POLVERE
s/t
wallace 73
12 tracks
37"
2006
CD
La Scena
Ruggero Trast
Sei in macchina, sui viali di Bologna. Fermo. Appoggi la testa sul volante
e, in mancanza di un movimento che ti faccia percepire che nel traffico delle
9:21 c’è vita, ti interroghi circa la stupidità dell’assunto
che sostiene come sia sufficiente bruciarsi i polpastrelli per cancellare
la propria identità. E allora, l’intersecarsi di frammenti sonori
ti è utile, concilia il ricostruire mille percorsi possibili e alternativi
all’unico in cui invece ti trovi bloccato. (II) Un canto in lontananza
ti riporta alla mente l’ondeggiare degli schiavi nei campi di cotone.
Il loro muoversi stancamente al suono di una voce guida che domina il rovinare
delle gocce di sudore al suolo. E milioni di insetti cominciano a ronzare,
a sfregare le ali. Dio, che rumore insopportabile! “E’ un’impressione.
Solo un’impressione”, pensi. E invece, tendi l’orecchio,
ti sembra di sentire il suono dolce delle foglie in Ottobre, la cucina in
campagna, lo sbattere dei coperchi, il filtrare dell’acqua dalle pareti
umide e vecchie…No, smetti di pensare: (III) le macchine si aprono.
Le acque si separano. Non è l’acqua: è luce quella che
filtra e ti indica che puoi uscire dal tuo ridicolo abitacolo e correre, seguendo
la linea bianca che solo convenzionalmente divide la strada in corsie. Poi
più nulla. (IV) No, un sussurro tra i suoni rubati, o raccolti, (non
fa differenza). C’è qualcuno, alle spalle della ragazza dai capelli
biondi: le è addosso, le annusa il collo. Non le farà dal male.
Perché è di polvere acustica. E la può solo accarezzare.
Le può solo scivolare lungo la schiena e (V) rantolare a terra, formando
un grumo sonoro tra l’incrociarsi dei pensieri che non hanno suono,
se non quello trasmesso alle dita, e dalle dita alle corde, e dalle corde
all’accumulo del ritardo che l’eco trasforma in sostanza divina.
(VI) Quando riapri gli occhi sei seduto in mezzo al Gran Canyon, sospeso all’altezza
di una nuvola. E ti chiedi da dove provenga questa voce che ti impedisce di
essere preoccupato, di provare terrore. Ma il tuo cuore, al pensiero del terrore,
batte più forte e hai l’impressione di doverti spostare lentamente.
Lentamente. Un brivido ti percorre la schiena e hai l’impulso di guardare
sotto. La sterilità della tua volenterosa innocenza, ti è finalmente
chiaro, è grandiosa. Ti impedisce il passo. E allora, per la prima
volta in vita tua, ti ribelli. E lo fai: guardi di sotto. (VII) Ed è
sorprendente: non hai paura. Era questo, allora? La paura era semplice ignoranza
dell’ignoto. (VIII) Ti abbandoni a una fragorosa risata interiore. Perdi
l’equilibrio. Cadi. Ma non hai paura. Perché stai cadendo, è
vero. Ma sei una piuma. E l’impatto con ciò che troverai, qualunque
cosa esso sia, non ti preoccupa minimamente. La tua risata invade la gola,
la gorge, come dicono i francesi, e la devi sputare. La liberazione ti rende
ancora più leggero e neanche ti accorgi di avere già toccato
terra. (IX) E’ a quel punto che ti domandi quanto tempo hai impiegato
per percorrere la linea d’aria e sei colto dal timore di non saperti
dare una risposta. “Non è possibile – gridi – io
non ho paura”. E infatti è così. Ruoti la testa, come
se volessi sciogliere i muscoli. E godi della brezza che l’Est ti regala,
respirandola fino a sentirla parlare. (X) Ha una voce del tutto simile a quella
di un piccolo insetto. Non avevi mai fatto caso alla somiglianza ma ne sei
felice, perché ti sembra di conoscerla da secoli. E pensi che non avrai
nessuna difficoltà ad intavolare una dotta discussione sui moti astrali.
E tuttavia la ascolti, senza dire nulla. E ti sembra che sia accompagnata
da un suono che hai, ancora una volta, già sentito…(XI) Improvvisamente
ti ricordi gli anni delle scuole elementari, la lezione di pianoforte, le
donne di casa che ti pizzicano le guance fino a farle diventare viola. Ma
lo fanno con amore. Non è loro intenzione massacrarti l’epidermide.
Ma ti giri. E scappi…corri…qualcosa ti acceca appena varcata la
soglia (XII)…la strada…è libera. Ancora una volta la luce
filtra… …E tu sei sul tetto della tua auto, sui viali di Bologna,
alle 9:58 e 22 secondi. E, in lontananza, vedi l’incidente che ha creato
tutto questo: un disco volante, di segni e sconosciute sequenze numeriche,
ha urtato il mondo. Ma ora è tutto finito. E puoi tornare a casa.
Freak Out
Vittorio Lannutti
Mattia Coletti e Xabier Iriondo continuano, per nostra fortuna, ad incrociare
le loro strade e a deliziarci con lavori, seppure estemporanei, preziosi,
con l’essenziale valore aggiunto di essere liberi. I due chitarristi
(per chi non lo sapesse, il primo già con i Sedia, mentre il secondo
ha lavorato, oltre che con i migliori Aferthours, con Six Minute War Madness,
A Short Apnea e Un code Duello) si lasciano andare a dodici brani minimali,
essenziali, ma volendo anche volatili, proprio come la polvere. I brani sono
quasi tutti strumentali e sono senza titolo, quando vengono accompagnati dalle
voci, queste non hanno nulla a che vedere con la melodia, essendo brevi cenni
di lamento o cori poco chiari. Creatività ed improvvisazione sono il
vero humus di questo Cd, insieme ad un personalissimo modo di interpretare
il minimalismo che stranamente, viene compensato, proprio dalla ricchezza
di piccole sonorità tante diverse tra loro, comprese in ogni canzone.
Il Cibicida
Riccardo Marra
Sperimentare poi tornare. Sperimentare e poi tornare. Ma poi ripartire e poi
fermarsi, finta, falsa partenza, falso allarme, poi tornare. Xabier Iriondo
(Afterhours, SixMinuteWarMadness, A Short Apnea) e Mattia Coletti (Zeno) arricchiscono
con l•ennesima parabola di musica d•avanguardia quel catalogo
•pozzo senza fondo• che è la Wallace Records. Parliamo
del progetto •brand: new• Polvere: esplorazione dei territori
legati al mondo acustico ed elettroacustico arrangiato ed elaborato in presa
diretta con le nuove diavolerie in software che la tecnologia mette a disposizione.
Dal punto di vista della gamma strumentale, •Polvere• è
un istintivo, improvvisato e caotico laboratorio di chitarre acustiche, chitarre
elettriche, oboe, strumenti a fiato, colpi di macchina da scrivere tutto mescolato
in incedere paranormali. E• proprio una lastra impazzita di brusii,
lamenti, accordi masticati, scoppiettii strumentali e caos urbano, quello
che esce fuori dalle sei tracce del mini disco. Quando c•è un
passaggio armonico disteso c•è sempre, poi, una pioggia improvvisa
(mica tanto) che irrompe sul cammino della suite drogata. Avete presente quando
si lascia per sbaglio il microfono acceso in uno studio di registrazione?
Beh gli •attacca e stoppa• lunghi un disco, sembrano proprio quelle
sperimentazioni, quelle prove, quei tentativi rigurgitati, istintivi, di qualcuno
che prova, riprova e poi si ferma. Iriondo e Coletti non arrossiscono nel
presentare un album complesso, deflagrante a tratti, concettuale fino allo
stremo, inzuppato di acqua piovana, che un merito ce l•ha di sicuro:
è qualcosa che non avete mai ascoltato e che, probabilmente, non ascolterete
mai.
Antonio Baciocchi
Radiocoop
"Polvere è chitarre acustiche ed elettriche , percussioni e suoni
trovati".
Xabier Irondo (già Afterhours , Six Minute War Madness , A Short apnea
, Uncode Duello , Tasaday) e Mattia Coletti (di recente autore di un pregevole
esordio solista , già con i Sedia) uniscono le forze in 12 aspri ,
urticanti brani "aperti" , dove atmosfere elettroacustiche si assommano
a rumori percussivi in un mix primitivo e istintivo. L`approccio può
sembrare solo apparentemente ostico , in realtà avvolge e stimola.
Da ascoltare.
Movimenti Prog
Donato Zoppo
Terra che si sbriciola e vola, musica come polvere che si dissolve, si nasconde
negli angoli, negli anfratti... suggestiva e affascinante l'operazione della
premiata coppia Coletti-Iriondo, ben stimolata dalla Wallace Records nelle
proprie scorribande di liquefazione sonora, di ricomposizione e "polverizzazione".
"Polvere" è un disco che porta subito alla mente le opere
del duo Jugalbandi (chitarra e batteria) ma si colloca sul versante elettroacustico:
bizzarro, surreale, sfuggente e difficile da inquadrare, "Polvere"
è un disco che barcolla, incede lentamente, spiazza ma conquista per
il metodo, elaborazione elettronica in tempo reale su una base fatta di chitarre
e percussioni. Due distinte personalità che si incontrano, folk e minimalismo,
elettronica, kraut e noise, vagheggiamenti blues e pulsioni da studio, per
un evento sonoro avanguardistico e sperimentale, di ottimo livello.
Chain DLK
Andrea Ferraris
Right after having reviewed End Of The Summer, Coletti and Iriondo are back
with Polvere and this time it's a full length that's following a good debut
3" mcd. Xabier Iriondo really learned how to make it all sound since
like I've been repeating before every sound is forged and shaped and consequentially
recorded with a great sound engineering ability. Polvere by some means is
the avant/kraut folk project of this couple of musicians and beside the experimental/post-psychedelic
characteristics of the cd it shows their melodical/acoustic virtues. Weird
samples, electro-acoustic pastiches and acoustic instruments marry acoustic
or non distorted guitars with their usual seventy-cut but in a truly melodious
style. Imagine Gastre Del Sol playing with Cul De Sac or Fahey and jamming
together with undistorted/softest Faust or even Can, well•you•re
probably on the right way to identify this unconventional object. The plastic
cover itself is a real piece of heart and together with the top notch recording
makes this object valuable of you money. High quality as one can expect and
if you're into the majority of projects connecting Coletti and Iriondo you'll
almost certainly like it. Polvere• sound probably works better on briefer
length but some episodes are definitely interesting.
Blow Up
Stefano Isidoro Bianchi
C' e l' aveva annunciato giusto un paio di mesi fa nell' articolo sull' avant
blues e adesso eccolo, il primo paro dei POLVERE, progetto di XABIER IRIONDO
(chitarra, melodoca, kazoo, elettronica, voce) e MATTIA COLETTI (chitarra,
percussioni, clarinetto, voce ). In maniera molto simile a quanto operato
da ekkehard ehlers nel suo nuovo album, la sintassi country-blues che sta
alle fondamenta della musica diventa , nelle mani dei due musicisti odore
e sapore ecodistante, sformata e distorta, si fa improvvisazione "ragionata"e
manuale di catarsi e sopravvivenza: uno sfigulio di slide, una voce rifratta
, qualche accorso scomposto e ripreso, un ritmo barcollante. Ma c' è
anche dell' altro in queste 12 tracce dai titoli impossibili: una vena di
arcaico jazz che sfiora il cabaret (n 4) , una scala quasi melodica (n 5)
, qualche formula simil.rock (n 6, 7 ) e raga (n 8). L' iunica riserva che
si potrebbe avanzare è per l' uso delle voci volutamente non lineari
e spesso efficacissime (n 1 , n 4) ma che in certi casi tramettono l' idea
di un gioco ironico forse fuori luogo (n 2 n 11). In ogni caso un bell' acolto
e una vnetat per tutt l' out rock italiano
Komakino
Paolo Miceli
Second chapter for prolific Mattia Coletti (see past komareviews about Sedia,
as well His soloist project..) and Xabier Iriondo (read about Uncode Duello,
Tasaday). Microphones are open to the concrete sounds of pastoral nature,
clinking glasses (the so-called 'field recordings', practise dear to Gastr
Del Sol, just to cite a Name), avant-garde movements of acoustic guitar plays,
minimal percussions and electronica, blues lullabies, meta indian cants and
suffocated grudges. Twelve tracks of self-satisfaction in free improvvisation.
Good for reading a book, to work, to fall asleep, not exactly for a relax,
- although its low volume will never interrupt Your attention.
Capitolo secondo per i prolifici Mattia Coletti (leggi passate komarecensioni x Sedia, come per il suo progetto solista..) e Xabier Iriondo (leggi riguardo Uncode Duello, Tasaday). - I microfoni sono aperti ai suoni concreti della natura campestre, al tintinnio dei vetri (i cosìddetti field recordings, pratica cara ai Gastr Del Sol, giusto per citare un Nome), movimenti d'avanguardia in gioci di chitarra acustica, percussioni ed elettronica minimale, cantilene blues, canti indiani e grugniti soffocati. Dodici tracce di autocompiacimento nell'improvvisazione più libera. Buono per leggere un libro, per lavorare, per cadere addormentati, non esattamente per rilassarsi, per quanto il volume basso non interromperà mai la Vostra concentrazione.
Sands Zine
Alfredo Rastelli
A chiudere il cerchio, il full-lenght d’esordio dei Polvere, progetto
nato proprio nell’ambit o della Mail Series. Ancora una volta Xabier
Iriondo e Mattia Coletti insieme, ancora una volta animati dagli stessi intenti
ma con diversi risultati stavolta. Come affermano i due, la loro musica è
in divenire e le differenze si avvertono già a primo acchito: il suono
stavolta viaggia più a cavallo tra tradizione e sperimentazione (influenzato
probabilmente anche dalle ultime uscite di Mattia Coletti), maggiormente focalizzato
sulla composizione, più strutturato e ‘fisico’ del precedente.
Da questo punto di vista, bellissima è l’apertura del disco con
un canto ancestrale perduto nei meandri del tessuto chitarristico. Si ripercorre
via via, nel corso di tutto il lavoro, una strada a ritroso, dalla sperimentazione
rock al folk, al blues, al soul, all’avanguardia, fino alla (ri)scoperta
delle proprie origini, fisiche e mentali. Bellissimo.
Il Mucchio Selvaggio
Alessandro Besselva
Un disco a suo modo roots, pieno di corde pizzicate e stropicciate, di fantasmi
blues, di suoni e voci evanescenti, con un immaginario rurale passato sotto
i ferri dell’improvvisazione ma duro a morire, questo esordio sulla
lunga di stanza del progetto Polvere, dopo un mini album uscito nel 2003 per
le Mail Series di Wallace. Il duo costituito da Xabier Iriondo e Mattia Coletti
dei Sedia riesce a bilanciare abilmente la riverenza nei confronti di un’idea
spartana di blues (in un disco che è, per molti versi, tradizionale,
a partire dal timbro degli strumenti) con una buona dose di temerarietà
nello scombinarne i codici, senza comunque sconfinare nell’astrattismo
più radicale. Le composizioni se ne restano così a metà
strada tra una dimensione prettamente acustica (qualche esempio: il brano
che, senza titolo come tutti gli altri, chiude il programma, oppure il secondo
in scaletta, dove una chitarra acustica convulsa e spezzettata procede a tentoni
tra detriti vocali disseminati qua e là, non molto distante dai territori
prediletti da John Fahey e Davey Graham, o ancora il successivo, più
lineare, un arpeggio appoggiato sul suono sfasato dell’elettrica che
ritorna, circolare) e una vena più sperimentale, come nella strana
sinfonia di collage sonori che va a costituire la quinta traccia. Tra Leadbelly
e gli A Short Apnea, volendo sintetizzare all’osso: un percorso affascinante
e azzardato, che però funziona ben al di là degli stimoli improvvisativi
che l’hanno generato
In Your Eyes
Dolorean Gray
Nuova proposta da casa Wallace, confezionata dal duo Mattia Coletti/Xabier
Iriondo. La fagocitazione sonora alla quale ci sottopone la coppia è
un’ architettura profonda e calda, una dendriaca pulsione oltre il blues,
una commistione di fragranze intimiste e di palpitazioni palustri, dove trovano
espressione le sperimentazioni che sembrano scaturite da un ipotetico incontro
tra Devendra Banhart, John Cage e un qualsiasi menestrello di strada a New
Orleans. La ricerca musicale del disco scala i muri dell’urbano, va
a scovare i vuoti esistenziali della contemporaneità attraverso una
musica delle radici. Si può parlare di un assemblaggio di dodici tracce
che sviluppano più che un susseguirsi di canzoni, un percorso vero
e proprio. Dei trentasette minuti che compongono la durata del cd, troviamo
i picchi più alti nel brano #1, dove la voce fuoricampo di Mattia si
fonde geometricamente nell’ intelaiatura condotta magistralmente dal
già Afterhours Iriondo e nella minimal-folk, se così si può
dire, del brano #9, dove sperimentazione e tradizione trovano sodalizio in
maniera impeccabile. Una buona opera prima che però dovrà fare
i conti con quello che sarà il processo evolutivo/ creativo stesso
dei due, che a mio avviso suona tanto estemporaneo ed ispirato, quanto a tratti
nutrito di un’ equilibrio non troppo stabile e convinto
Free Music
Pavel Sajfert
To co predvádí Mattia Coletti na svém sólovém
albu, se dostává ke slovu i na bezejmenném dlouhohrajícím
debutu dua Polvere, jen mimo neho tvorí ješte Xabier Iriondo
(Uncode Duello, Tasaday). Elektroakustický materiál nabízí
jak podivínský folk, tak noise výpady elektrických
kytar, ambient i svérázné pokusy o písnickové
formy. Rozhodne bych ty nezrídka mrazive znepokojující
kompozice nechtel poslouchat sám na opuštené horské
chate v jednu ráno za úpení vichrice (odtud asi ty asociace
s psychohororem Stanleye Kubricka Osvícení s Jackem Nicholsonem
v hlavní roli).
Rock It
Sandro Giorello
“Polvere” è l’ennesimo disco Wallace records dove
Mattia Coletti e Xabier Iriondo si trovano a suonare insieme. Per chi non
li conoscesse: il primo è il chitarrista dei Sedia, tempo fa era stato
acclamato su queste pagine per “Zeno” - uscito nel Novembre 2005,
sempre per Wallace. Il secondo, Xabier, ha un passato ben più tortuoso:
bello senz’anima negli Afterhours, lascia il gruppo per “divergenze
artistiche e personali” e si lancia in una serie di esperienze di cui
è difficile fare un elenco completo, tanto ce ne sarebbe da scrivere.
Segnalo i più noti: Sixminutewarmadness, A short apnea, Tasaday, Uncode
duello. Anche questi quasi sempre su Wallace. Ora, non giudico la prolificità
di questa cricca di artisti in maniera negativa, l’opinione più
comune potrebbe essere quella che dischi del genere si somigliano tutti e
che vengono fatti giusto per far passare il tempo – perché immagino
che nessuno si osi a pensare che tali produzioni mirino ad un possibile ritorno
economico. E in effetti gli ultimi dischi che mi sono capitati dove è
presente l’accoppiata Coletti-Iriondo un po’ si assomigliano.
Ancora non mi spiego come mai continuo a sentire e risentire “Zeno”
e non questo “Polvere”. Mi entusiasma poco. Probabile l’overdose
raggiunta, o i miei singoli stati d’animo – e quelli mica li controlli.
Perché, in effetti, i due dischi si somigliano molto. A quest’ultimo
è stata aggiunta una vena blues un po’ più marcata, un
utilizzo di voci nere o cose simili, tutto frullato nelle pile di rumori accatastati,
alle varie e possibili rielaborazioni sonore, gli arpeggi ciclici e via discorrendo.
Ci sono bei momenti, quasi solari. Pezzi che assomigliano più al post-rock.
Altri che somigliano più a vere e proprie ballate. Il tono negativo
di questa recensione è solo dipeso dal dubbio che mi si insinua sempre
quando mi accosto a dischi del genere. Perché, ripeto, “Zeno”
è un capolavoro. E all’inizio “Polvere” mi sembrava
più o meno un suo pari. Ma poi si è riscoperto molto più
pesante, decisamente meno toccante. Insomma, coinvolge meno. E’ vero
che i dischi devono avere il tempo per farsi apprezzare, e penso che valga
più per l’avanguardia che per gli altri generi, ma al momento
non mi va di rimettermi all’ascolto per l’ennesima volta –
perché l’ho ascoltato veramente un mucchio di volte. Cercherò
di risentirlo più in là, anche se posso azzardare a scrivere
che forse questi personaggi stanno affollando un po’ troppo i miei ascolti.
Cercando di prevedere il futuro, – perché già vedo sulla
mia scrivania un nuovo disco, Xabier Irondo + Zu - temo che ci si avvii ad
avere un catalogo Wallace simile quello Tzadik, con un Iriondo al posto di
un Zorn. Voglio bene ad entrambi ma - pensiero più che banale - preferisco
Zorn.
Sentire Ascoltare
Stefano Pifferi
Musica come polvere, ossia come stratificazione invisibile e impalpabile,
eppure onnipresente. Questo propone il duo più avant della scena (un
tempo) rock italiana. Pezzi privi di titolo, privi di voce (a parte qualche
sporadico sample), pezzi privi di musica, ma non per questo privi di essenza.
Pezzi scarni e scabri, granulosi e al tempo stesso leggeri e lievi esattamente
come la polvere. Elettroacustiche visioni domestiche di due tra i più
coraggiosi autori di musiche altre dell’intero panorama italico. Musica
autistica quella di Polvere, ma molto più messa a fuoco del precedente
omonimo uscito per la Mail Series della Wallace. Minimale, sfocata, quasi
fuori sincrono come fosse la versione su pentagramma dei deliri notturni di
Ghezzi che amerebbe definirla musica-gerundio, musica in divenire sempre pronta
a variare di forma e sostanza adattandosi agli umori improvvisativi dei due
genietti del (fu) rock italiano. Textures quasi ambientali, suoni di chitarre
come drones liberi e pulviscolari ai quali si unisce un sottofondo profondamente
rock, ora bluesy, ora folk che emerge con prepotenza nella autistica linea
di chitarra che prelude ai singhiozzi strumentali del clarinetto e al lamento
da psicotico vagabondo di Traccia 2. Musica minimale, volatile e libera, ora
ancestralmente amica (Traccia 3) ora inquietamente ossessiva tra rumori di
fondo, contrappunti strumentali e increspature vocali (Traccia 4) ma soprattutto
polverosa, nel suo essere al contempo granulosa e leggiadra. Il microcollettivo
che ruota intorno alla disgregazione degli A Short Apnea dimostra per l’ennesima
volta il proprio enorme potenziale nel trattare la sperimentazione in campo
rock nelle sue più diverse forme, dall’avant-blues all’improvvisazione
passando per il minimalismo. Se solo fossero nati all’estero sarebbero
il caso del momento, invece di essere una sparuta ma ostinata eccezione nell’asfittico
panorama italiano.
In your Eyes Zine
Dolorian Gray
Nuova proposta da casa Wallace, confezionata dal duo Mattia Coletti/Xabier
Iriondo. La fagocitazione sonora alla quale ci sottopone la coppia è
un’ architettura profonda e calda, una dendriaca pulsione oltre il blues,
una commistione di fragranze intimiste e di palpitazioni palustri, dove trovano
espressione le sperimentazioni che sembrano scaturite da un ipotetico incontro
tra Devendra Banhart, John Cage e un qualsiasi menestrello di strada a New
Orleans. La ricerca musicale del disco scala i muri dell’urbano, va
a scovare i vuoti esistenziali della contemporaneità attraverso una
musica delle radici. Si può parlare di un assemblaggio di dodici tracce
che sviluppano più che un susseguirsi di canzoni, un percorso vero
e proprio. Dei trentasette minuti che compongono la durata del cd, troviamo
i picchi più alti nel brano #1, dove la voce fuoricampo di Mattia si
fonde geometricamente nell’ intelaiatura condotta magistralmente dal
già Afterhours Iriondo e nella minimal-folk, se così si può
dire, del brano #9, dove sperimentazione e tradizione trovano sodalizio in
maniera impeccabile. Una buona opera prima che però dovrà fare
i conti con quello che sarà il processo evolutivo/ creativo stesso
dei due, che a mio avviso suona tanto estemporaneo ed ispirato, quanto a tratti
nutrito di un’ equilibrio non troppo stabile e convinto.
Mescalina
Alfonso Fanizza
Celati dietro al progetto musicale denominato Polvere troviamo due tra i musicisti
più proliferi della nostra scena indipendente degli ultimi tempi, vale
a dire Mattia Coletti e Xabier Iriondo. Il primo, nonostante la giovane età,
si dimostra uno dei più energici ed imperterriti attivisti del settore,
distinguendosi come portavoce di diversi progetti tra i quali spicca la sua
militanza nella formazione noise-rock sperimentale dei Sedia. Il secondo,
invece, è un vero e proprio veterano della specie, impossibile dimenticare
la sua decennale esperienza in uno dei gruppi che hanno fatto la storia dell’indie-rock
italiano come gli Afterhours. Coletti ed Iriondo già due anni fa avevano
proposto un assaggio del loro incontro realizzando un mini album auto-prodotto
sempre sotto il marchio Polvere ed ora ritornano sulla scena con un nuovo
album fatto di quasi 40 minuti di pura sperimentazione sonora divisi in dodici
composizioni esibite senza un titolo definitivo. Un progetto stravagante frutto
di una sofisticata elaborazione sonora che la coppia ottiene con l’impiego
di chitarre elettriche ed acustiche accostate, in alcuni episodi, a percussioni,
a strumenti di vario genere (come un kazoo ed un clarinetto) o all’utilizzo
di una varietà di suoni e rumori del fare quotidiano. Un lavoro particolare
dove i due giocano e si divertono con la strumentazione a disposizione ed
incuranti del prodotto finale giungono a materializzare brani improvvisati,
istantanei e difficili nei quali risulta impossibile cogliere le diverse sfumature
che li rendano tutto sommato soddisfacenti. Nella suddivisione e condivisione
dei ruoli, la coppia Iriondo-Coletti si prodiga nello sfoggiare il proprio
virtuosismo strumentale, manifestando ottime doti da musicisti. Un’opera
dove la sperimentazione lascia spazio alla nascita di brani dal forte carattere
a volte folk ed a volte blues, filtrati a tratti con il noise. Le composizioni,
principalmente strumentali, si concretizzano attraverso delicati intarsi di
chitarra, arpeggi e interventi vocali, laddove presenti, leggermente accennati,
sussurrati ed in alcuni frangenti tramutati in lamenti. Un disco di cui salverei
pochissime cose e che ci mostra due musicisti ben lontani da quelli che siamo
soliti apprezzare, quando assolvono ai loro ruoli effettivi. Preferiamo il
Coletti sfrenato ed ispirato che abbiamo lodato con i Sedia ed un Iriondo
dei tempi d’oro che furono.
Radio Coop
Antonuio Bacciocchi
"Polvere è chitarre acustiche ed elettriche , percussioni e suoni
trovati". Xabier Irondo (già Afterhours , Six Minute War Madness
, A Short apnea , Uncode Duello , Tasaday) e Mattia Coletti (di recente autore
di un pregevole esordio solista , già con i Sedia) uniscono le forze
in 12 aspri , urticanti brani "aperti" , dove atmosfere elettroacustiche
si assommano a rumori percussivi in un mix primitivo e istintivo. L`approccio
può sembrare solo apparentemente ostico , in realtà avvolge
e stimola. Da ascoltare.
Music Alutis
Net pavadinima disko sunku perrašyti, tai ka jau kalbeti apie muzika...
Akustinis krapštkizmas, kakuom primenantis IVTKYGYG ar LETHE ilgas
tylias improvizacijas. Iškarto matosi, kad nesurepetuota, o tiesiog improvizacijos
irašytos tiesiogiai studijoje. Susiklauso gan tvarkingai, bet n)oras
perklausyti antra karta vargu ar kiltu. Ivertinimas
Kathodik
Rino Borselli
Primo album sulla lunga distanza per i Polvere, il duo formato da Xabier Iriondo
e Mattia Coletti dei Sedia che aveva esordito nel 2003 con il CD 3”
uscito per la MailSeries della Wallace. Quello che i due prolifici chitarristi
ci consegnano è un disco di vagheggiamenti elettroacustici, musica
in divenire intenta a comporre e scomporre strutture musicali giocando con
tradizione e sperimentazione. Dentro intelaiature folk-blues (molto belle
quelle dei brani #6, #8 e #2) di chitarra acustica si incastrano a dovere
inserti elettronici minimali, nastri, clarinetto, chitarra elettrica, field
recordings e rumori percussivi. A volte sembra quasi di sentire un incrocio
fra A Short Apnea e Gastr del Sol. I brani, tutti senza titolo, sono per lo
più strumentali: la voce compare, sporadica ed evanescente, sotto forma
di deliranti nenie blues (il brano #1 e il #6) o di cori lamentosi e distanti
(#2). Sicuramente un disco interessante ed apprezzabile, anche se, va detto,
non mancano momenti interlocutori e autocompiacenti. Del resto il rischio,
con progetti del genere, è proprio questo.