TASADAY
In Attesa, nel Labirinto
7 Songs
46 Minutes
Released: April 2004
Compact Disc Digipack
Edizioni Zero
Federico Gennari
La notizia di un live dei Tasaday mi è arrivata inaspettatamente tramite
il tam tam degli appassionati di musica industriale, un evento assai raro
che non mi sarei concesso di perdere e che ho tentato di pubblicizzare al
massimo. Ciò nonostante, una volta arrivato sul posto, il pubblico
di una quarantina di persone è composto essenzialmente dai giovani
del luogo che aspettano il gruppo successivo (i Velma, di cui parlerò
dopo), da anziani che si godono il fresco sulle sedie antistanti il palco
(molto spazioso e ben corredato anche tecnicamente!), oppure famigliole con
bambini che discutono amabilmente, a cui ci aggiungiamo noi, io ed il mio
compagno di viaggio, gli unici che sanno qualcosa di chi suonerà stasera
(in realtà qualcun altro arriverà però a concerto finito).
I Tasaday sono in effetti uno dei più longevi ed importanti gruppi
alternativi/industriali italiani, che hanno scritto un capitolo importante
nella musica sperimentale. Insomma, gente che suona da più di 20 anni
per il proprio piacere e per i pochi ma strenui appassionati non solo di musica
ma dell’intero concetto su cui ruota tutta la produzione di questo gruppo.
Il disagio moderno e la frustrazione di essere incompatibili con un mondo
in cui proprio non si riesce a trovare posto, un’affinità con
le società primitive – affinità ben lungi dall’essere
vista come soluzione – un identificarsi nella ritualità di popoli
“primitivi”, spesso contaminati dalla cosiddetta “civilizzazione”
occidentale. Nonostante gli anni passino per tutti, mi sono ritrovato di fronte
alla formazione originale al completo – o quasi – per un organico
di ben 7 membri più il fonico! E mentre per molti il tempo che scorre
è sinonimo di “ammorbidimento” del suono, per i Tasaday
sul palco questo non vale: gli otto sono tutti pronti e determinati sul palco,
tra chitarre (di cui una suonata orizzontalmente con archetto da violino),
tromba, basso, due portatili, un vecchio korg, distorsori, per produrre un’esplosione
che non si sa sia noise rock, no wave scomposta, free jazz industriale o altro.
Ovvero un suono scomposto e del tutto imprevedibile, una non-melodia che non
è semplice confusione, ma un alternarsi di strumenti e di accordi intonati,
a volte un litigare tra gli stessi, un urlare scomposto di chitarra o momenti
più propriamente ritmici e ortodossi, un cantato sporadico a volte
simile al recitato, con notevole sforzo di coerenza, coordinato, e non qualcosa
di casuale ed atonale. Il concerto dura poco più di un’ora e
sembra essere pensato come una vera e propria unica lunga suite, con pochissimi
attimi di stacco, intervallati da suoni elettronici campionati come intro
e outro senza dare spazio a vere e proprie pause. Nell’ultimo pezzo
ci si accorge che piano piano gli artisti stano lasciando il palco uno dopo
l’altro, lasciando alla tromba e basso il commiato, poi solo al basso,
e quindi al solo silenzio, che diventa un vero artificio dopo l’incessante
muro di suoni e di incastri di musica/anti musica. Difficile dunque poter
fare una descrizione vera e propria se non che con il senno di poi, dopo aver
ascoltato l’ultimo lavoro (chiamato “In attesa, nel labirinto”),
posso dire che sono molto più fisici, molto più”rock”
- dove in studio sono decisamente molti più vicini alla musica d’ambiente
e anche alla musica industriale - dando un impatto fortissimo che è
un catalizzatore di idee e sentimenti di frustrazione che sono alla base dei
testi (pochi a dire il vero, in quanto usano più degli scritti e citazioni
alla filosofia esistenzialista) e ai concetti dei Tasaday.
Sans Tambour Ni trompette
Erwan
Elle est étrange cette musique italienne. Ces TASADAY n'en sont pas
à leurs premières aventures musicales : un premier disque sorti
en 1984 et leur 8ième cette année chez WALLACE. L'italien est
inspiré par l'expérimentation en général, à
base d'électronique, d'une humeur généralement indus,
mais qui vire souvent de bord, tanguant ici vers le free jazz ou là
vers du rock sans fioriture. "Rinascita degli dei", chantée
en allemand, sonne comme un hommage à EINSTURZENDE NEUBAUTEN (l'un
des groupes certainement les plus importants pour eux), ce titre aurait d'ailleurs
très bien pu figurer sur l'album "tabula rasa" de la troupe
à BARGELD. TASADAY aime les atmosphères gluantes qui sentent
l'usine, les climats humides au fer déjà bien entamé
par la rouille, il aime cet air froid qui rappe le fond du nez et ces ambiances
noires qui l'attirent comme le vide. C'est de cette facon que TASADAY se cherche.
Activiste de toujours, lucide comme jamais, TASADAY sait ce qu'il lui faut
pour guérir son mal de bide, il sait qu'il faut aimer les déviances,
qu'il faut mélanger les genres pour s'échapper encore plus.
Depuis 20 ans, on se cherche et on sait délibérément
qu'on ne se trouvera pas. Saxo, batterie, ordinateur, basse, chant, guitares
et des tonnes de bruits jetés en pature... Ouai.
Guts of Darkness
Progmonster
Autre pointure à rejoindre le label Wallace, les expérimentateurs
de Tasaday, sans doute la formation d'avant-garde la plus importante encore
aujourd'hui en activité en Italie, délivre son essai le moins
déroutant pour le compte de cette jeune infrastructure indépendante,
là où on aurait précisément pu s'attendre à
l'émergence d'un propos plus radical. Au bout du compte, ce n'est pas
plus mal ; "In Attesa, Nel Labirinto", en guise de récompense
pour Wallace Records qui a pris le risque de rééditer toute
une partie de leur catalogue, jouit au final d'une parfaite homogéneité
dans l'architecture sonore de l'oeuvre érigée ici par le collectif.
On pense encore aux Swans, et bien sûr à Einsturzende Neubauten,
l'emploi de l'allemand sur certaines plages du disque renforçant d'avantage
cette impression. Chaque son, enregistré ou généré
par l'amplification des instruments, devient autant de pistes à suivre,
de territoires de l'ombre à explorer pour en extraire l'infime portion
maléfique qui, derrière toutes choses, couve dans le silence.
La musique de Tasaday est malade. Elle symptomatise un malaise incurable.
Un mal-être. Une nausée. Le bruit d'un corridor froid d'une usine
désaffectée, les hurlements d'un porc qu'on égorge, le
grincement insupportable d'objets que l'on tort dans tous les sens, tout est
prétexte à rendre le périple aussi dérangeant
que possible. Mais comme je le disais, le propos de Tasaday sur sa nouvelle
livraison a l'air bien sage au regard de ce qu'ils ont déjà
été capable de nous livrer de par le passé. Le post rock,
une fois encore, a du passer par là, emportant au passage la fougue
iconoclaste qui les habitait. Indus par l'esprit, déconstructivistes
de raisons, bidouilleurs de première ordre, mais plus que probablement
empêcheurs de tourner en rond avant toutes choses, les inquiétants
et aliénants Tasaday feront le bonheur de ceux pour qui partager avec
d'énormes blattes une pièce de quatre mètres carré
aux murs vert sale dégoulinant d'humidité représente
un absolu, un coin de paradis.
Altremusiche
Michele Coralli
Gruppo ormai storico che si avvicina a un nobile, quanto discreto, ventennale
e che ha alle spalle un'assidua militanza tra le fila dell'industrial più
sotterraneo, soprattutto in tempi come gli anni '80 in cui certi generi erano
relegati a qualcosa di più marginale della semplice nicchia, i Tasaday
si richiamano con questo loro ultimo lavoro In attesa, nel labirinto al rock
e alla sua capacità di creare immediati impatti timbrici e ritmici.
Ovviamente la seduzione noise rimane sempre avviluppata ai suoni tipici del
gruppo, ma l'attenta dosatura del rumore impone un trattamento espressivo,
a tratti raffinato, che vive di una dialettica non banale tra suoni bianchi,
rumori trattati, synth analogici, clarinetti e chitarre filtrate. Ma non si
deve pensare a un eccesso costruttivo o a una maniacalità nella manipolazione,
perché il tutto, come è ormai caratteristica fondamentale in
gruppi a vocazione semi-improvvisativa, gode di un sostanziale spontaneismo
esecutivo, che mescola strumenti e diversifica atmosfere. Una sorta di tecnologia
sporca post-cyber che pesca Korg monofonici dagli anni '70 e ProTools dagli
anni '00. Il risultato è un lungo excursus costruito su crescendo che
si abbattono o che virano verso un silenzio disturbato da cocci e detriti,
passando attraverso momenti in cui la forma è costruita attorno a un
solido riff di basso, impiantato su una robusta ritmica percussiva. Referenti:
certamente quel mondo sonoro che si sprigiona da tarde eco progressive di
origine teutonica, dai Faust ai primi Tangerine, ma anche Univers Zero…
Un cosa è certa: se il gruppo venisse dal Giappone da queste parti
sarebbe una vera e propria cult-band, di quelle osannate da Zorn e vendute
a caro prezzo per Tzadik. Sui nostri giornali si sprecherebbero termini come
avanguardia e i nostri li vedremmo anche su qualche copertina. Ma qui invece
il referente geografico è la Brianza, terra di mobilieri e presidenti
del consiglio.
Altremusiche
I Tasaday possono giocare qualche carta in più sul piano della complessità
e della stratificazione di segnale. Si presentano con un organico a sei, che
si spartiscono mondi digitali e analogici, in modo assolutamente sbilanciato
a favore dei secondi con un bel Korg in bella mostra dietro ad Alessandro
Ripamonti. Anche loro hanno dei nuovi materiali da presentare, quelli di In
attesa, nel labirinto, che tutto sommato riescono a superare bene l'esame
dal vivo, nonostante si perdano molte di quelle sfumature che invece sono
evidenziate nelle registrazioni in studio. Loro sono senz'altro tra quelli
che meriterebbero una sede più consona alla propria musica (leggi teatro).
Music Club
Roberto Michieletto
Non so se, come dicono i Tasaday stessi, ‘In Attesa, Nel Labirinto’
sia il loro disco rock (e comunque, anche se lo fosse, come forse è,
lo sarebbe in senso lato), ma ho la netta sensazione che un disco simile lo
vorrebbero comporre gli Einstürzende Neubauten nell’anno 2004.
E sì, perché il qui presente lavoro è meglio di ‘Perpetuum
Mobile’, senza che ciò implichi clonazioni di sorta o senza voler
sminuire il valore dell’uno piuttosto che dell’altro gruppo. Se
però osserviamo il percorso (a volte parallelo) delle due formazioni
e le loro comuni evoluzioni, a partire dagli esordi prettamente industriali,
mi pare chiaro che i Tasaday abbiano saputo “invecchiare meglio”.
E anche nel momento in cui si pensasse di mettere sul piatto della bilancia
il cammino verso la forma canzone portato avanti da Blixa e soci nelle ultime
pubblicazioni, allora potrei tranquillamente dirvi che quella stessa forma
canzone (obliqua) viene indagata pure all’interno di ‘In Attesa,
Nel Labirinto’, solo che non è costretta a portarsi appresso
il fardello avant/industrial/sperimentale controvoglia (come accade a EN),
ma riesce a integrare quelle che erano le sonorità che resero in origine
riconoscibile il progetto con le nuove aspirazioni, da cui, tra l’altro,
emerge pure una spinta free jazz rumorosa in grado di aprire ulteriori sbocchi
musicali a Tasaday.
Impatto Sonoro
Rocco
Li avevamo lasciati con il Kaspar Project nel 2003, in cui i Tasaday sperimentavano
con una certa innovazione (e qualcuno dice “autocelebrazione”)
un modo estremo di fare musica, vendendo il cd solamente ai produttori che
hanno aderito al progetto (al solo costo di 3 euro a copia) e facendo raccogliere
i suoni che avrebbero usato nel cd ad altri (musicisti e non) in giro per
il mondo. Ciò che ne è uscito fuori è stato – inaspettatamente
- un capolavoro e dunque da loro potevamo solo aspettarcene un altro. In attesa,
nel labirinto con i Tasaday vi troviamo il freddo ed il caldo, il meccanismo
che si nasconde dietro la società umana, l'uomo che si nasconde dietro
il meccanismo. E, come per l’inferno dantesco, sulla porta di questo
album vi è incisa una frase che prepara i visitatori prima dell’entrata
“Labyrinthus Hic habitat Minotaurus”, dopo di che si può
accedere ed ascoltare il mondo del Minotauro. La descrizione all’interno
dell’album segue in parte il filone degli album concettuali, perché
non è formato da vari brani inseriti più o meno a caso, come
capita spesso, bensì ogni brano trova il suo spazio all’interno
del disco e descrive, a parole o tramite puri strumentalismi, la trama. L’uomo
o Minotauro che viaggia attraverso i labirinti della sua anima, e vede nel
sacrificio l’unica, estrema soluzione e che giunge in fine all’oblio:
Un album che musicalmente attraversa l’elettronica e si completa con
sfumature jazz, noise, industrial, rock e con una sonorità che avevamo
già sentito nel kaspar project e che a mio parere da una sensazione
tra lo spiritualista e l’animista; come il suono del male o la lotta
della propria anima per non soccombere. Probabilmente un album da comprare.
Perché? Perché è buona musica a basso costo ed è
dovere di ogni ascoltatore di sostenere la musica in cui crede.
Post It Rock
Nuovo capitolo del progetto Tasaday, formazione attiva fin dagli anni ottanta
nei territori dell'avanguardia, un ritorno alla concretezza dopo il rivoluzionario
Kaspar Project di qualche tempo fa in cui la sperimentazione del gruppo si
allargava anche in fase di produzione, coinvolgendo una lista di finanziatori
che avrebbero ricevuto (loro soli) il cd a casa contribuendo nello spedire
i campioni e i suoni su cui il disco stesso veniva costruito. Diversa intenzione
per il nuovo episodio, confezionato, costruito e curato dai sette elementi
Paolo Cantù, Sandro Ripamonti, Carlo Ronchi, Stefano Sangalli, Xabier
Iriondo, Stefano Golfari e Daniele Malavasi senza "apporti" esterni.
"In attesa, nel labirinto" è un titolo che sposa bene le
suggestioni di questo disco concreto e meno "sperimentale" o "estremista"
(passatemi i termini) oscillante (e il termine ricalca davvero l'andazzo del
disco, che sembra fluttuare appoggiandosi a più sponde) fra temi industriali
(anche nelle voci, a volte anche nel duro idioma tedesco), sospensioni, durezza
di alcune tracce accanto all'inquietudine da ambiente di altre. Difficile
descrivere appieno l'opera, che per certe cose ricorda il kraut rock di Faust
(se trattasi di disco "rock" in rapporto ad altre produzioni targate
Tasaday, dev'essere inteso su queste coordinate) e in altre certe produzioni
del giro Zorn "d'ambiente". In ogni caso dopo 45 minuti di ascolto
si esce rimescolati e confusi, passati nel labirinto in cui Tasaday ci ha
lanciato: chiusi nelle proprie paure, attese che non si sciolgono e stati
che si confondono in attesa dell'incontro con il Minotauro. In una parola:
enigmatico.
Freak Out
Roberto Villani
Guerra in Iraq, europei di calcio in Portogallo, elezioni (e lo vogliamo dare
un calcio nel culo a chi sapete?), reunion dei Pixies… ok, ci sono troppe
cose a cui badare per stare appresso al nuovo disco dei Tasaday. Che fanno,
un disco reggae per caso? Finalmente una valida alternativa al Sud Sound System
mentre si rolla e si trinca vinello? No? Ah, ecco. Il solito indigeribile
polpettone sperimentale con cui i tot brianzoli (adesso sono in 7 –
ma vi immaginate quanto rumore?!) alzano la posta nel pokerino dell’avanguardia
che si giocano con altri semi-malati di mente. E poi, per quanto possa anche
lontanamente essere un buon disco (ma nulla di più, eh?), possiamo
mai essere rappresentati, in qualche modo, dai Tasaday, nel caso ci recassimo
all’estero e venissimo chiamati a riferire sullo stato delle cose del
panorama italiano? No, i Tasaday non possono assolvere a questa funzione.
Cos’hanno fatto decine di mediocri gruppuscoli nostrani per ben figurare
dietro tale candidato portabandiera?! Perché vedete, le due cose sono
ben distinte. E l’altra faccia della medaglia dice questo: che i Tasaday
hanno due palle grandi così. Senza contare gli album “non ufficiali”
(e vorrei capire anche cosa s’intende con questa definizione –
dove, quando, come e per chi sono usciti) “In Attesa, nel Labirinto”
è il loro settimo capitolo, per complessivi 20 anni di carriera. E
tutto sono oggi fuorchè una band in declino. Decimati al solo Alessandro
Ripamonti nel 1999, i Tasaday hanno via via riacquistato Paolo Cantù,
realizzato un paio di dischi (tra cui il progetto di fanta-produzione collettiva
e a costi trasparenti “Kaspar”) e accolto altre pedine fondamentali
del locale “fronte avanguardistico” (Xabier Iriondo, su tutti,
ma anche Daniele Malavasi dei R.U.N.I., e l’immancabile Fabio Magistrali
in cabina di regia). Ed eccola, quindi, quest’ultima fatica, annunciata
come il disco “rock” dei Tasaday. Anche se dobbiamo smentire tale
presentazione (confermando la quale non so cosa ci saremmo trovati per le
mani), “In Attesa, nel Labirinto” ha tutto ciò che occorre
per prendere le distanze da chi si sbatte per scimmiottare questo o quel “pilastro
stilistico” d’oltreconfine e proporsi come “landmark”
anche fuori dalla penisola (posto anche l’angusta fetta di pubblico
cui qui si può ambire). A cominciare da ‘Mindanao 1971’,
minacciose nebbie ambient che, nel diradarsi, fanno spazio a oscuri fondali
post-industriali. Ed è nuovamente inquieto lo scenario, con ‘Minotaurus’,
il protagonista, appunto, del labirinto. Qui i Tasaday iniziano a spiccicare
le loro prime, pesantissime sillabe, in latino, laddove sarà il tedesco
l’idioma della traccia a seguire, che celebra, con pulsante incedere,
la ‘Rinascita degli Dei’, ossessiva litania (“eine ges(ch)ichte”)
squarciata da fendenti industrial-wave e chiusa da un’overdose di basso
post-punk. E mentre ‘La Terra senza il Male’ sembra concedere
un po’ di riposo, ‘World as a Simulacrum’, con i suoi “keep”
come incipit di ogni verso e la sua furia noise-industrial (quasi death nel
cantato-recitato), può – oltre a ridare lustro a tal genere,
altrimenti defunto – farsi accreditare come “credo” di questi
Musicisti. Ancor più sinistri, se possibile, i due conclusivi episodi.
‘Un Altro Sacrificio’ si addentra anche in territori free jazz
(più tape-manipulation, altro “strumento” essenziale di
questi geni), in un crescendo che troverà sospirata catarsi in isterici
versi a voci sovrapposte, mentre ‘Mind Now 2004’ recupera il precedente
silenzio per esprimere, con arcane liriche scolpite nella roccia, l’essenza
della liturgia Tasaday, e farla lentamente scivolare nell’”oblio”,
parola fine di questo capolavoro.
Kathodic
Marco Carcasi
Bentornati Tasaday! E' passato un anno dallo splendido progetto collettivo
globale del "Kaspar Project", ed i Tasaday con il loro settimo album
in venti anni (!) ci recapitano l'ennesimo tassello di un mosaico evolutivo
che sembra non conoscere mai fine nella sua capacità d'inglobare e
riplasmare voracemente di volta in volta nuove suggestioni sonore in un processo
di rielaborazione del proprio linguaggio che non conosce eguali in Italia.
I Tasaday sono fra gli ultimi esponenti ancora attivi di una passata stagione
creativa prettamente nostrana che si nutriva di influenze disparate e urticanti
sottoponendole ad un processo di modifica espressiva che rendeva la materia
bruta assimilabile anche da parte di chi non era avvezzo a particolari rovine
sonore. Di quel periodo di underground disarticolato care alla memoria rimangono
sigle come Gronge, F.a.r., Ccc Cnc Ncn, le ancora attive ad intermittenza
Officine Schwartz ed addirittura certe evoluzioni dei Franti. Ma torniamo
ai giorni nostri senza versare lacrimuccie. Il nuovo "In Attesa..."
viene presentato dai Tasaday come il loro lavoro più Rock ma ovviamente
di strutture semplici e lineari non se ne riscontra traccia alcuna, linfa
nuova e vitale devono aver senz'altro apportato in maniera determinante le
evoluzioni successive al "Kaspar Project" che hanno permesso a Tasaday
di affinare un nuovo linguaggio d'insieme tramite i live effettuati e la cospicua
opera di ripopolamento avvenuta nelle file dell'ensemble che ora ospita due
membri dei R.U.N.I., l'apporto in pianta stabile di Xabier Iriondo ed il ritorno
all'ovile di Paolo Cantù. Quello che si ottiene da queste ora molte
persone è un suono teso ed avvolgente come non mai che si ciba in egual
misura di spinte propulsive industrial e avant ma ingloba al suo interno notevoli
stacchi di strani aromi lisergici, galoppate ad occhi sbarrati al confine
di certa scuola New York 80' e una capacità di generare inquietudine
che molte delle attuali uscite di settore si sognano. Si apre con Mindanao
1971 che procede fluidamente fra concretismi, screpolature ritmiche e lisergia
chitarristica sinistra. Scivolo ideale per quel che verrà dopo. Minotaurus
rivela fin da subito quale sarà il carattere generale dell'opera dibattendosi
in ipotesi molto Neubauten periodo "Tabula Rasa" senza le ampollosità
che pian piano hanno affossato la sigla berlinese, spasmi quasi dark, percussionismo
astratto e poi una splendida apertura di basso e voce femminile che lascia
il segno. Pura estasi maligna. La Rinascita Degli Dei ripropone in parte la
formula Berlino oscura ammassando strati di tensione palpabile per poi distendersi
in una sorprendente esibizione puro succo 80' con tanto di fiati sbilenchi
che solcano lo scenario; inebriante. Le spinte avant si propongono decise
nella successiva La Terra Senza Il Male dove nuvolette ritual degne di Genesis
P-Orridge si materializzano sopra le nostre teste fra grugniti di maiali ed
un cupo bordone basso dove malinconicamente plana un violino dolente. World
As A Simulacrum è sarabanda ritmica quasi noise ma siamo dalle parti
di un suono stonato che molto ha da spartire con la lezione free ed in egual
misura con le più disastrate e livide proposte del Marc Ribot di "Shrek";
per chi ama gruppi come gli Zu questa potrebbe essere una gradevole scoperta.
Sun Ra in combutta con i Coil? Un Altro Sacrificio avanza incerta con inizio
che alla lontana pare quasi funk ma si concede stacchi ritmici da collasso
nervoso e chiude in gloria attaccando una parete di loop e chitarre acquatiche
prima di troncarsi rancorosa. Mind Now 2004 chiude ed è 'lenta sparizione...';
letteralmente.
Kronic
Roberto Bonfanti
Ci sono due anni di vita nascosti fra le pieghe del "labirinto"
dei Tasaday: i due anni iniziati nel momento in cui la storica band brianzola
ha deciso di tornare ad esibirsi dal vivo dopo l`uscita del precedente "Con
il corpo crivellato di stelle". Ecco: "in attesa, nel labirinto"
è un album figlio di questi due anni di lavoro, dei moltissimi concerti
in cui i brani sono stati concepiti e sviluppati, dei nuovi ingressi che hanno
allargato la formazione e delle tante esperienze artistiche vissute (i concerti
con lo svizzero Strotter Inst., la parentesi artistica della rassegna "Voi
puzzate", ecc...). "In attesa, nel labirinto" è un disco
profondamente diverso dai suoi predecessori (e quando mai i Tasaday ne hanno
fatti due uguali?): è un lavoro in cui si avverte un grande senso di
smarrimento ed inquietudine, ma è al tempo stesso un disco, se così
si può dire, "melodico". Sia ben chiaro: i Tasaday restano
quei geniali manipolatori di suoni che sono sempre stati, ma questa volta
(forse anche a causa di una formazione più "rock") le loro
suggestioni sembrano spesso ricomporsi in melodie suadenti ("Minotaurus"),
in tribali mantra ipnotici ("Rinascita degli dei") o in schegge
impazzite jazz-noise che si deframmentano subito dopo in lampi suadenti di
rumorismo inquieto ("World as simolacrum" o "Un altro sacrificio").
Ovviamente non mancano gli episodi improntati più strettamente alla
manipolazione sonora, come per esempio il rumorismo psichedelico inquieto
della (splendida) intro "Mindanao 1971", i maiali campionati ne
"La terra senza il male" o il reading cupo "Mind now 2004"
che chiude il cd. Fa quasi ridere parlare di "fruibilità"
in un disco dei Tasaday ma "In attesa, nel labirinto", pur essendo
un ottimo lavoro spesso dominato da un senso di totale smarrimento, è
senza dubbio il disco più fruibile della lunga carriera della band
brianzola o quanto meno il disco a cui chi non è avvezzo alle sperimentazioni
sonore più estreme riuscirà ad accostarsi con minori difficoltà
Newsic
Stefano Garavaglia
Quando si riesce a sopravvivere per due lunghi decenni ad una scena sotterranea
difficile e scoraggiante come quella milanese, allora vuol dire che, dietro
a tanta perseveranza nel perseguire i propri obiettivi, c’è una
gran passione per l’arte e un amore genuino per la musica. Per questo
i Tasaday, nati negli anni ottanta dalla fusione fra Die Form e Nulla Iperreale,
sono un patrimonio prezioso, da preservare come una delle poche band che in
Italia si dedicano alla vera avanguardia sperimentale con coerenza e riscuotendo
eccellenti risultati. Descrivere la musica dei Tasaday è un’impresa
ardua e difficile. La prima definizione che viene in mente è quella
di musica da film, un’immaginaria colonna sonora che, in realtà,
ha lo scopo di cogliere l’essenza primordiale della musica e del ritmo,
cioè alterare lo stato psichico dell’ascoltatore.Così,
nello scorrere le sette tracce di “In attesa, nel labirinto”,
capita di venire trascinati e introdotti in diverse ambientazioni sonore.
La prima traccia, “Mindanao 1971”, nonostante il titolo rimandi
all’inizio della guerra islamica per la liberazione delle Filippine,
con una progressione di suoni e disturbi sembra più il caos alienante
di una catena di montaggio in una fabbrica post-fordista. Di controcanto “Minotaurus”
affascina e seduce con un canto medievale ed una linea melodica scarna ed
ipnotica. “Rinascita degli dei” è costruita su una base
ritmica ossessiva e marziale, con atmosfere glaciali e mitteleuropee, quasi
a riesumare i vecchi fantasmi del fanatismo nazionalsocialista., mentre “World
As a Simulacrum” virata sul genere free-jazz sprofonda nelle viscere
di un mondo disumanizzato e in declino.
RockIt
Stefano Rocco
Il solo fatto di spingersi oltre il limite umano della sperimentazione non
basta a legittimare il risultato se l'ispirazione latita. In passato i Tasaday
hanno sempre dimostrato di saper costruire mondi paralleli, rovistando nei
suoni di confine per disegnare ambienti impossibili, carichi di battiti poetici
e angoscia strumentale. I loro paesaggi post-industriali sono oggi ancora
intatti, ma gli echi sonori che li percorrevano sembrano ora inerti e privi
di quel romanticismo minimale che li rendeva affascinanti. "In attesa,
nel labirinto" è idealmente il seguito de "Con il corpo crivellato
di stelle", ma la distanza tra i due lavori è enorme per spessore
emotivo. La trama strumentale si svolge sempre sul sottile equilibrio tra
improvvisazione assoluta e progettazione razionale, alternando suoni bianchi,
sintetizzatori, lunghi droni sintetici, spontaneità post-rock e rumorismo
isolazionista. Stavolta però il gioco sembra non riuscire. Tutto si
risolve in astrazioni sperimentali fini a loro stesse e incapaci di diventare
vettori di significato e costruire una "storia" appassionante come
in passato. Da segnalare "Mind Now 2004", brano di chiusura poggiato
sulla Parola, che appare come una versione sussurrata, glaciale e minimale
dei Massimo Volume. E il fatto stesso che sia possibile separare un brano
dal contesto è indicativo di come il disco non abbia la compattezza
del precedente lavoro, che appariva un unico racconto atemporale e inscindibile.
La stima per i Tasaday resta intatta, forse per questo è lecito attendersi
di più da chi ha il dono di manipolare emozioni in territori tanti
arditi.
Sands Zine
Alfredo Rastelli
Dopo aver attentato alle regole di mercato con il Kaspar Project in cui mettevano
a nudo i meccanismi di produzione (sia artistica che esecutiva) musicale,
i Tasaday ritornano a fare gruppo e per l’occasione reclutano (a titolo
definitivo?) anche una serie di musicisti da sempre gravitanti nell’orbita
di questo storico gruppo italiano: sono infatti della partita Xavier Iriondo
(A Short Apnea, Polvere, EAReNOW e chi più ne ha più ne metta),
Stefano Golfari e Daniele Malavasi, accanto ai fedelissimi Alessandro Ripamonti,
Paolo Cantù, Carlo Ronchi e Stefano Sangalli. Cosa si nasconde “In
attesa, nel labirinto”? Un Minotauro, ovviamente, dalla testa rock e
dal corpo segnato da derive industriali, jazz, elettronica e sperimentazione,
tutti elementi innestati nel magma sonoro con precisione chirurgica. Il lavoro
si presenta in forma di concept e probabilmente (almeno a giudicare da alcune
note del cd) si inserisce in un contesto più ampio che coinvolge tutti,
o quasi, i lavori precedenti; un viaggio nel cuore delle paure più
nascoste, una riflessione sulla precarietà della condizione umana davanti
all’ignoto, sull’individualismo come necessità, il sacrificio
come via di fuga e l’oblio come ultimo stadio. Quello che ne esce fuori
è un suono ricurvo su se stesso, una visione krauta dell’industrial
(Mindanao 1971) con il basso a costituire la spina dorsale di questo lavoro:
lo percorre in lungo e ne detta tempi e condizioni; le sue linee arrivano
ad abbracciare stacchi funk, vicini alla new wave di Cabaret Voltaire (Rinascita
degli dei), il rock (World As A Simulacrum), il jazz informale (Un altro sacrificio),
fino ad approdare alle derive dark-ambient (la finale Mind now 2004). Un avant
rock che trova il suo punto di forza e la sua bellezza nell’assoluta
omogeneità dei riferimenti che invadono questo disco. Che è
inquietante, quasi malvagio, e che non rassicura affatto se non sulle qualità
di questo splendido collettivo.
Taxi Driver
Dale P
Vi giuro, sono due o tre mesi che ho questo disco ma non ci ho capito ancora
niente. Potrei parlarvi di classico disco alla Tasaday ma non è così.
Potrei cercare di spiegarvi cosa c'è dentro questi 7 lunghi brani.
Ma non è facile. Rumori, suggestioni, pensieri, idee. Ma, soprattutto,
suoni. Suoni che si legano, si ripetono, scompaiono e appaiono, si trasformano.
Ovviamente è un disco consigliato SOLO ai più aperti di mente
(o a più malati di mente), divoratori di musica strana. Ai fan del
primo industrial, dell'avanguardia più oscura, del noise più
estremo. Un lavoro immenso ma difficile da cogliere e da capire. Ma soprattutto
da ascoltare. Ma se dopo mesi non ci ho capito niente vuol dire che sono mesi
che lo ascolto e, chissà, prima o poi troverò la chiave di lettura.
Nel frattempo rimango in attesa, nel labirinto.
Alternatizine
Zurdano
Vent’anni di storia per i Tasaday. Venti anni di rumori sotterranei,
di ricerca sonora e strumentale che non sono emersi ai più disattenti
ascoltatori dell’underground italico. In Attesa, Nel Labirinto è
il loro settimo disco, emblema di un’ovvia e difficile esistenza, all’ombra
di fenomeni culturali nei quali, così allo stremo e dal basso i Tasaday
non hanno trovato un comodo spazio né ne hanno mai avuto l’intento.
La provocazione è nella presentazione del disco, il loro album rock,
ma non aspettatevi fino all’ultimo secondo di ascoltare riff e tempi
diritti e melodie orecchiabili: la musica meno rock ascoltata che sia uscita
in Italia in questo millennio e chi li conosce già lo sa. Io che conoscevo
in minima parte ho dovuto faticare non poco per raccattare le loro radici,
per sviscerare le loro evoluzioni, per cogliere le novità che hanno
permesso ai Tasaday di ritrovarsi e accasarsi con l’etichetta giusta,
la Wallace. La formazione attuale prevede il ritorno di Paolo Cantù
più due RUNI e, ormai in pianta stabile, il poliedrico Xabier Iriondo,
forse questa la parvenza rock professata. Il disco subito fa immergere in
non luoghi, le visioni provocate non hanno a che fare con questo mondo, con
questo tempo. Da loro parole colgo ciò che di più vero può
definirlo: “Questi suoni, in altri luoghi ed in altri tempi, sono già
avvenuti. Essi si ripetono incessantemente, guidati da un destino immutabile
di cui ne sono i riflessi sensibili”. Insomma, senza tempo e senza luogo,
eppure riferimenti ovvi alla Germania di Einsturzende Neubauten e agli anni
’80 industrial sono quasi lampanti, ma se in Italia non sono loro figli
di questa corrente o addirittura padri, pochi altri potrebbero esserlo. E
proprio alla luce di un live dei succitati tedeschi posso dire che le direzioni
prese a distanza di molti anni d’esperienza sono sicuramente diverse:
nel marasma post-industriale trova spazio il nuovo sound Tasaday nettamente
influenzato dagli uomini Wallace. Pezzi free jazz-noise come World as a Simulacrum
e Un altro sacrificio (è qui che si sentono i RUNI) ne sono un esempio
evidente. Il risultato sonoro ha forse a che fare con visioni post-atomiche
oppure, al contrario, è riproduzione di uno scenario primitivo, dove
la sensibilità umana lascia il posto alla bestialità (dei maiali
in sottofondo) di una sopravvivenza che scalpita in attesa, nel labirinto,
inquietante come una lingua barbara sconosciuta ad un antico romano. Le parole
sono gettate come didascalie che hanno voglia di riscrivere la storia in un
non luogo senza tempo: la terra senza il male, la rinascita degli dei, world
as a simulacrum. Un marchio sonoro-filosofico e direi anche mistico dato il
ripetersi del sette (il numero dei componenti, delle tracce, del disco), ma
molto probabilmente un evento del caso, che rende la produzione dei Tasaday
unica nel genere ed inimitabile, per adesso.