UNCODE DUELLO
s/t

wallace 56
13 tracks
49"
2004
CD digipack

mp3 : PPP

Blow Up
Massimiliano Busti
La massa d'energia condensata in quella creatura minacciosa e terribile chiamata A Short Apnea, oggi deflagra scomponendo il proprio nucleo in una serie infinita di progetti a margine, di cui Uncode Duello non è che la più recente testimonianza. Paolo Cantù e Xabier Iriondo registrano un album che inocula nell'ascoltatore lo stesso buio livore de "Illu Ogod ... ": é la medesima aria nera che affanna il respiro, mentre un pulviscolo nero e soffice si annida nei polmoni e inizia la sua azione nefasta. Sono le ceneri del rock che si dissolvono, spazzate via da chitarre che non vogliono più saperne di armonia e intonazione, da voci strozzate in gola, da percussìoni che negano l'idea stessa di ritmo. Uncode Duello è una danse macabre parossistica e sfrontata, profanata con superbo distacco (la filastrocca, di Nursery Rhyme, il coro che squarcia l'insostenibile angoscia dì Debut Rescue) e scandìta da apparizioni fantasmatiche (i nastri in Riso Spezzato, la voce di Pasolini in PPP) che addizionano di ulterìore pathos una narrazione già di per se' drammatica. Musica austera, senza compromessi, che scende in profondità e scarnifica i nervi

Music Boom
A seguire Paolo Cantù e Xabier Iriondo, due nomi e una garanzia. Accanto al progetto Tasaday e in seguito alle concluse esperienze con Six Minute War Madness (la storica formazione che ha donato il nome per assonanza al festival) e A Short Apnea, le circostanze della vita portano i due ad esprimersi in questo nuovo progetto tutto personale. Si impongono immediatamente con un impatto distruttivo tanto da non lasciare dubbi: ci sono tutte le carte in regola per farne i re della serata. Xabier, ricordiamo già chitarrista degli Afterhours, ci regala splendidi suoni dal suo laptop cromato Apple e strumenti di sua personale realizzazione: corde ed archetti, sinfonie ed alchimie perfette di rumori e dissonanze. Loop, microcampionamenti e delay effects riempiono gli spazi tra cambi di strumenti, voli pindarici ed eclettici a comporre un soundscape definitivamente perturbante. Paolo Cantù martellatore di chitarre ci regala attimi splendidi con il suo clarino, occhi estasiati hanno fissato la sua figura ormai ipnotica mentre i timpani vibravano galvanizzati dalla sua performance. Un incantatore di serpenti.


Comunicazione Interna
Nazario Graziano
E' un senso di ansia e tensione quello che si avverte ascoltando i 48 minuti di Uncode Duello, titolo di un disco nonchè del progetto che vede in cabina di regia due mostri sacri della musica sperimentale italiana quali Paolo Cantù e Xabier Iriondo. Un disco difficile da inquadrare e da "raccontare", quando a comunicare emozioni non è la "classica" melodia ma una serie di divagazioni rumoristiche. Un disco d'avanguardia che unisce al noise analogico, nastri, voci sparse e strumenti artigianali di ogni sorta, legando il tutto con un filo rosso che apre in maniera sotterranea al free-jazz ("Growin'down"), alla musica di frontiera ("Finale"), alla fusion ("Soundtrack for UD"), al noise rock ("Free Steps") ed anche al ben noto post ("L'alba del disagio"). Questo e tanto altro è Uncode Duello, un duello senza leggi e senza codici tra due spadaccini che si "affrontano" a viso aperto sostituendo al fioretto, strumenti musicali di ogni sorta. Un disco nero ed oscuro, avvolto da una nebbia densa in cui ogni rumore mette inquietudine e paura. Uncode Duello è l'armadio in cui Xabier e Paolo racchiudono tutti i fantasmi che gli A Short Apnea avevano liberato dagli scantinati del suono.
PS: ascoltate al buio "Anatomy Collides" e fatemi sapere.

I-Dbox
L'album degli Uncode Duello è un bunker inespugnabile. Da cui non trapela nulla. Né musica, né emozioni. Una sorta di loggia massonica per i pochi eletti che riescono a decifrare la spregiudicata creatura di Paolo Cantù e Xabier Iriondo. Chi non possiede l'apertura mentale necessaria per tentare un approccio a un disco simile fa meglio ad andare da qualche altra parte. Il titolo del "brano" iniziale, "L'Alba Del Disagio", è eloquente. Il disagio che si prova ascoltando un lavoro come questo è grande. La formula del caos senza soluzione di continuità, con le chitarre dissonanti e le batterie percosse brutalmente, talvolta riesce a scalfire il muro di autoreferenzialità che separa la band dall'ascoltatore ("In Collisione" e "Riso Spezzato"). Poi però tutto diventa eccessivo. E di fronte a questa esibizione di free rock intransigente non si può fare altro che alzare le mani in segno di resa, non essendoci né pathos né emozione. Sbaglia chi parla di musica cerebrale. Perché questo album, più che un esercizio intellettuale, sembra uno sfogo viscerale. Quando gli Uncode Duello si ricordano di essere dei compositori è troppo tardi. "Debut Rescue" arriva verso la fine del disco. Ma quei pochi secondi di - bella - melodia valorizzano gli altri otto minuti di rumori che farciscono il pezzo. Stesso discorso vale per "Finale". Non si poteva allora sfruttare di più il gioco dei contrasti tra musica e dissonanze? Prima di tirare le somme, bisogna sottolineare che quella di recensire i dischi non è una scienza esatta. Perché l'ascolto viene fatto con il cuore e il cervello, non con le orecchie. In questo caso, né il cuore né il cervello hanno risposto positivamente agli stimoli provenienti dallo stereo.

Kathodik
Marco Fiori
Il progetto Uncode Duello si configura come un ritratto che va a completare l’oramai nutrita galleria della stimata “bottega sonora” Paolo Cantù – Xabier Iriondo: due musicisti che da più di dieci anni collaborano in diverse situazioni soniche – dai mai troppo lodati Six Minute War Madness (ricordo almeno la splendida Weepin’ Willow, presente in 'Tracce Compilation' della Wallace Records, allora agli albori) agli A Short Apnea, fino alle ultime manifestazioni dei veterani Tasaday: e la lista non è completa – e che hanno raggiunto una invidiabile comprensione reciproca. Affinità che si traduce in un personale discorso compositivo/im provvisativo, costruito con un accanito e paziente lavoro sulla strumentazione adoperata – non solo le “classiche” chitarre (che i due hanno dimostrato di saper maneggiare con perizia nel corso della loro carriera: negli Uncode Duello utilizzano “electric guitars”, “table guitars” e anche una “baritone guitar”) o i tradizionali basso, organo, clarinetto; vi sono voci più o meno fantasmatiche (tra cui quella di Pier Paolo Pasolini in Prestu, Pentsakor Eta Pegatu (PPP)), “vecchi” nastri e “nuovi” trattamenti elettronici – per materializzare un “suono” minaccioso (l’atmosfera “noir” che si taglia con il rasoio in L’Alba Del Disagio) e livido (ma non sterilmente oscuro; penso ad esempio al sosia sputato di Captain Beefheart che esce fuori dalle casse in Nursery Rhyme per cantare una delirante litania simil-blues, oppure al “coro” femminile che squarcia Debut Rescue aprendo un “taglio” quasi melodico…). Anche perché la “presenza” evocata da Cantù ed Iriondo nelle sessioni del 3 novembre 2003 (al Tray Studio) e del 19 gennaio 2004 (all’Arciblob) è stata poi nutrita da contributi forniti da altri musicisti: innanzitutto i batteristi Cristiano Calcagnile (le cui bacchette hanno contribuito, ad esempio, alla fortuna del trombettista Giovanni Falzone, col suo Contemporary Ensemble; in generale, dove il “jazz” italiano si ascolta nelle sue forme meno sclerotizzate e più interessanti Calcagnile c’è) e Lucio Sagone (motore ritmico dei Cods di Christian Alati e Massimo Giovara e pure dei Ronin di Bruno Dorella) coprono le tredici tracce del CD spaziando da movenze “free” a percussioni “concrete” (prevale il secondo aspetto), mentre Alberto Morelli (già Dissoi Logoi e Ear&Now) suona il piano preparato in due brani. Alla voce della “presenza Uncode Duello” contribuiscono poi lo stesso Morelli, Federico Ciappini (vecchio amico dai tempi dei Six Minute War Madness) che aleggia in Free Steps, mentre Andrea Reali (da ascoltare in un altro progetto pubblicato dalla promettente Ebria Records, ovvero Nippon & The Symbol) propone le sue vocalizzazioni in Anatomy Collides. Il già citato Ciappini, in una presentazione del CD, conclude che la musica ivi proposta è “una colonna sonora eccellente per questi anni” angosciosi (speriamo che qualche “filmaker” italiano se ne sia accorto o se ne accorga nel 2005…); sicuramente dimostra la perseveranza di Xabier Iriondo e Paolo Cantù nel perseguire un confronto musicale complesso e certamente non “popolare”, ma che permette loro di comunicare sensazioni non epidermiche e volatili

Lift
Avanguardia. Questo banalmente il termine che sovviene quando si ascolta per la prima volta "UNCODE DUELLO". Un insieme di note strappate al silenzio ed assemblate sapientemente col fine di veicolare frammenti spigolosi di emozioni, destrutturare rassicuranti consuetudini, sdoganare inusuali riflessioni. Fuor di metafora "UNCODE DUELLO" non è altro che l'ennesima creatura di Xabier Iriondo e Paolo Cantù - ex Afterhours, ex Six Minute War Madness, ex Tasaday, ex A Short Apnea -, artisti che nel tempo hanno abituato il proprio pubblico ad una formula musicale libera da schemi e che non rinunciano, anche in questa occasione, a proseguire nella stessa direzione. Questa volta i due, abbandonate le dilatate evanescenze a nome A Short Apnea, se ne escono con 13 cavernosi strumentali sulla breve distanza dai toni poco rassicuranti. Tra rumori di fondo e vociare confuso, lamenti strazianti e campionamenti diffusi, emerge l'anima del disco, divorata da fendenti di chitarra che ritagliano dolenti nevrastenie, cullata da fiati allusivi che odorano di free jazz, resa palpabile da accenti sonori d'ambiente e schizzi sparsi di batteria. I brani - rari i casi in cui superino i cinque minuti - sono strutturati come brevi capitoli di un progetto sonoro che vuole dare un volto alla realtà che ci circonda, con la confusione, l' angoscia, il cinismo che la pervade. Il disco spazia dal jazz colemaniano di Free steps all'inno "lisergico" di Turnontuneindropout - questa volta la massima frutto dell'ingegno psichedelico di Timothy Leary sottintende il sintonizzarsi col caos circostante- dal levarsi angosciante de L'alba del disagio alle rimembranze vagamente pinkfloydiane - quelli di Astronomy domine - di Debut rescue, dall'inesorabile scorrere inverso di Soundtrack for UD alle atmosfere rarefatte di Finale. Il tutto, nonostante sembri il frutto di soluzioni strumentali estemporanee, mostra sottopelle un'innegabile tendenza al perfezionismo che preme perchè ogni dettaglio sia strettamente legato all'altro, nell'ottica di un suono che proprio dai dettagli trae la propria ragion d'essere. Cantù e Iriondo, pur non venendo meno all'esigenza ormai consolidata di creare un disco che con brani tradizionalmente intesi non ha molto a che vedere, riescono questa volta a sintetizzare un sentire che dimostra un fascino sottile, ascrivibile alla capacità che possiede lo stesso di prendere per mano l'ascoltatore e di guidarlo con attenzione in un labirinto di suoni "difficili", fino al termine dell'opera. Un'opera inquietante, beffarda, maniacale, corruttrice ed intrigante, che ha il poco rassicurante merito di assomigliare ad una sorta di concept sul mondo moderno, dalla sua nascita passando per il decadente declino fino all'inevitabile finale.

Freak Out
Paolo Cantù e Xabier Iriondo. Due nomi di primo piano, ovviamente due veterani del "circolo" di musicisti che osano in un area, quella di Milano, che invoglierebbe a tutt'altre questioni musicali - decisamente più facili. Pur nelle infinite combinazioni in cui li abbiamo visti suonare (Tasaday, A Short Apnea, e prima ancora Six Minute War Madness), mancava ancora una creatura "tutta" loro. Dopo 12 anni questo "evento" finalmente arriva: Uncode Duello, duello senza codici. E in ballo stavolta c'è anche la (quasi) neonata Ebria records - degna "cugina" (brianzola anch'essa) di Mirko e Wallace -, con I/O e oVo come primi due episodi del suo catalogo. Oddio, soli soletti Paolo e Xabier non sono, ma sappiamo come vanno queste cose: in ballo c'è una miriade di suoni, e pur in un furioso testa a testa tra due chitarre (più clarinetto, organo e voci, tutto in loro mano) c'è sempre bisogno di qualcuno (Cristiano Calcagnile e Lucio Sagone) che picchi un po' su piatti e tamburi. Cosa dire su Uncode Duello che già non si è detto su Cantù e Iriondo? Che sicuramente rispecchia lo stato dell'arte nella concezione musicale che i due sperimentatori hanno. Fino a questo momento, ovviamente, perché, come anche l'evoluzione dei Tasaday insegna, non è affatto escluso che il tempo a venire possa vedere i due spingersi ancor oltre. E per ora Uncode Duello è un'esplorazione su territori dove non batte un raggio di sole che sia uno, coperti di nubi gravide di incubi e pessimismo, dove manca qualsiasi gancio con materiale riconducibile a terminologie che ne permettano una più agevole identificazione. "Uncode Duello" è un disco che procede con lentezza, pieno di pause "tattiche", di ripartenze (è in 'Nursery Rhyme', e soprattutto in 'Turnontuneindropout', forse l'episodio più "carico" di suoni e significativo, che il disco decolla realmente - e parliamo della traccia #4), di bruschi stop, talvolta di ritirate, proprio come una spedizione artica o sui tetti del mondo. Potrebbe sembrare pura improvvisazione, e la componente concreta è tutt'altro che assente, ma sappiamo benissimo che nella pratica dei due chitarristi la scrittura "preventiva" è un dettaglio tutt'altro che trascurabile, e passa attraverso un utilizzo totale degli strumenti (chitarre, innanzitutto) e della tecnologia ("vecchissima e nuovissima", come riferisce Federico Ciappini - ex-bandmate dei due nei SWSM - sul website di Wallace) a disposizione. Ed è questa, forse l'essenza più pura del loro sound: scrivere l'indefinibile, l'ignoto. Ma senza mai ingabbiarlo in formule.

Sands Zine
Uncode Duello recupera e prosegue di fatto l'esperienza degli A Short Apnea senza Fabio Magistrali sempre più impegnato nel suo lavoro di produttore; rimangono i soli Paolo Cantù e Xabier Iriondo a portare a compimento una collaborazione che dura ormai da una vita (potremmo partire quando ad inizio novanta Iriondo prese il posto di Cantù negli Afterhours). Un'amicizia più che decennale che dopo essersi espressa nei Six Minute War Madness, A Short Apnea e Tasaday (e a breve anche nel Wallace MailSeries n° 4), giunge all'apice con la sfida in du(ell)o (tanti sono i giochi di parole che si potrebbero fare dal nome scelto) di cui mi accingo a trattare. In duello, Cantù ed Iriondo, lo sono sempre stati: sui palchi con A Short Apnea, o nei concerti quest'estate, dove si sono sfidati, l'uno di fronte all'altro, a colpi di efferate improvvisazioni. Adesso in questo disco omonimo trovano anche un approccio compositivo come una sorta d'armistizio. Il disco è decifrabile con l'analisi di tutte le loro esperienze passate a cui si sommano le influenze dei Faust e dei This Heat ma anche del Gorge Trio (penso a certi passaggi di growin' down (crescendo)); ritornano le schitarrate di marca A Short Apnea, gli intrecci strumentali strutturati dei Six Minute War Madness, gli incubi proto-industriali dei Tasaday, senza sottovalutare l'importanza che i due hanno avuto nel recente secondo disco dei Bron Y Aur di cui si portano appresso svariate scorie. Assistiamo ad un incontro/scontro che sa tanto di punto di arrivo, un duello definitivo girato al tramonto invece che all'alba; si, perché come tutti gli scontri decisivi anche questo è sofferto, oscuro, malato; presagi di tragedia, ricordi del passato (la pasoliniana prestu, pentsakor eta pegatu (PPP)), realtà ora nitide ora distorte si insinuano e confondono le menti (in questo senso giocano un ruolo determinante sia le voci, quelle di Cantù e degli ospiti e quelle campionate). Uncode Duello risulta però alla fine un prodotto unico nella loro produzione perché aggiunge senza togliere alcunché alle passate esperienze. Come novità c'è che Paolo Cantù ha iniziato a suonare il clarinetto e lo fa ottimamente (free steps; in collisione). Altra novità, la sezione ritmica: negli show estivi i due si misuravano con le percussioni, alternando a batterie ridotte al minimo i breakbeat elettronici del mac di Iriondo. Nel disco troviamo invece due grandi batteristi che si dividono il compito di sostenere il suono: Lucio Sagone (Cods, Ronin) e Cristiano Calcagnile (i più lo ricorderanno per la collaborazione con Cristina Donà). Insieme a loro, altri personaggi a far da padrini: un redivivo Federico Ciappini, indimenticabile voce dei SMWM (nota personale per il Ciappini: non è ora che ritorni in pista?) che produce incubi in free steps, Andrea Reali, eccellente singer dei I/O, che presta i suoi deliri volcali in anatomy collides e Alberto Morelli (altro compagno di avventura di Iriondo in EAReNOW, Dissoi Ligoi a parte). Cosa rimane da dire? Che per produrre questo disco si sono sfidati a loro volta in duello due etichette validissime: la 'sicurezza' Wallace e l'emergente ma già notevole Ebria (I/O, OvO e a breve Nyppon & The Symbol).

Live Rock
"Ma in realtà non ho detto le cose che avrei voluto e dovuto dire, e nessuno di noi riesce mai a dirle in realtà. Le cose vere e sincere si riescono a dire raramente. Forse per caso, nei momenti di ispirazione poetica. Forse". Uncode Duello. Un flusso di coscienza, strumentale, ininterrotto, lungo quarantotto minuti di ispirazione poetica. Uncode Duello sono Paolo Cantù e Xabier Iriondo. I due catalizzano in questo progetto le loro esperienze, passate e presenti, maturate in gruppi quali, tra gli altri, Six Minute War Madness, Tasaday e A Short Apnea. Il risultato è una sorta di collage sonoro ottenuto miscelando parti puramente improvvisate a voci registrate e non, rumori d'ambiente, parti elettroniche. Chitarre elettriche e baritono, basso e clarinetto, voci e organi, nastri e trattamenti elettronici, si mischiano liberamente in una spirale free cupa e tesa. Come un'esplosione che non arriva mai, le tredici composizioni qui contenute sono cariche di una tensione scura e malsana, su tutte Turnontuneindropout, Riso Spezzato e Finale rappresentano al meglio l'essenza di questo disco. Ovvero musica in libertà. Un tempo era rock, ora è materia (ri)masticata e sputata fuori. Maneggiare con cura, divora i cervelli.

Kronic
Come recitava una vecchia canzone di Eugenio Finardi, "che prima o poi sarebbe successo, tutto il mondo lo sapeva": che Paolo Cantù e Xabier Iriondo, dopo aver diviso mille volte palco, saletta e studio di registrazione all`interno di tantissimi progetti, si sarebbero prima o poi trovati faccia a faccia per lanciarsi in un nuovo lavoro interamente a loro nome, non era difficile prevederlo; e forse, per quanto da due menti tanto eclettiche sia lecito aspettarsi un po` di tutto, non era così difficile neanche prevedere quale piega il progetto avrebbe preso, visto l`universo sonoro in cui entrambe hanno prediletto muoversi negli ultimi anni. E così eccolo, finalmente, questo "duello senza codici": 48 minuti di musica in cui Xabier e Paolo, accompagnati da una serie di ospiti che sbucano qua e là, condensano quel mondo oscuro e deviato che negli ultimi anni hanno esplorato in lungo ed in largo fino imparare a gestire alla perfezione ogni sfumatura sonora ed ogni minimo rumorino, riuscendo così a fondere magnificamente il fascino inquieto dei Tasaday con la tensione nevrotica degli A Short Apnea. Un disco dalle atmosfere sofferte, ansiose e travagliate, dunque, in cui miriadi di suoni si rincorrono come immagini irrequiete che si sovrappongono in una sorta di incubo surreale in cui tutto è realistico ma niente sembra davvero reale. Crescendo di suoni spezzati, finti silenzi riempiti di inquietudini sussurrate, chitarre lancinanti, urla dantesche, dilatazioni nichiliste, frammenti sonori ripresi da altri luoghi o altri tempi ed accenni melodici che si compongono quasi per caso ma nel giro di pochi istanti vengono dissolti o massacrate: tutto miscelato in quella che potrebbe essere la colonna sonora di una versione apocalittica di "Alice nel paese nelle meraviglie". Certo, visti i due personaggi in questione, non si può parlare di un lavoro sorprendente od inatteso, ma senza dubbio della sublimazione di quell`universo sonoro teso, ostico e fascinoso di cui Xabier Iriondo e Paolo Cantù sono ormai gli autentici padroni.

Rockit
Per parlare degli Uncode Duello e del loro disco occorre parlare prima dei soggetti che ne sono coinvolti. In primis, i due musicisti, Paolo Cantù e Xabier Iriondo, giunti all'ennesimo capitolo di una saga musicale che ha conosciuto esperienze scostanti quali Six Minute War Madness, A Short Apnea, Tasaday, Four Gardens In One. Sul versante produttivo, invece, ci sono due etichette quali la Wallace e la Ebrìa che, alla Milano da bere, hanno sempre contrapposto una Milano da ascoltare con cura e attenzione, per quanto l'ascolto potesse essere intimidatorio. Basterebbero questi nomi a garantire il valore del disco, ma vale la pena aggiungere qualche parola. Per meglio dire varrebbe la pena aggiungere qualche parola se ce ne fossero in grado di esprimere compiutamente quanto è dato ascoltare. Come spesso accade nell'ambito della musica di ricerca, infatti, i termini canonici sono quanto mai carenti in fatto di precisione. Un termine come post-rock, ad esempio, cosa spiega? Già parlare di improvvisazione e jazz è più calzante, perché gli Uncode Duello procedono soprattutto in queste direzioni, incrociando gli strumenti in elucubrazioni libere e sconnesse. Occorre tuttavia aggiungere che questo stile di base si arricchisce di volta in volta delle più svariate ispirazioni. Sono perfettamente percepibili echi di ambient ("L'alba del disagio") di musica concreta ("Nursery Rhyme"), di musica orientale ("Soundtrack for UD"), di collage ("Prestu, Pentsakor eta Pegatu"), di noise-rock ("Turnontuneindropout"). Senza contare poi tutte le voci più o meno filtrate e distorte che scorrazzano in lungo in largo assieme ai più svariati strumenti tra cui spiccano, chitarre da tavolo, pianoforti trattati e fiati vari. Il penultimo brano, "Debut Rescue", sintetizza in nove minuti tutte le ispirazioni trattate nel corso dell'album. Non so quanto il disco degli Uncode Duello possa considerarsi innovativo o originale. Di certo si tratta di un album molto vario ed ispirato che sa fa ascoltare con piacere dall'inizio alla fine, sapendo essere emozionante ed evocativo. In ambito impro-jazz si tratta di pregi molto rari che vale la pena cogliere al volo

Comunicazione Interna
Luciano Mastrocola
Ninefold e Red worm’s Farm in cartellone nella terza serata; due esibizioni intervallate da un vero e proprio evento quale il set proposto da Xabier Iriondo e Paolo Cantù. I due amici di lunga data e da anni legati a progetti musicali paralleli, rievocano sul palco mitologici guerrieri greci intenti in una vera battaglia “post-rock” di pregevole fattezza. Grandioso e unico l’impatto, per un pubblico che ha goduto di un prezioso “diamante” sonoro per circa tre quarti d’ora in religioso silenzio

Alternatizine
Zurdano
Non è affatto strano ammettere che questo primo disco di Uncode Duello risulti come una conferma. Già, perché ad animare queste nuove vibrazioni in casa Wallace ed Ebria, una promettente etichetta nostrana, ci sono volti noti come Xabier Iriondo e Paolo Cantù, che già si sono affrontati in scontri chiamati A Short Apnea, Six Minute War Madness e Tasaday (e non cito come scontro gli Afterhours). In questo caso i due proseguono il discorso intrapreso in passato. Il dialogo ha lo stesso codice narrato dagli A Short Apnea, le due sessions che hanno partorito questo primo lavoro in “duello” hanno avuto due “arbitri” dietro la batteria, Cristiano Calcagnile che vanta collaborazioni con Stefano Bollani e Cristina Donà, e Lucio Sagone, membro dei Cods, giusto citarli perché sono una costante importante in tutto il disco. Il primo titolo è eloquente, l’alba del disagio, e il disagio narrato, non dalla ricerca dei due che hanno un codice tutto loro, è nell’ascoltatore che coglie da queste rare esplosioni rumoristiche un nuovo senso al suono, frutto di un’interazione cerebrale unica nata da anni di condivisioni musicali, stranamente diverso dalle evocazioni cervellotiche di A Short Apnea e lontano dal pessimismo postindustriale di Tasaday. In questo disco si scontra una carica negativa, udibili esempi nel clarinetto di Paolo Cantù in In Collisione e Free Steps e nelle voci urlanti di Turnontuneindropout, con una rabbia gelida che provoca un’emersione di suoni noise rock (vedi Debut Rescue una breve parentesi meno free, Nursery Rhyme o Riso Spezzato) o viceversa è l’approccio più duro che comunica certi stati d’animo, soprattutto nei frangenti in cui le ammirevoli incursioni percussive di prima l’uno e poi l’altro batterista diventano fondamentali. Trarne considerazioni emotive risulta però azzardato quando la “sfida” musicale tra i due musicisti (duello) possiede delle trame comunicative indecifrabili (uncode) e questo progetto non nasce da improvvisazione pura ma è risultato di un lungo studio su ascolti, strumenti, dinamiche, suoni e tecnologie che donano al gesto tecnico improvviso un’immediatezza rara. A condire il tutto ci sono gli interventi di amici musicisti sui generis come le voci di Federico Ciappini, ex Six Minute War Madness, Alberto Morelli, degli Ear&now, e Andrea Reali, degli I/O, che vocalizza alla maniera di Stratos e De Dionyso, senza contare l’omaggio a Pasolini nella terza traccia. Tutte voci che a dire il vero poco aggiungono alla sapiente opera d’assemblaggio dei due Uncode Duello.

Altremusiche
Michele Coralli
Esplosione e implosione, costruzione e decostruzione; la tonalità del grigio che avvolge tutto. Un caos creato a partire dall'esattezza e dall'ordine digitale. Che piaccia o meno è questa le tendenza musicale "nuova" che vive e si alimenta dalle nostre parti in questi anni: un revival informale che ripesca tutto e tutto rimette in circolazione attraverso un montaggio che evoca action painting virtuali, casualità espressive, tolleranza nei confronti della mancanza di pertinenza, di ordine, di ragione e di pensiero.
Pasolini e il fantasma di Robert Wyatt e del suo The End of an Ear, che qui coincide con la fine del principio di causa-effetto, piuttosto che uscita psichedelica dall'aura razionale. Un revival che cattura in sé suoni/rumori che vengono dal passato come onde radio che viaggiano nello spazio portando con sé voci e suoni del pianeta Terra.
Qui area omogenea hinterland-Milano, un grigio ci avvolge: il grigio lombardo.

Cantiere Sonoro
Xabier Iriondo Gemmi e Paolo Cantù sono gli Uncode Duello...c'è un batterista ma non so come si chiama...suppongo sia Calcagnile... Dopo qualche minuto di prova, inizia lo "spettacolo"...un sala piccola e fredda...ma una musica che inizia subito molto "viva" anche se non è calda...il clima è perfetto...è impossibile non far caso alla copiosa strumentazione di ogni tipo portata dietro dal gruppo.. "è tutta rob a loro" fa notare uno dell'organizzazione...spiccano corni...argenteria..tastierine..pedali di ogni tipo.. campionatori...paolo cantù porta con se 2 bassi e 1 chitarra elettrica... il batterista è sommerso da aggeggi di ogni tipo...che ogni tanto fa suonare (come pezzi di ferro...lamiere, corni...). Lo spettacolo ha inizio...è qualcosa di violento.. vieni rapito dalla musica e colpito dallo spettacolo...si percepisce una violenza musicale, una voglia di creare e distruggere ritmi e sonorità...xabier inizia a campionare rumori su rumori...lo spettacolo è essenzialmente loro... riescono a creare 1 atmosfera di tensione...percepisci che qualcosa sta avvenendo lì sul palco.. ma loro riescono a stupirti...semmai anticipando o ritardando i tempi... straordinaria una performance di Cantù che con un sottile rumore di sottofondo (appena creato e campionato da Xabier) fa stare il pubblico in 1 minuto interminabile...in cui poche volte fa suonare il suo strumento e più volte lascia crescere tensione ed attesa fino a quando non si scatenanto nel "Duello". E' vero è un vero è proprio Duello. Ed ecco Xabier che suona.. anzi è più corretto dire "pulisce" la sua "tastiera" con la lana di acciaio...e poi Cantù che fa suonare un cucchiaio.. e poi ancora Xabier che si lancia in acrobazie tecniche che ti lasciano a bocca aperta.. è un continuo rimanere a bocca aperta.. è uno spettacolo.. vedere come nascono certi suoni e vedere come ti rapiscono... Cantù poi con una specie di chiodo di ferro batte colpi sul basso.. ed escono fuori sonorità che non ti aspetti...Xabier nella trance urla e fa cadere il microfono...è proprio in trance è una sfida con i suoni...un clima eccellente.. atmosfere cupe.. suoni grigi...di tanto in tanto qualche improvvisazione un pò jazz...altre volte qualche intermezzo più rock'n'roll condita da momenti di ambient e persino qualche riff dub... Se capitano dalle vostre parti non perdeteveli..mettetevi in prima fila e lasciatevi rapire... in definitiva 1 ottimo progetto.. più musicale rispetto ad A Short Apnea, più maturo più sonoro rispetto a Six Minute War Madness.. non ho ascoltato mai Tasaday e non posso fare le differenze...

Movimenta
Collaborazione tra Wallace e Ebria per la prima uscita degli Uncode Duello, il gruppo formato da Xabier Iriondo e Paolo Cantù è la naturale prosecuzione dei seminali A Short Apnea dopo la dipartita di Fabio Magistrali. Dopo anni di militanza ecco il disco della definitiva maturità per il duo di improvvisatori lombardi che per l'occasione si circonda di un nutrito gruppo di amici e collaboratori per arricchirne il contenuto. Rispetto a "illu ogod ellat rhagedia" il suono né esce differente e rinnovato, la batteria non è più in primo piano e si può sentire veramente di tutto, la chitarra gioca e da il là a canti indo-asiatici (in collisione), nastri assortiti con risa, lamenti, e cronaca (riso spezzato), clarinetto e delirio (free steps), in (PPP) la litania popular-industriale di morte fa da preludio a un'intervento di Pasolini invece in (debut rescue) l'andamento si fa più rock -nella accezione più ampia del termine- con le chitarre potenti e storte che poi l'entrata di un coro porta per un'attimo su lidi psichedelici, ma è solo un'istante perchè nel finale del pezzo si ripiomba nelle tenebre. Tenebre, apocalisse, sfide, fine del mondo sono il vero leit-motive degli Uncode Duello che hanno il notevole pregio di tenere un livello alto di composizione per tutta la durata della loro opera. Certo una colonna sonora non adatta per i film tutta fisicità e movimento di Tarantino. Meglio un Herzog, un Tarkovskij… la vecchia decadente Europa.

Music Club
Roberto Michieletto
Il nucleo pensante di Uncode Duello è invece composto da Paolo Cantù e Xabier Iriondo, a cui vanno aggiunti, tra gli altri, i contributi di Alberto Morelli, Cristiano Calcagnile e Federico Ciappini. L’album è stato ben concepito, soprattutto in considerazione del fatto che il germe musicale da cui hanno preso spunto le tracce è frutto di improvvisazione e le successive aggiunte e modifiche, sebbene non ne abbiano inficiato le dinamiche dei suoni e la natura free e rock di confine (il che risulta evidente), sono però riuscite a dare una veste più codificata al lavoro, sia grazie all’inserimento di partiture atte a creare soundscape narrativi in ebollizione (con elementi elettronici o concreti), che con l’ausilio di digressioni chitarristiche e ritmiche cariche di nevrosi interiore; e il tutto viene ottimamente sintetizzato in ‘Debut Rescue’.

Music Boom
Luca Barachetti
Duello: scontro. Sono due parole che descrivono lucidamente i tempi in cui viviamo, tra sanguinosi scontri di civiltà – civiltà però sfumate e non facilmente classificabili – e scontri interiori: nichilismo consumistico diffuso, globalizzazione spersonalizzante e distruttrice dei caratteri (codici) dell’individuo. Quella politica – la parola politica è intesa in senso lato – è una tra le tante possibili chiavi di lettura di Uncode Duello e viene confermata dall’operato di Xabier Iriondo e Paolo Cantù, che dopo le varie esperienze con Sixminutewarmadness, A Short Apnea, Tasaday, Four Gardens In One arrivano qui alla loro opera migliore e – con tutti le precisazioni necessarie ad una musica così estrema – più comunicativa. Ambient, industrial, noise, rumorismi, musica concreta e patafisica, isteriche improvvisazioni jazz, improvvise esplosioni pianistiche: le influenze che Iriondo e Cantù fanno convivere senza troppe premure di amalgama nelle tredici tracce dell’album non ne rendono possibile una catalogazione precisa (e difatti è un disco uncode). Quello che però emerge nel complesso e che accomuna i diversi episodi è una densissima tensione schizofrenica. Le chitarre – distorte, schiaffeggiate, schitarrate, che urlano e si lagnano – i botti stucchevoli della batteria di Lucio Sagone e Cristian Calcagnile (Cristina Donà, Stefano Bollani), i nastri di voci rallentante (anche quella di Pier Paolo Pasolini) o ripetute in allucinati loop mirano a costruire un ambiente sonoro a volte profondamente scuro, altre claustrofobico, altre ancora subcoscienziale o post-apocalittico, ma sempre e comunque isterico, impazzito, che non tralascia momenti sarcastici e amari. Pensate ad uno dei tanti filmati di macelli umani a suon di bombe e kamikaze in Bagdad e dintorni, oppure all’isteria collettiva di un sabato pomeriggio prenatalizio in un centro commerciale delle vostre zone: la musica di Uncode Duello potrebbe essere il commento sonoro più adatto a conficcarsi nelle immagini che state pensando. La forza evocativa – mai parola come in questo caso è stata più appropriata – di questo disco è fortissima. Ma al di là del taglio libero da schemi, e quindi molto ostico, che Iriondo e Cantù hanno deciso di dare alla loro creatura, il coinvolgimento non sarà comunque facile: questa non è musica serena; quasi sempre si esce segnati da un duello.

Music Boom
Valentino Curcio
Nel bene e nel male tutti noi conosciamo il percorso musicale di Paolo Cantù e Xabier Iriondo, le loro scelte coraggiose, l’indiscutibile vena artistica che ha fatto nascere Uncode Duello – l’ultima delle loro creazioni – e il live è una tappa assolutamente obbligatoria per capire fino in fondo l’essenza di un progetto prolifico ma non sempre a portata di tutti. Al Cantiere Sonoro lo scorso 5 maggio abbiamo visto una band davvero stimolante, capace di assorbire e reinventare suoni lontani da qualsiasi catalogazione. Ma andiamo per ordine. Ad aprire le danze sono stati gli El Ghor, giovane band campana che fa dell’indie-rock il proprio vessillo musicale ma che non rifiuta di muoversi anche in direzioni differenti per soddisfare le proprie esigenze compositive. Durante la loro esibizione – senza sbavature ma senza neanche troppi entusiasmi – il quartetto sciorina una mezz’ora di suoni post e impennate pop-noise ben arrangiate. Il brano "Nella resa il vanto" coniuga composizione cantautoriale e dinamiche indie; i lunghi arpeggi, sognanti e decisi, rimangono impressi nella memoria per lucidità e poesia. Da sottolineare la prova del cantante-chitarrista Luigi Cozzolino, la cui presenza carismatica sul palco rende più interessante tutta l’esibizione. Arriva così il momento degli Uncode Duello e con una strana tensione mi sistemo vicino al palco. La sala si riempie in fretta – durante l’esibizione degli El Ghor eravamo sì e no in venti… – rinnovando la discutibile e stupida usanza di snobbare il gruppo spalla. In ogni caso si comincia e già dalle prime note – ma forse sarebbe meglio scrivere dai primi rumori – si entra senza possibilità di ritorno nella dimensione Uncode: esplosioni sonore incontrollabili, fracassi sonici prodotti da un uso sapiente – a tratti maniacale – di distorsioni, nastri, effettiere, percussioni di ogni tipo (fra le quali una lamiera) e anche un clarinetto suonato da Cantù. E’ un caos intimista quello degli Uncode Duello. Potrebbe essere la colonna sonora dei nostri tempi inquieti ed è senza dubbio una scelta musicale difficile, ma estremamente coraggiosa, anche perché frutto di anni – dieci per la precisione – di sperimentalismi e di instancabile documentazione (basti pensare che subito dopo il sound-check pomeridiano ho visto Xabier aprire un tomo formato elenco telefonico dal titolo “Il futurismo nella musica” e leggerlo avidamente). Tornando all’esibizione si rimane fortemente colpiti dal magnetismo live dei due musicisti, la cui vena isterico-violenta sul palco ricade con forza anche sugli ascoltatori, inermi sotto i colpi dei suoni quasi sempre cupi e minacciosi. Durante un’ora di spettacolo Iriondo/Cantù sembrano due combattenti, l’uno contro l’altro, quasi a voler rinfocolare continuamente una tensione nervosa che non scema mai nell’arco di tutto il live. Si va dai pezzi dell’ultimo lavoro fino a quelli prodotti sotto il nome A Short Apnea e Tasaday, in base a una tabella di marcia inesorabile e snervante. Quando termina il concerto si rimane per qualche minuto incoscienti, con la sensazione netta di aver partecipato a un evento importante, che oltrepassa la dinamica del live classico. Al di là delle considerazioni personali, non si può fare a meno di notare la forza compositiva degli Uncode Duello, lontana da ogni forma di catalogazione. La complessità della loro produzione potrebbe risultare ostica – poco “digeribile” direbbe qualcuno – ma grazie al live trova senza difficoltà consensi e comprensione unanimi.

Post It Rock
Un duello svelato, quello tra Xabier Iriondo e Paolo Cantù che dalle note allegate considerano questo il loro primo album, perché pensato e prodotto da loro. Dopo anni di collaborazione e tantissimi progetti, si sfidano, a suon di suoni (scusate l'inevitabile gioco di parole n.d.r.), di rumori, di campioni, e di strumenti preparati. Potrebbe essere questa una chiave d'ascolto per un disco complesso, che sembra quasi un montaggio video molto articolato, fatto ad incastri, di salti spazio temporali all'interno della storia, di vicende che si sussegguono legate l'una all'altra da uno stesso filone, a tratti velocissime, a tratti girate al rallentatore; con una bellissima fotografia, qui trasposta nella qualità sonora che ormai contraddistingue i lavori di Paolo e Xabier.
Un disco che è un tutt'uno con se stesso, dove i brani non possono essere presi singolarmente, ma quasi obbligatoriamente sentiti in fila. Lo dimostra anche l'andamento del disco che arriva al momento cruciale del “duello” a ¾ della durata totale e che si chiude non a caso con “finale”, dove una tetra e oscura ambientazione, fa da sfondo all'epilogo dello scontro. Non è la prima volta che trovo all'interno di questi tipi d'ascolti la parte melodica che esce, quando prima era nascosta e trattenuta dalle trame intricate.
Ansia e oscurità, queste sono le atmosfere che vengono fuori dai diversi ascolti che ho fatto e un approccio rock sempre vivo con le sue mille sfumature. Da ascoltare e riascoltare fino a quando un senso di angoscia non vi stritolerà l'animo, a quel punto vi renderete conto che qualcosa ha funzionato, e che quello che sembra un "semplice" assemblamento di suoni e melodie è anche qualcos'altro…

RockIt
Massimiliano Osini
Per parlare degli Uncode Duello e del loro disco occorre parlare prima dei soggetti che ne sono coinvolti. In primis, i due musicisti, Paolo Cantù e Xabier Iriondo, giunti all’ennesimo capitolo di una saga musicale che ha conosciuto esperienze scostanti quali Six Minute War Madness, A Short Apnea, Tasaday, Four Gardens In One… Sul versante produttivo, invece, ci sono due etichette quali la Wallace e la Ebrìa che, alla Milano da bere, hanno sempre contrapposto una Milano da ascoltare con cura e attenzione, per quanto l’ascolto potesse essere intimidatorio. Basterebbero questi nomi a garantire il valore del disco, ma vale la pena aggiungere qualche parola. Per meglio dire varrebbe la pena aggiungere qualche parola se ce ne fossero in grado di esprimere compiutamente quanto è dato ascoltare. Come spesso accade nell’ambito della musica di ricerca, infatti, i termini canonici sono quanto mai carenti in fatto di precisione. Un termine come post-rock, ad esempio, cosa spiega? Già parlare di improvvisazione e jazz è più calzante, perché gli Uncode Duello procedono soprattutto in queste direzioni, incrociando gli strumenti in elucubrazioni libere e sconnesse. Occorre tuttavia aggiungere che questo stile di base si arricchisce di volta in volta delle più svariate ispirazioni. Sono perfettamente percepibili echi di ambient (“L’alba del disagio”) di musica concreta (“Nursery Rhyme”), di musica orientale (“Soundtrack for UD”), di collage (“Prestu, Pentsakor eta Pegatu”), di noise-rock (“Turnontuneindropout”). Senza contare poi tutte le voci più o meno filtrate e distorte che scorrazzano in lungo in largo assieme ai più svariati strumenti tra cui spiccano, chitarre da tavolo, pianoforti trattati e fiati vari. Il penultimo brano, “Debut Rescue”, sintetizza in nove minuti tutte le ispirazioni trattate nel corso dell’album. Non so quanto il disco degli Uncode Duello possa considerarsi innovativo o originale. Di certo si tratta di un album molto vario ed ispirato che sa fa ascoltare con piacere dall’inizio alla fine, sapendo essere emozionante ed evocativo. In ambito impro-jazz si tratta di pregi molto rari che vale la pena cogliere al volo.

Rockon
Francesco Diodati
Inutile discutere dell’incredibile, sempre lineare, capacità artistica di Iriondo e Cantù; inutile stare qui a ricordare il passato di questi due alfieri dell’indie-rock italiano. Inutile, quanto utile, starsene immobili e impassibili dinanzi al talento, già ampiamente dimostrato, del duo targato, come sempre, Wallace. Se già ci avevano provato, con successo, con gli A Short Apnea (accompagnati da Fabio Magistrali), i due riescono a rimpastare, con assoluta professionalità, le emozioni che, in dieci anni d’amicizia, hanno collezionato. Il nuovo progetto di Xabier Iriondo e del suo, sempre fisso, compagno d’avventura Paolo Cantù va a catalogarsi sotto il nome di Uncode Duello. L’album, composto da tredici tracce (se tracce possiamo definirle) costruite e perfettamente create dall’ingegno sperimentale dei soli Iriondo e Cantù, è la pura, casuale, dimostrazione di come questi due personaggi, perfettamente in linea con l’etichetta di Mirko Spino, possano realizzare, con incredibile personalità, un progetto al di fuori da ogni schema musicale. “Tredici manovre apocalittiche” anchilosate in incomprensibili, indecifrabili, movimenti stilistici; tredici perle d’avanguardia imbevute dal kraut-rock di Mr. Damo Suzuki (ovvero Mr. Can) e Mr. Uwe Nettelbeck (mente primordiale dei Faust), dalla no wave degli UT e dei primi, o ultimi, Sonic Youth (“Confusion is Sex” e “Hidros 3” nella mente, coniugata, sperimentale di Moore e Gordon). Inutile rimanere inflessibili di fronte all’immensa libertà stilistica di Iriondo, inutile rimanere insensibili davanti alla capacità “irriverente e sfacciata” di Paolo Cantù. Approfondire il talento stilistico, quasi sovrannaturale, di questi due “manipolatori musicali”.

Sentire Ascoltare
Italo Rizzo
Paolo Cantù e Xabier Iriondo, due figure importanti del panorama avant/impro (o più genericamente free) italiano, da quindici anni a questa parte. Due nomi che hanno attraversato molteplici identità e stili, sempre all'insegna della sperimentazione e della radicalità. Adesso sono insieme in duo, oltre a proseguire una miriade di altri progetti, un duo atipico in quanto Uncode Duello non è banalmente la somma di due capacità, né un confronto tra due chitarristi dal background similare, bensì una tappa di un viaggio del quale non è nota la destinazione, una rivisitazione di luoghi sonori perigliosi e dai confini incerti, con apparizioni continue di fantasmi in forma di voci, di ricordi, di musiche finora sconosciute. L’esordio omonimo, recentemente pubblicato da Ebria e Wallace, è un ottimo disco, mentre non meno interessanti si rivelano gli altri progetti: Tasaday, un gruppo la cui storia inizia negli anni ottanta, un nome culto; Four Gardens In One, quartetto dedito a sonorità più ruvide ed incompromissorie, Ear(e)Now, in cui suona il solo Xabier con Alberto Morelli, fautori di un mini-cd che lambisce la musica contemporanea; e ancora i Polvere, i Permanent Fatal Error per dire solo di quelli attivi oggi e chissà quanti altri ancora usciranno, tutti sotto il marchio Wallace, etichetta sempre attenta nel diffondere un'idea di musica libera da schemi. Per poter comprendere appieno le personalità dei due chitarristi (in realtà polistrumentisti) è utile recuperare i cd a nome A Short Apnea, il trio con Fabio Magistrali che, più volte sottovalutato, ha rappresentato uno degli episodi più felici di contatto tra il post rock e il kraut, con decise istanze minimaliste. Difficile scoprire cosa ascolteremo nei prossimi dischi a nome Uncode Duello; di certo quel viaggio è lungi dall'essere terminato e sembra anzi una continua ri-partenza.

Sodapop
Andrea Ferraris
Xabier Iriondo e Paolo Cantù sono due nomi che credo abbiate già sentito, chi per gli Afterhours, chi per i Six Minute War Madness, chi per gli A Short Apnea, Damo Suzuky Network, Tasaday, Due Parti Molli Tremolanti, etc. etc. etc. Visti gli ultimi percorsi compiuti dai nostri eroi era auspicabile aspettarsi un disco particolare e “fiat lux”, detto e fatto. Diciamo che per certi versi gli Uncode Duello potrebbero essere una specie di prosecuzione ideale del percorso intrapreso dagli A Short Apnea (nei quali hanno militato entrambi), l’edizione Wallace ed Ebria (da tenere assolutamente d’occhio) è una garanzia sul fatto che si tratti di “musica degenerata”. Campioni, chitarre free, giochi di atmosfera (azzardiamo la sparata di “neo-kraut-rock-concreto”!?); ad ogni modo voci di un passato demolito a sassate, tema che a quanto pare era piuttosto caro anche agli Apnea e non solo in alcune immagini. Un passato che viene defebrillato, reanimato come nei migliori film horror e si muove come un mostro come nel romanzo di Mary Shelley (e poi chi era più mostro Frankenstain, Martin Feldman o chi cercava di linciarli?). Con richiami da un passato che comunque ritorna, come del resto si ripete la storia, simile ma in realtà mai uguale a sé stessa, l’esordio degli Uncode Duello non è un “trifide” impolverato da b-movie in bianco e nero, è un paesaggio crepuscolare dove i fantasmi sono presenti a si guardano allo specchio (un fantasma che si guarda allo specchio, questa la mando a Bergonzoni). Alcuni ospiti di tutto rispetto come Federico Ciappini (Six Minute War Madness, già ad uso per gli A Short Apnea), Andrea Reali (da tenere sott’occhio gli I/O e nei Nippon And The Symbol), Cristiano Calcagnile, Lucio Sagone. Tornontuneindropuot, il mantra sepolcrale di Soundtrack For Ud, il prog-free-psichedelico di In Collisione, l’impro sinistra di Finale alcune degli spigoli più evidenti di una struttura comunque compatta. Bell' "esordio" speriamo abbia un seguito.

Sonumu
Barrie
Creepy soundtrack music full of fear and pain and anger. I was waiting for it to explode into a cacophony of beautiful noise but it doesnt. It does spooky intro after intro. I must be too accustomed to Pink Floyd and Hawkwind. I went to see Acid Mothers Temple a few months ago aswell and I didnt get that either. Sometimes though it borders on freeform jazz and little vignettes sneak out which again I expected to turn into something divine and transcendental, but no. No Coltrane or McLaughlin for you here. Hmm. So I was trying to picture when I would enjoy listening to this or say some of John Coltranes weird out stuff where he was communing with the stars and planets and I thought, alone or when extremely high or as a soundtrack to an art or horror film (Avant-garde directors take heed!). It picks up near the end and borders on rockout and I just wish they would. ROCK OUT DAMMIT! Nope. I wonder are these guys geniuses of noise or chancers bent on pissing off their neighbours. Enjoy, weirdos.

Rumore
Vittore Baroni
Amici di vecchia data e vicini o compagni di strada in diverse avventure musicali (Six Minute War Madness, A Short Apnea, Tasaday, ecc.), Paolo Cantù e Xabier lriondo si confrontano sulla lunghezza di un album in una serie di Improvvisazioni controllate" che non obbediscono ad una particolare scuola sonora, ma fanno tesoro dei molti trascorsi. Vocioni blues, stralci radio, tromboni bandistici e altre schegge "concrete" si insinuano tra i contendenti in un 'duello senza codice" giocato sul piano fisico (grattanti chitarre e mobili percussioni, soprattutto, ma anche vocalizzi ed elettronica in libertà) quanto su quello concettuale, con una scelta e calibratura che si avverte molto ragionata di rapporti tra dinamiche e volumi, cupe suggestioni narcolettiche e improvvisi ritorni alla realtà. Uno scontro teso e intenso, senza vincitori o vinti.

Chain DLK
Eugenio Maggi
Adventurous, oblique instrumentals played by Paolo Cantù and Xabier Iriondo (previously involved in remarkable and unique projects like Six Minute War Madness and A Short Apnea) with a legion of friends and guests. Guitars, bass, clarinet, voices, tapes, organs, electronics, etc. collide in these bizarre architectures and ready-made objects - as if the anarchist spirit of the "Faust tapes" was revived by Storm & Stress or their label mates A Short Apnea (minus the tragic feel), Bron y Aur or I-O. A loose, but oddly powerful and cohesive interplay, where melodies and found sounds are continuously shattered and recomposed into new forms, makes this a captivating listen, probably closer, at a skin-deep level, to folk and rock than to academic avantgarde.

Lift
Fabrizio Zampighi
Avanguardia. Questo banalmente il termine che sovviene quando si ascolta per la prima volta “UNCODE DUELLO”. Un insieme di note strappate al silenzio ed assemblate sapientemente col fine di veicolare frammenti spigolosi di emozioni, destrutturare rassicuranti consuetudini, sdoganare inusuali riflessioni. Fuor di metafora “UNCODE DUELLO” non è altro che l’ennesima creatura di Xabier Iriondo e Paolo Cantù - ex Afterhours, ex Six Minute War Madness, ex Tasaday, ex A Short Apnea -, artisti che nel tempo hanno abituato il proprio pubblico ad una formula musicale libera da schemi e che non rinunciano, anche in questa occasione, a proseguire nella stessa direzione. Questa volta i due, abbandonate le dilatate evanescenze a nome A Short Apnea, se ne escono con 13 cavernosi strumentali sulla breve distanza dai toni poco rassicuranti. Tra rumori di fondo e vociare confuso, lamenti strazianti e campionamenti diffusi, emerge l’anima del disco, divorata da fendenti di chitarra che ritagliano dolenti nevrastenie, cullata da fiati allusivi che odorano di free jazz, resa palpabile da accenti sonori d’ambiente e schizzi sparsi di batteria. I brani – rari i casi in cui superino i cinque minuti – sono strutturati come brevi capitoli di un progetto sonoro che vuole dare un volto alla realtà in cui viviamo, con la confusione, l' angoscia, il cinismo che la pervade. Il disco spazia dal jazz colemaniano di Free steps all’inno “lisergico” di Turnontuneindropout – questa volta la massima frutto dell’ingegno psichedelico di Timothy Leary sottintende il sintonizzarsi col caos circostante– dal levarsi angosciante de L’alba del disagio alle rimembranze vagamente pinkfloydiane – quelli di Astronomy domine – di Debut rescue, dall’inesorabile scorrere inverso di Soundtrack for UD alle atmosfere rarefatte di Finale. Il tutto, nonostante sembri il frutto di soluzioni strumentali estemporanee, mostra sottopelle un’innegabile tendenza al perfezionismo che preme perchè ogni dettaglio sia strettamente legato all’altro, nell’ottica di un suono che proprio dai dettagli trae la propria ragion d’essere. Cantù e Iriondo, pur non venendo meno all’esigenza ormai consolidata di creare un disco che con brani tradizionalmente intesi non ha molto a che vedere, riescono questa volta a sintetizzare un sentire che dimostra un fascino sottile, ascrivibile alla capacità che possiede lo stesso di prendere per mano l’ascoltatore e di guidarlo con attenzione in un labirinto di suoni “difficili”, fino al termine dell’opera. Un’opera inquietante, beffarda, maniacale, corruttrice ed intrigante, che ha il poco rassicurante merito di assomigliare ad una sorta di concept sul mondo moderno, dalla sua nascita passando per il decadente declino fino all’inevitabile finale.

Taxi Driver
Dale P
Era forse l'ora che Xabier Iriondo e Paolo Cantù ci deliziassero con un disco "vero". Al di là delle (belle) sperimentazioni nei milioni di dischi in cui hanno messo mani il duo più fuori del mondo del rock nostrano (ma ricordiamolo: prima erano un trio con l'ormai producer a tempo pieno Fabio Magistrali nei fantastici A Short Apnea) era un bel po' che non si cimentavano in una sorta di songwriting.
Che poi sia azzardato usare questo termine negli Uncode Duello siamo tutti d'accordo ma è la differenza sostanziale rispetto alle tipiche jam/divagazione/improvisazione noise del duo. Alla luce di questa considerazione possiamo capire molto facilmente che questo è uno dei migliori album usciti in Italia negli ultimi mesi, zeppo di ospiti e di grande suggestione. Certo, non possiamo certo consigliarlo a chi mangia con Marlene Kuntz e Afterhours ma più per problemi di cattiva educazione che per demeriti di quest'album. In sostanza "Uncode Duello" è un must per i fan del sound "Wallace" e risulta uno dei migliori capitoli dell'etichetta

Kronic
Roberto Bonfanti
L`apocalisse secondo Cantù e Iriondo. Come recitava una vecchia canzone di Eugenio Finardi, "che prima o poi sarebbe successo, tutto il mondo lo sapeva": che Paolo Cantù e Xabier Iriondo, dopo aver diviso mille volte palco, saletta e studio di registrazione all`interno di tantissimi progetti, si sarebbero prima o poi trovati faccia a faccia per lanciarsi in un nuovo lavoro interamente a loro nome, non era difficile prevederlo; e forse, per quanto da due menti tanto eclettiche sia lecito aspettarsi un po` di tutto, non era così difficile neanche prevedere quale piega il progetto avrebbe preso, visto l`universo sonoro in cui entrambe hanno prediletto muoversi negli ultimi anni. E così eccolo, finalmente, questo “duello senza codici”: 48 minuti di musica in cui Xabier e Paolo, accompagnati da una serie di ospiti che sbucano qua e là, condensano quel mondo oscuro e deviato che negli ultimi anni hanno esplorato in lungo ed in largo fino imparare a gestire alla perfezione ogni sfumatura sonora ed ogni minimo rumorino, riuscendo così a fondere magnificamente il fascino inquieto dei Tasaday con la tensione nevrotica degli A Short Apnea. Un disco dalle atmosfere sofferte, ansiose e travagliate, dunque, in cui miriadi di suoni si rincorrono come immagini irrequiete che si sovrappongono in una sorta di incubo surreale in cui tutto è realistico ma niente sembra davvero reale. Crescendo di suoni spezzati, finti silenzi riempiti di inquietudini sussurrate, chitarre lancinanti, urla dantesche, dilatazioni nichiliste, frammenti sonori ripresi da altri luoghi o altri tempi ed accenni melodici che si compongono quasi per caso ma nel giro di pochi istanti vengono dissolti o massacrate: tutto miscelato in quella che potrebbe essere la colonna sonora di una versione apocalittica di "Alice nel paese nelle meraviglie". Certo, visti i due personaggi in questione, non si può parlare di un lavoro sorprendente od inatteso, ma senza dubbio della sublimazione di quell`universo sonoro teso, ostico e fascinoso di cui Xabier Iriondo e Paolo Cantù sono ormai gli autentici padroni.

Il Mucchio Selvaggio
Aurelio Pasini
Fece un certo effetto la notizia, qualche anno fa, della fuoriuscita di Xabier Iriondo dagli Afterhours. Assolutamente in linea con il personaggio, però: schivo, a disagio in un ambito sempre più mainstream, sempre più distante dalla forma canzone di stampo tradizionale. In tal senso, da allora in poi il suo percorso è stato assai indicativo, apparentemente frammentario ma in realtà mosso da una coerenza di fondo invidiabile oltre che in perfetta sintonia con l'estetica dell'etichetta che è ormai diventata la sua seconda casa, la Wallace. Ed è proprio questo il marchio - insieme a quello della Ebria - che campeggia sulla copertina della prima uscita di questo suo nuovo progetto, condiviso in tutto e per tutto con il compagno di terrorismi sonici Paolo Cantù. Disco che di questo percorso di destrutturazione e ricomposizione rappresenta un ideale punto di arrivo. Accompagnati da una manciata di amici, tra cui Lucio Sagone (Cods) e Cristian Calcagnile alla batteria e Federico Ciappini (Six Minute War Madness) alla voce, i due danno infatti vita a scenari in costante movimento, il cui motore principale pare essere l'alternanza di vuoti e pieni, fra incursioni non distanti dal noise e momenti di sperimentazione pura, con il condimento di campionamenti, rumori e un clarinetto tremendamente free. Tutto molto interessante, a patto di essere fra quanti apprezzano contesti di questo tipo, che di contro i più tradizionalisti potrebbero trovare ostici. Noi, pur stando con i primi, possiamo capire anche le ragioni dei secondi.

Liberazione
Paolo Cantù e Xavier Iriondo si staccano dalle influenze di marca no/new wave dei gruppi precedenti e danno vita a un album di intelligenti contrasti. Il titolo non è casuale. Non c’è un codice nel duello sonoro che li contrappone, solo il gusto di ricondurre a sintesi le diverse esperienze d’improvvisazione. Il risultato è un disco scuro e affascinante, dalle tinte fredde e struggenti in linea con i tempi che stiamo vivendo.

Sentireascoltare
Fabrizio Zampighi
Un insieme di note strappate al silenzio ed assemblate sapientemente col fine di veicolare frammenti spigolosi di emozioni, destrutturare rassicuranti consuetudini, sdoganare inusuali riflessioni. Fuor di metafora, Uncode Duello non è altro che l’ennesima creatura di Xabier Iriondo e Paolo Cantù - ex Afterhours, ex Six Minute War Madness, ex Tasaday, ex A Short Apnea -, artisti che nel tempo hanno abituato il proprio pubblico ad una formula musicale libera da schemi e che non rinunciano, anche in questa occasione, a proseguire nella stessa direzione. Questa volta, abbandonate le dilatate evanescenze a nome A Short Apnea, se ne escono con 13 cavernosi strumentali sulla breve distanza dai toni poco rassicuranti. Tra rumori di fondo e vociare confuso, lamenti strazianti e campionamenti diffusi, emerge l’anima del disco, divorata da fendenti di chitarra che ritagliano dolenti nevrastenie, cullata da fiati allusivi che odorano di free jazz, resa palpabile da accenti sonori d’ambiente e schizzi sparsi di batteria. I brani – rari i casi in cui superino i cinque minuti – sono strutturati come brevi capitoli di un progetto sonoro che vuole dare un volto alla realtà in cui viviamo, con la confusione, l' angoscia, il cinismo che la pervade. Il disco spazia dal jazz colemaniano di Free steps all’inno "lisergico" di Turnontuneindropout – questa volta la massima frutto dell’ingegno psichedelico di Timothy Leary sottintende il sintonizzarsi col caos circostante– dal levarsi angosciante de L’alba del disagio alle rimembranze vagamente pinkfloydiane – quelli di Astronomy domine – di Debut rescue, dall’inesorabile scorrere inverso di Soundtrack for UD alle atmosfere rarefatte di Finale. Il tutto, nonostante sembri il frutto di soluzioni strumentali estemporanee, mostra sottopelle un’innegabile tendenza al perfezionismo che preme perché ogni dettaglio sia strettamente legato all’altro, nell’ottica di un suono che proprio dai dettagli trae la propria ragion d’essere. Cantù e Iriondo riescono così a sintetizzare un sentire che dimostra un fascino sottile, capaci di prendere per mano l’ascoltatore e di guidarlo con attenzione nel loro personale labirinto di suoni, fino al termine dell’opera. Un’opera inquietante, beffarda, maniacale, corruttrice ed intrigante, che ha il poco rassicurante merito di somigliare ad una sorta di concept sul mondo moderno, dalla sua nascita passando per il decadente declino fino all’inevitabile finale

Freemussic
Pavel Sajfert
Pokud jste toho názoru, že experimentální scéna je jeden velkej blábol, tak radeji ani dál nectete. Já osobne si to sice nemyslím, ale zároven priznávám, že desku Uncode Duello, za níž se skrývá Paolo Cantu & Xabier Iriondo, dvojice donedávna cinná v kapele A Short Apnea, si po nekolika posleších predcházejícím této recenzi hned tak znovu nepustím. Pokud však rádi produkci znacky Atavistic, kapel Charalambides, Godspeed You! Black Emperor nebo kytarového mága Glenna Branca, neváhejte a vstupte. Italské duo (plus hudební hosté) nahrávku porídilo behem dvou dlouhých nahrávacích sessions s dvema bubeníky a nekolika dalšími hosty, kterí prispeli vokály. Cílem je bod kdesi napul cesty mezi experimentem a "písní" ve stylu no-wave. Tu prevládá první poloha, kdy z tišiny vystupují rozlicné zvuky a samply, od nesnesitelného skrípání po príjemné dívcí štebetání, onde duo hrube hrábne do strun a noise apokalypsu prokládá field recordings, waitsovským mumláním, hrdelním murmurem importovaným z Tuvy ci klarinetem, jenž má k Allenovým filmum stejne daleko jako ty Troškovy do art kin. Zklidnenému záveru (Final) s klarinetovými vyhrávkami predchází asi nejzajímavejší, resp. nejmuzikálnejší skladba Debut Rescue, kde jsou ženské vokály doprovázeny kytarovým drásáním nervu a temne predoucí baskytarou. Snad jen harmonie klavíru v téže písni nesmele zavestí modrou oblohu nad pochmurnou kryptou. I když si Uncode Duello coby soundtrack k zárivému letnímu jitru pouštet nebudete, jejich hudba (ano, skutecne to hudba je) mezi neposlouchatelné záležitosti beze stop melodické kostry a náznaku písnové stavby urcite nepatrí. Pokud tedy nad Taliány a jejich relativne nárocnou hudbou nezlomíte príslovecnou hul hned po prvním poslechu, po nekolika dalších pokusech se možná priblížíte kouzlu nekompromisna.

Mescalina
Christian Verzelletti
Quella degli Uncode Duello è una sfida. Prima di tutto una sfida lanciata a sé stessi e alla propria musica, dopo anni passati a suonare insieme tra Sixminutewarmadness, A Short Apnea, Tasaday, Four Gardens In One e via dicendo. Poi una sfida a qualunque musica, ad ogni genere che si può facilmente inventare e definire. Già il nome del progetto porta in sé questo coraggio estremo: un “duello senza codice”, al di fuori dalle regole. Ed in effetti tale è il percorso musicale tracciato negli anni da Paolo Cantù e Xabier Iriondo. I due continuano ad applicare agli strumenti la loro teoria di incontri e scontri: sia nelle esecuzioni quanto nei musicisti coinvolti, l’obiettivo sembra essere quello di un confronto a dir poco ardito, senza mezze misure. Ogni composizione viene eseguita sfruttando gli echi e gli spigoli degli strumenti, giocando sugli attriti ottenuti accostando gli interventi degli ospiti, a cui è richiesto di addentrarsi in un mondo raso al suolo: quelli che qua vengono presentati sono i resti di una musica sopravvissuti alla morte delle convenzioni. Il free e la musica contemporanea guaiscono disperati, mentre non si può nemmeno parlare di (dis)armonia perché qualunque concetto e mancanza della stessa soccombe: anche le dinamiche sono frammentate in una serie di ombre che si trascinano cupe. Queste potrebbero essere le ceneri del minimalismo come di qualunque altro stile, rock e jazz compresi. La bravura di Cantù e Oriondo sta nella radicalità con cui ipotizzano ancora qualche margine: tra colpi rumoristici, stridori sonici, una chitarra aguzza, delle voci lontane, un basso e un clarinetto a dir poco concitati, nulla si concede ad un facile ascolto. Sono tutti stralci di creature che potrebbero tornare alla vita, di composizioni che potrebbero essere (ri)costruite. “Uncode duello” è una colonna sonora astrusa, perfetta per questi tempi sull’orlo del precipizio: potrebbe essere un film muto o un documentario che testimonia ciò che resta del nostro pianeta dopo l’ennesima guerra, dopo l’ultimo genocidio o dopo il più fatale dei tracolli ecologici. Gli interventi percussionistici di Cristian Calcagnile e di Lucio Sagone, così come le voci di Alberto Morelli, di Federico Ciappini e le vocalizzazioni di Andrea Reali, sono le rovine che spuntano da una terra grigia e fumante, ancora percorsa dalle scosse del cataclisma. Non si può parlare con disinvoltura di arrangiamenti, di strumenti o di macchine, perché qualunque mezzo adottato è calato in un contesto lontano, o forse prossimo (?!), alla dimensione che viviamo. “Uncode Duello” è un atto primo ed ultimo. Tremendo ma necessario, soprattutto in un periodo in cui sono in pochi che osano sfidare i tempi.

Agartha
Formenti Ruggero
Uncode Duello è il risultato...di approfondimenti sull'uso degli strumenti, sui suoni, sulle dinamiche, sull'utilizzo delle macchine e della tecnologia..." questo recitano le note di presentazione gentilmente forniteci da Mirko Spino, deus ex machina della ormai storica Wallace Records (www.wallacerecords.com), etichetta che produce musica per la stragrande maggioranza neppure lontana parente del "nostro" progressive, ma non per questo con l'impossibilità congenita, fosse anche per caso, di dare alla luce prodotti che potrebbero essere apprezzati anche da chi solitamente frequenta altre spiagge. Dicevamo quindi di "Uncode Duello", ultimo lavoro prodotto dalla Wallace, un disco in cui la volontà dei musicisti (Paolo Cantù e Xabier Iriondo)non pare quella di strutturare linguaggi inediti, intesi come codici che esprimano realtà o sensazioni da cui rimanere nettamente distinti, bensì tendere alla creazione demiurgica di una parte concreta del suono-essere costituente la realtà in sè. Più sinteticamente, direi che ci troviamo in presenza di un disco d'avanguardia strong, scuro, rumoristico, sperimentale, condito con significanti linguistici (brani di discorsi estrapolati dal quotidiano) svuotati della loro valenza simbolica e riproposti con nuova vita, come mutati in vero essere di cui originariamente erano un semplice schema artefatto. Una proposta lontana anni luce da qualsiasi opera sino ad oggi recensita su queste pagine; da ascoltarsi switchando i nostri parametri d'ascolto (per questo le valutazioni nella griglia corrispondente vanno interpretate con approccio analogico rispetto alla prassi usuale), pura alternativa ad altissimo rischio di rigetto. A voi la palla.