DAMO SUZUKI with METAK NETWORK
Phonometak Series 4

Debaser
Roberto Michieletto
Introdurre determinate figure storiche è comunque doveroso, dal momento che non è assolutamente detto che ci si stia rivolgendo a un pubblico esclusivamente esperto o di una certa età (avanzata...), ma vi è l'auspicio di incontrare anche persone più giovani e per cui determinati nomi non significano molto o non sono conosciuti, non avendoli mai incontrati nel corso dei propri ascolti. È perciò bene ricordare che Damo Suzuki è stato il cantante dei Can, pionieristica e fondamentale band teutonica nel contesto del kraut rock e il cui valore ha trasceso quello del mero genere di appartenenza, nel periodo che va dal 1970 al 1973, durante il quale ha contribuito alla nascita di dischi indimenticabili come "Tago Mago", "Future Days", "Soundtracks" ed "Ege Bamyasi". Qui lo troviamo impegnato in quattro brani; nei primi due in compagnia dei Metak Network (collettivo che raggruppa Paolo Cantù, Xabier Iriondo, Mattia Coletti e Alberto Morelli) e nei restanti due con gli Zu in formazione allargata, vista la presenza addizionale di Iriondo. I risultati conseguiti sono ampiamente positivi, soprattutto nell'iniziale "Dove Siete Stati L'ultima Estate?", esempio sommo di materializzazione rock avanguardista perfettamente tangibile nella sua solida concretezza. Più multiformi, in senso strutturale e per sfumature sonore, "Un Oceano Di Due Mezzelune" e "La Città Nascosta" (dai toni blues/roots naturalistici), mentre la conclusiva "Il Territorio Proibito" mescola con intelligenza derive rock industriali e improvvisazione jazz.

LaScena
Vittorio Lannutti
Quarto capitolo per la serie PhonoMetak Series, nata dalla collaborazione tra PhonoMetak Labs, il braccio discografico che fa capo a SoundMetak di Xabier Iriondo e la Wallace. Come per gli altri tre episodi, il livello di sperimentazione e la curiosità suscitata da questo LP, come sempre da 10 pollici e a 78 giri, è impressionante. Protagonista indiscusso di questo quarto capitolo è l’ex cantante dei Can, Damo Suzuki, che ha diviso il palco con due combi italiani tra il 2005 ed il 2006, di cui sono state riprese quattro tracce, due per ogni performance.  Nel lato A del disco viene riprodotta la registrazione di un concerto, svoltosi presso un negozio/laboratorio a Milano, diviso con l’estemporaneo gruppo formato dagli ex Six Minute War Madness e Uncode Duello, Cantù ed Iriondo, e da Mattia Coletti ed Alberto Morelli. I brani in questione sono Dove siete stati l’ultima estate?, nel quale sotto l’imperturbabile cantato-parlato del cantante nipponico, i quattro musicisti si esprimono con un noise-free-jazz sperimentale e minimale, con percussiva batteria che trascina il ritmo in progressiva ascesa. L’altro brano Un oceano di due mezzelune ha un sostrato di suono orientali, propri della zona sino-nipponica, ma non privo di distorsioni che deviaziono verso lidi noise tanti cari all’asse Cpt. Beefheart – Old Time Relijun, con Suzuki che bofonchia come il Tom Waits che ha fatto il pieno di alcol e sigarette. Nel secondo lato troviamo altri due brani che questa volta Suzuki ha cantato con gli Zu e Xabier Iriondo in un teatro dei Paesi Baschi. La città nascosta è una composizione minimale che non esplode mai, mantenendo per tutta la durata una tensione che spaventa! Nel quarto ed ultimo brano Il territorio proibito mentre Suzuki percorre la sua strada, alternando una voce a tratti roca ed altri tranquilla, ma sempre decisa e penetrante, i quattro musicisti partono con un crossover a base free-jazz, con Pupillo e Battaglia che martellano e Luca Mai che disegna traiettorie anarchiche con il suo ottone, sporco e deviato. È sperimentazione allo stato più puro, il vero spirito del jazz e dell’innovazione.

SandsZine
Alfredo Rastelli
Il quarto volume della Phonometak Series presenta uno split lp anomalo, in quanto è tutto dedicato alla figura di Damo Sukuzi qui presente sia in un’ennesima nuova versione del suo Network (denominato Metak Network, in quanto nasce all’interno del laboratorio SoundMetak di Xabier Iriondo) sia in una collaborazione con Zu e lo stesso Iriondo. Nel lato A del vinile, il Network, composto da Paolo Cantù, Mattia Coletti e Alberto Morelli, oltre al padrone di casa Iriondo e all’ex voce dei Can, si produce in due bellissime e dilatate suite in cui una voce particolarmente blues di Damo Suzuki, a tratti ispirato da Captain Beefheart (un oceano di due mezzelune), si inserisce alla perfezione nelle tematiche out-folk tracciate dai suoi collaboratori (dove siete stati l’ultima estate?), a tratti dipinte a tinte quasi western (un oceano di due mezzelune; è palpabile, in certe aperture, l’influenza dei Polvere e di Uncode Duello). La città nascosta apre il secondo lato con un’oscura improvvisazione avant-rock in cui, dalla distorsione elettrica del combo, prendono corpo come in simbiosi, la sciamatica voce di Damo Suzuki e i fiati decadenti di Luca Mai; chiude l’imprevedibile il territorio proibito, tra aggressivi stop & go di marca Zu e dilatati intermezzi di libera improvvisazione umorale.

RockLab
Daniele Guasco
Pur avendo entrambe come protagonista l’ex-Can Damo Suzuki le due facce di questa quarta uscita Phonometak hanno un abisso di differenza tra di loro, dimostrando l’importanza dei musicisti coinvolti nella costruzione del suono delle quattro tracce che riempiono i solchi di questo vinile. La prima parte vede affiancare il cantante giapponese dal Metak Network, ossia Iriondo, Coletti, Morelli e Cantù, impegnati in atmosfere elettroacustiche d’autore che stentano abbastanza a decollare: il primo pezzo infatti, pur contenendo i sempre ottimi gorgheggi vocali di Suzuki, mi sembra un po’ vuoto e tiepido nella struttura. Nella seconda traccia però i cinque musicisti esplodono e si riscattano, andando a imbastire un blues alienante che cattura l’ascoltatore con carisma e spunti eccezionali. Nella seconda facciata questo vinile esplode letteralmente, trasformando la malinconia in potenza. I due brani registrati dal vivo con gli Zu e Iriondo sono valanghe di suoni ed emozioni, l’energia delle note è a dir poco devastante e la voce di Suzuki la cavalca con destrezza e trasporto diventando a sua volta splendido strumento. In definitiva la serie Phonometak si conferma fucina di proposte valide e interessanti, vinili sempre particolari ma generosi di esperimenti che vanno a toccare l’attenzione e la curiosità dell’ascoltatore. Questo lavoro con Damo Suzuki protagonista mantiene altissimo il livello artistico e non può che essere un piacere sentire un artista simile collaborare così bene con alcuni dei più creativi musicisti italiani del momento.

SentireAscoltare
Filippo Bordignon
In questo quarto volume della collana Phonometak non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio split album come in passato, bensì al delirio di un uomo che ha fatto la storia. Quell’uomo risponde al nome di Damo Suzuki e credo non abbia bisogno né di presentazioni né di introduzioni. Nel 10” in questione divide il palco in due estratti live dapprima col Metak Network, poi nel lato B con gli Zu e l’onnipresente Iriondo.  Nella versione made in SoundMetak del famigerato Network che accompagna ormai da tempo il vocalist nipponico sono della partita, oltre a Iriondo anche Mattia Coletti, Paolo Cantù e Alberto Morelli. Come dire, una grossa fetta dell’avant-rock italiano che accompagna con sfuriate e tempeste di chitarra o con elucubrazioni di oggetti + clarinetto + strumenti autocostruiti i vocalizzi luciferini di Suzuki. Che dal canto suo delira, strilla, pontifica come un santone in un deliquio ascetico rigorosamente in modalità improvvisativa. Lo stesso dicasi per l’altro lato del vinile, in cui le atmosfere si fanno insolitamente più rilassate, ipnotiche verrebbe da dire se non ci fossero di mezzo i tre di Ostia, capaci di tenere sempre alta la tensione. Qui Suzuki sembra tranquillizzarsi apparendo come un Tom Waits altrettanto rauco, ma molto più perso nel suo viaggio mistico/visionario, fino a quando prendono il sopravvento gli strumenti del trio+1, e allora è un paranoico finale quasi sludge tra percussioni free e barriti di chitarra e sax. La produzione un po’ troppo compressa penalizza la resa, ma trattandosi di esibizioni live rende perfettamente l’idea della magmatica resa degli ensemble e di quell’istrione che calca i palchi da svariate decadi