera-sciamana ?Alos (al secolo Stefania Pedretti, ben nota protagonista di scelleratezze OvO e Allun) ed il sempre attivo Xabier Iriondo (già terrorista sonico per Afterhours, Uncode Duello, A Short Apnea e NoGuRu tra gli altri) fanno convergere intenti e competenze per uno split di tre tracce che, visti i titoli in scaletta, potremmo ben definire climatico. Ma c'è ben poco da scherzare: l'aria è pesante, minacciosa, nevrastenica fin dalle prime battute della peraltro breve The Clouds, battito ipnotico su una corda, cigolii ambientali, echi traditional folk in un mood gotico deragliato che diresti quasi waitsiano, su cui impazza il canto posseduto da serpenta (vedi alla voce Diamanda Galas), da delirio teatrale Nina Hagen con strascichi mistici Patti Smith.
Segue una The Rain dalla struttura altrettanto minimale ma non priva di ridondanze esotico-balcaniche, tra corde scorticate a secco e percussività primordiale, sempre la teatralità spinta perché la performance è cuore e chiave poetica del tutto. Pezzo forte è però The Storm, pennate come vampe effettate, una processione distorta, impietosa, noise atavico, ragli nevrastenici, liturgia feroce, lugubre, farneticante ma ferma, grado zero rock come scossa elettrosintetica, anima-animale che digrigna vita. Lasciate ogni quietezza, o voi ch'entrate.

ROCKIT
Gioele Valenti

C'è qualcosa in più rispetto alla somma delle singole individualità, quando gli elementi posti in essere sono Xabier Iriondo (Afterhours, NoGuRu) e quella sciamana elettrica di Stefania Pedretti aka ?Alos. Ascoltando questo disco, nato dalle "sessioni domenicali" al SoundMetak, si affronta tutto il potere cospiratorio presente nel gioco ambientale, in cui l'art-rock attitude di Iriondo tesse una malia elettrica (in "The Storm") per incontrare la nota acida di una cattiva musa pagana, mentre ?Alos verseggia, drammatizza e soffia al pari di una Kim Gordon sotto psilocibina ("The Rain" e "The Cloud").
Ha il clamore dell'estemporaneo, di un suono in filigrana, tra le acustiche dilatazioni del banjolino e le vibranti sospensioni di chitarra lap steel. Lo spettro sonoro è ampio e policromo, e sembra mischiare alcune pulsioni avanguardiste (che da sempre segnano le singole carriere dei due) con un afflato più schiettamente pop – non mancando una pungente retrospettiva ironica, di cui risultano spesso carenti omologhe produzioni.
Nato nel segno dell'instant composing, questo split incide una tacca importante e un'auspicabile base per di-scorsi futuri.