UNCODE DUELLO
s/t
wallace 56
13 tracks
49"
2004
CD digipack
Blow Up
Massimiliano Busti
La massa d'energia condensata in quella creatura minacciosa e terribile chiamata
A Short Apnea, oggi deflagra scomponendo il proprio nucleo in una serie infinita
di progetti a margine, di cui Uncode Duello non è che la più
recente testimonianza. Paolo Cantù e Xabier Iriondo registrano un album
che inocula nell'ascoltatore lo stesso buio livore de "Illu Ogod ...
": é la medesima aria nera che affanna il respiro, mentre un pulviscolo
nero e soffice si annida nei polmoni e inizia la sua azione nefasta. Sono
le ceneri del rock che si dissolvono, spazzate via da chitarre che non vogliono
più saperne di armonia e intonazione, da voci strozzate in gola, da
percussìoni che negano l'idea stessa di ritmo. Uncode Duello è
una danse macabre parossistica e sfrontata, profanata con superbo distacco
(la filastrocca, di Nursery Rhyme, il coro che squarcia l'insostenibile angoscia
dì Debut Rescue) e scandìta da apparizioni fantasmatiche (i
nastri in Riso Spezzato, la voce di Pasolini in PPP) che addizionano di ulterìore
pathos una narrazione già di per se' drammatica. Musica austera, senza
compromessi, che scende in profondità e scarnifica i nervi
Music Boom
A seguire Paolo Cantù e Xabier Iriondo, due nomi e una garanzia. Accanto
al progetto Tasaday e in seguito alle concluse esperienze con Six Minute War
Madness (la storica formazione che ha donato il nome per assonanza al festival)
e A Short Apnea, le circostanze della vita portano i due ad esprimersi in
questo nuovo progetto tutto personale. Si impongono immediatamente con un
impatto distruttivo tanto da non lasciare dubbi: ci sono tutte le carte in
regola per farne i re della serata. Xabier, ricordiamo già chitarrista
degli Afterhours, ci regala splendidi suoni dal suo laptop cromato Apple e
strumenti di sua personale realizzazione: corde ed archetti, sinfonie ed alchimie
perfette di rumori e dissonanze. Loop, microcampionamenti e delay effects
riempiono gli spazi tra cambi di strumenti, voli pindarici ed eclettici a
comporre un soundscape definitivamente perturbante. Paolo Cantù martellatore
di chitarre ci regala attimi splendidi con il suo clarino, occhi estasiati
hanno fissato la sua figura ormai ipnotica mentre i timpani vibravano galvanizzati
dalla sua performance. Un incantatore di serpenti.
Comunicazione Interna
Nazario Graziano
E' un senso di ansia e tensione quello che si avverte ascoltando i 48 minuti
di Uncode Duello, titolo di un disco nonchè del progetto che vede in
cabina di regia due mostri sacri della musica sperimentale italiana quali
Paolo Cantù e Xabier Iriondo. Un disco difficile da inquadrare e da
"raccontare", quando a comunicare emozioni non è la "classica"
melodia ma una serie di divagazioni rumoristiche. Un disco d'avanguardia che
unisce al noise analogico, nastri, voci sparse e strumenti artigianali di
ogni sorta, legando il tutto con un filo rosso che apre in maniera sotterranea
al free-jazz ("Growin'down"), alla musica di frontiera ("Finale"),
alla fusion ("Soundtrack for UD"), al noise rock ("Free Steps")
ed anche al ben noto post ("L'alba del disagio"). Questo e tanto
altro è Uncode Duello, un duello senza leggi e senza codici tra due
spadaccini che si "affrontano" a viso aperto sostituendo al fioretto,
strumenti musicali di ogni sorta. Un disco nero ed oscuro, avvolto da una
nebbia densa in cui ogni rumore mette inquietudine e paura. Uncode Duello
è l'armadio in cui Xabier e Paolo racchiudono tutti i fantasmi che
gli A Short Apnea avevano liberato dagli scantinati del suono.
PS: ascoltate al buio "Anatomy Collides" e fatemi sapere.
I-Dbox
L'album degli Uncode Duello è un bunker inespugnabile. Da cui non trapela
nulla. Né musica, né emozioni. Una sorta di loggia massonica
per i pochi eletti che riescono a decifrare la spregiudicata creatura di Paolo
Cantù e Xabier Iriondo. Chi non possiede l'apertura mentale necessaria
per tentare un approccio a un disco simile fa meglio ad andare da qualche
altra parte. Il titolo del "brano" iniziale, "L'Alba Del Disagio",
è eloquente. Il disagio che si prova ascoltando un lavoro come questo
è grande. La formula del caos senza soluzione di continuità,
con le chitarre dissonanti e le batterie percosse brutalmente, talvolta riesce
a scalfire il muro di autoreferenzialità che separa la band dall'ascoltatore
("In Collisione" e "Riso Spezzato"). Poi però tutto
diventa eccessivo. E di fronte a questa esibizione di free rock intransigente
non si può fare altro che alzare le mani in segno di resa, non essendoci
né pathos né emozione. Sbaglia chi parla di musica cerebrale.
Perché questo album, più che un esercizio intellettuale, sembra
uno sfogo viscerale. Quando gli Uncode Duello si ricordano di essere dei compositori
è troppo tardi. "Debut Rescue" arriva verso la fine del disco.
Ma quei pochi secondi di - bella - melodia valorizzano gli altri otto minuti
di rumori che farciscono il pezzo. Stesso discorso vale per "Finale".
Non si poteva allora sfruttare di più il gioco dei contrasti tra musica
e dissonanze? Prima di tirare le somme, bisogna sottolineare che quella di
recensire i dischi non è una scienza esatta. Perché l'ascolto
viene fatto con il cuore e il cervello, non con le orecchie. In questo caso,
né il cuore né il cervello hanno risposto positivamente agli
stimoli provenienti dallo stereo.
Kathodik
Marco Fiori
Il progetto Uncode Duello si configura come un ritratto che va a completare
l’oramai nutrita galleria della stimata “bottega sonora”
Paolo Cantù – Xabier Iriondo: due musicisti che da più
di dieci anni collaborano in diverse situazioni soniche – dai mai troppo
lodati Six Minute War Madness (ricordo almeno la splendida Weepin’ Willow,
presente in 'Tracce Compilation' della Wallace Records, allora agli albori)
agli A Short Apnea, fino alle ultime manifestazioni dei veterani Tasaday:
e la lista non è completa – e che hanno raggiunto una invidiabile
comprensione reciproca. Affinità che si traduce in un personale discorso
compositivo/im provvisativo, costruito con un accanito e paziente lavoro sulla
strumentazione adoperata – non solo le “classiche” chitarre
(che i due hanno dimostrato di saper maneggiare con perizia nel corso della
loro carriera: negli Uncode Duello utilizzano “electric guitars”,
“table guitars” e anche una “baritone guitar”) o i
tradizionali basso, organo, clarinetto; vi sono voci più o meno fantasmatiche
(tra cui quella di Pier Paolo Pasolini in Prestu, Pentsakor Eta Pegatu (PPP)),
“vecchi” nastri e “nuovi” trattamenti elettronici
– per materializzare un “suono” minaccioso (l’atmosfera
“noir” che si taglia con il rasoio in L’Alba Del Disagio)
e livido (ma non sterilmente oscuro; penso ad esempio al sosia sputato di
Captain Beefheart che esce fuori dalle casse in Nursery Rhyme per cantare
una delirante litania simil-blues, oppure al “coro” femminile
che squarcia Debut Rescue aprendo un “taglio” quasi melodico…).
Anche perché la “presenza” evocata da Cantù ed Iriondo
nelle sessioni del 3 novembre 2003 (al Tray Studio) e del 19 gennaio 2004
(all’Arciblob) è stata poi nutrita da contributi forniti da altri
musicisti: innanzitutto i batteristi Cristiano Calcagnile (le cui bacchette
hanno contribuito, ad esempio, alla fortuna del trombettista Giovanni Falzone,
col suo Contemporary Ensemble; in generale, dove il “jazz” italiano
si ascolta nelle sue forme meno sclerotizzate e più interessanti Calcagnile
c’è) e Lucio Sagone (motore ritmico dei Cods di Christian Alati
e Massimo Giovara e pure dei Ronin di Bruno Dorella) coprono le tredici tracce
del CD spaziando da movenze “free” a percussioni “concrete”
(prevale il secondo aspetto), mentre Alberto Morelli (già Dissoi Logoi
e Ear&Now) suona il piano preparato in due brani. Alla voce della “presenza
Uncode Duello” contribuiscono poi lo stesso Morelli, Federico Ciappini
(vecchio amico dai tempi dei Six Minute War Madness) che aleggia in Free Steps,
mentre Andrea Reali (da ascoltare in un altro progetto pubblicato dalla promettente
Ebria Records, ovvero Nippon & The Symbol) propone le sue vocalizzazioni
in Anatomy Collides. Il già citato Ciappini, in una presentazione del
CD, conclude che la musica ivi proposta è “una colonna sonora
eccellente per questi anni” angosciosi (speriamo che qualche “filmaker”
italiano se ne sia accorto o se ne accorga nel 2005…); sicuramente dimostra
la perseveranza di Xabier Iriondo e Paolo Cantù nel perseguire un confronto
musicale complesso e certamente non “popolare”, ma che permette
loro di comunicare sensazioni non epidermiche e volatili
Lift
Avanguardia. Questo banalmente il termine che sovviene quando si ascolta per
la prima volta "UNCODE DUELLO". Un insieme di note strappate al
silenzio ed assemblate sapientemente col fine di veicolare frammenti spigolosi
di emozioni, destrutturare rassicuranti consuetudini, sdoganare inusuali riflessioni.
Fuor di metafora "UNCODE DUELLO" non è altro che l'ennesima
creatura di Xabier Iriondo e Paolo Cantù - ex Afterhours, ex Six Minute
War Madness, ex Tasaday, ex A Short Apnea -, artisti che nel tempo hanno abituato
il proprio pubblico ad una formula musicale libera da schemi e che non rinunciano,
anche in questa occasione, a proseguire nella stessa direzione. Questa volta
i due, abbandonate le dilatate evanescenze a nome A Short Apnea, se ne escono
con 13 cavernosi strumentali sulla breve distanza dai toni poco rassicuranti.
Tra rumori di fondo e vociare confuso, lamenti strazianti e campionamenti
diffusi, emerge l'anima del disco, divorata da fendenti di chitarra che ritagliano
dolenti nevrastenie, cullata da fiati allusivi che odorano di free jazz, resa
palpabile da accenti sonori d'ambiente e schizzi sparsi di batteria. I brani
- rari i casi in cui superino i cinque minuti - sono strutturati come brevi
capitoli di un progetto sonoro che vuole dare un volto alla realtà
che ci circonda, con la confusione, l' angoscia, il cinismo che la pervade.
Il disco spazia dal jazz colemaniano di Free steps all'inno "lisergico"
di Turnontuneindropout - questa volta la massima frutto dell'ingegno psichedelico
di Timothy Leary sottintende il sintonizzarsi col caos circostante- dal levarsi
angosciante de L'alba del disagio alle rimembranze vagamente pinkfloydiane
- quelli di Astronomy domine - di Debut rescue, dall'inesorabile scorrere
inverso di Soundtrack for UD alle atmosfere rarefatte di Finale. Il tutto,
nonostante sembri il frutto di soluzioni strumentali estemporanee, mostra
sottopelle un'innegabile tendenza al perfezionismo che preme perchè
ogni dettaglio sia strettamente legato all'altro, nell'ottica di un suono
che proprio dai dettagli trae la propria ragion d'essere. Cantù e Iriondo,
pur non venendo meno all'esigenza ormai consolidata di creare un disco che
con brani tradizionalmente intesi non ha molto a che vedere, riescono questa
volta a sintetizzare un sentire che dimostra un fascino sottile, ascrivibile
alla capacità che possiede lo stesso di prendere per mano l'ascoltatore
e di guidarlo con attenzione in un labirinto di suoni "difficili",
fino al termine dell'opera. Un'opera inquietante, beffarda, maniacale, corruttrice
ed intrigante, che ha il poco rassicurante merito di assomigliare ad una sorta
di concept sul mondo moderno, dalla sua nascita passando per il decadente
declino fino all'inevitabile finale.
Freak Out
Paolo Cantù e Xabier Iriondo. Due nomi di primo piano, ovviamente due
veterani del "circolo" di musicisti che osano in un area, quella
di Milano, che invoglierebbe a tutt'altre questioni musicali - decisamente
più facili. Pur nelle infinite combinazioni in cui li abbiamo visti
suonare (Tasaday, A Short Apnea, e prima ancora Six Minute War Madness), mancava
ancora una creatura "tutta" loro. Dopo 12 anni questo "evento"
finalmente arriva: Uncode Duello, duello senza codici. E in ballo stavolta
c'è anche la (quasi) neonata Ebria records - degna "cugina"
(brianzola anch'essa) di Mirko e Wallace -, con I/O e oVo come primi due episodi
del suo catalogo. Oddio, soli soletti Paolo e Xabier non sono, ma sappiamo
come vanno queste cose: in ballo c'è una miriade di suoni, e pur in
un furioso testa a testa tra due chitarre (più clarinetto, organo e
voci, tutto in loro mano) c'è sempre bisogno di qualcuno (Cristiano
Calcagnile e Lucio Sagone) che picchi un po' su piatti e tamburi. Cosa dire
su Uncode Duello che già non si è detto su Cantù e Iriondo?
Che sicuramente rispecchia lo stato dell'arte nella concezione musicale che
i due sperimentatori hanno. Fino a questo momento, ovviamente, perché,
come anche l'evoluzione dei Tasaday insegna, non è affatto escluso
che il tempo a venire possa vedere i due spingersi ancor oltre. E per ora
Uncode Duello è un'esplorazione su territori dove non batte un raggio
di sole che sia uno, coperti di nubi gravide di incubi e pessimismo, dove
manca qualsiasi gancio con materiale riconducibile a terminologie che ne permettano
una più agevole identificazione. "Uncode Duello" è
un disco che procede con lentezza, pieno di pause "tattiche", di
ripartenze (è in 'Nursery Rhyme', e soprattutto in 'Turnontuneindropout',
forse l'episodio più "carico" di suoni e significativo, che
il disco decolla realmente - e parliamo della traccia #4), di bruschi stop,
talvolta di ritirate, proprio come una spedizione artica o sui tetti del mondo.
Potrebbe sembrare pura improvvisazione, e la componente concreta è
tutt'altro che assente, ma sappiamo benissimo che nella pratica dei due chitarristi
la scrittura "preventiva" è un dettaglio tutt'altro che trascurabile,
e passa attraverso un utilizzo totale degli strumenti (chitarre, innanzitutto)
e della tecnologia ("vecchissima e nuovissima", come riferisce Federico
Ciappini - ex-bandmate dei due nei SWSM - sul website di Wallace) a disposizione.
Ed è questa, forse l'essenza più pura del loro sound: scrivere
l'indefinibile, l'ignoto. Ma senza mai ingabbiarlo in formule.
Sands Zine
Uncode Duello recupera e prosegue di fatto l'esperienza degli A Short Apnea
senza Fabio Magistrali sempre più impegnato nel suo lavoro di produttore;
rimangono i soli Paolo Cantù e Xabier Iriondo a portare a compimento
una collaborazione che dura ormai da una vita (potremmo partire quando ad
inizio novanta Iriondo prese il posto di Cantù negli Afterhours). Un'amicizia
più che decennale che dopo essersi espressa nei Six Minute War Madness,
A Short Apnea e Tasaday (e a breve anche nel Wallace MailSeries n° 4),
giunge all'apice con la sfida in du(ell)o (tanti sono i giochi di parole che
si potrebbero fare dal nome scelto) di cui mi accingo a trattare. In duello,
Cantù ed Iriondo, lo sono sempre stati: sui palchi con A Short Apnea,
o nei concerti quest'estate, dove si sono sfidati, l'uno di fronte all'altro,
a colpi di efferate improvvisazioni. Adesso in questo disco omonimo trovano
anche un approccio compositivo come una sorta d'armistizio. Il disco è
decifrabile con l'analisi di tutte le loro esperienze passate a cui si sommano
le influenze dei Faust e dei This Heat ma anche del Gorge Trio (penso a certi
passaggi di growin' down (crescendo)); ritornano le schitarrate di marca A
Short Apnea, gli intrecci strumentali strutturati dei Six Minute War Madness,
gli incubi proto-industriali dei Tasaday, senza sottovalutare l'importanza
che i due hanno avuto nel recente secondo disco dei Bron Y Aur di cui si portano
appresso svariate scorie. Assistiamo ad un incontro/scontro che sa tanto di
punto di arrivo, un duello definitivo girato al tramonto invece che all'alba;
si, perché come tutti gli scontri decisivi anche questo è sofferto,
oscuro, malato; presagi di tragedia, ricordi del passato (la pasoliniana prestu,
pentsakor eta pegatu (PPP)), realtà ora nitide ora distorte si insinuano
e confondono le menti (in questo senso giocano un ruolo determinante sia le
voci, quelle di Cantù e degli ospiti e quelle campionate). Uncode Duello
risulta però alla fine un prodotto unico nella loro produzione perché
aggiunge senza togliere alcunché alle passate esperienze. Come novità
c'è che Paolo Cantù ha iniziato a suonare il clarinetto e lo
fa ottimamente (free steps; in collisione). Altra novità, la sezione
ritmica: negli show estivi i due si misuravano con le percussioni, alternando
a batterie ridotte al minimo i breakbeat elettronici del mac di Iriondo. Nel
disco troviamo invece due grandi batteristi che si dividono il compito di
sostenere il suono: Lucio Sagone (Cods, Ronin) e Cristiano Calcagnile (i più
lo ricorderanno per la collaborazione con Cristina Donà). Insieme a
loro, altri personaggi a far da padrini: un redivivo Federico Ciappini, indimenticabile
voce dei SMWM (nota personale per il Ciappini: non è ora che ritorni
in pista?) che produce incubi in free steps, Andrea Reali, eccellente singer
dei I/O, che presta i suoi deliri volcali in anatomy collides e Alberto Morelli
(altro compagno di avventura di Iriondo in EAReNOW, Dissoi Ligoi a parte).
Cosa rimane da dire? Che per produrre questo disco si sono sfidati a loro
volta in duello due etichette validissime: la 'sicurezza' Wallace e l'emergente
ma già notevole Ebria (I/O, OvO e a breve Nyppon & The Symbol).
Live Rock
"Ma in realtà non ho detto le cose che avrei voluto e dovuto dire,
e nessuno di noi riesce mai a dirle in realtà. Le cose vere e sincere
si riescono a dire raramente. Forse per caso, nei momenti di ispirazione poetica.
Forse". Uncode Duello. Un flusso di coscienza, strumentale, ininterrotto,
lungo quarantotto minuti di ispirazione poetica. Uncode Duello sono Paolo
Cantù e Xabier Iriondo. I due catalizzano in questo progetto le loro
esperienze, passate e presenti, maturate in gruppi quali, tra gli altri, Six
Minute War Madness, Tasaday e A Short Apnea. Il risultato è una sorta
di collage sonoro ottenuto miscelando parti puramente improvvisate a voci
registrate e non, rumori d'ambiente, parti elettroniche. Chitarre elettriche
e baritono, basso e clarinetto, voci e organi, nastri e trattamenti elettronici,
si mischiano liberamente in una spirale free cupa e tesa. Come un'esplosione
che non arriva mai, le tredici composizioni qui contenute sono cariche di
una tensione scura e malsana, su tutte Turnontuneindropout, Riso Spezzato
e Finale rappresentano al meglio l'essenza di questo disco. Ovvero musica
in libertà. Un tempo era rock, ora è materia (ri)masticata e
sputata fuori. Maneggiare con cura, divora i cervelli.
Kronic
Come recitava una vecchia canzone di Eugenio Finardi, "che prima o poi
sarebbe successo, tutto il mondo lo sapeva": che Paolo Cantù e
Xabier Iriondo, dopo aver diviso mille volte palco, saletta e studio di registrazione
all`interno di tantissimi progetti, si sarebbero prima o poi trovati faccia
a faccia per lanciarsi in un nuovo lavoro interamente a loro nome, non era
difficile prevederlo; e forse, per quanto da due menti tanto eclettiche sia
lecito aspettarsi un po` di tutto, non era così difficile neanche prevedere
quale piega il progetto avrebbe preso, visto l`universo sonoro in cui entrambe
hanno prediletto muoversi negli ultimi anni. E così eccolo, finalmente,
questo "duello senza codici": 48 minuti di musica in cui Xabier
e Paolo, accompagnati da una serie di ospiti che sbucano qua e là,
condensano quel mondo oscuro e deviato che negli ultimi anni hanno esplorato
in lungo ed in largo fino imparare a gestire alla perfezione ogni sfumatura
sonora ed ogni minimo rumorino, riuscendo così a fondere magnificamente
il fascino inquieto dei Tasaday con la tensione nevrotica degli A Short Apnea.
Un disco dalle atmosfere sofferte, ansiose e travagliate, dunque, in cui miriadi
di suoni si rincorrono come immagini irrequiete che si sovrappongono in una
sorta di incubo surreale in cui tutto è realistico ma niente sembra
davvero reale. Crescendo di suoni spezzati, finti silenzi riempiti di inquietudini
sussurrate, chitarre lancinanti, urla dantesche, dilatazioni nichiliste, frammenti
sonori ripresi da altri luoghi o altri tempi ed accenni melodici che si compongono
quasi per caso ma nel giro di pochi istanti vengono dissolti o massacrate:
tutto miscelato in quella che potrebbe essere la colonna sonora di una versione
apocalittica di "Alice nel paese nelle meraviglie". Certo, visti
i due personaggi in questione, non si può parlare di un lavoro sorprendente
od inatteso, ma senza dubbio della sublimazione di quell`universo sonoro teso,
ostico e fascinoso di cui Xabier Iriondo e Paolo Cantù sono ormai gli
autentici padroni.
Rockit
Per parlare degli Uncode Duello e del loro disco occorre parlare prima dei
soggetti che ne sono coinvolti. In primis, i due musicisti, Paolo Cantù
e Xabier Iriondo, giunti all'ennesimo capitolo di una saga musicale che ha
conosciuto esperienze scostanti quali Six Minute War Madness, A Short Apnea,
Tasaday, Four Gardens In One. Sul versante produttivo, invece, ci sono due
etichette quali la Wallace e la Ebrìa che, alla Milano da bere, hanno
sempre contrapposto una Milano da ascoltare con cura e attenzione, per quanto
l'ascolto potesse essere intimidatorio. Basterebbero questi nomi a garantire
il valore del disco, ma vale la pena aggiungere qualche parola. Per meglio
dire varrebbe la pena aggiungere qualche parola se ce ne fossero in grado
di esprimere compiutamente quanto è dato ascoltare. Come spesso accade
nell'ambito della musica di ricerca, infatti, i termini canonici sono quanto
mai carenti in fatto di precisione. Un termine come post-rock, ad esempio,
cosa spiega? Già parlare di improvvisazione e jazz è più
calzante, perché gli Uncode Duello procedono soprattutto in queste
direzioni, incrociando gli strumenti in elucubrazioni libere e sconnesse.
Occorre tuttavia aggiungere che questo stile di base si arricchisce di volta
in volta delle più svariate ispirazioni. Sono perfettamente percepibili
echi di ambient ("L'alba del disagio") di musica concreta ("Nursery
Rhyme"), di musica orientale ("Soundtrack for UD"), di collage
("Prestu, Pentsakor eta Pegatu"), di noise-rock ("Turnontuneindropout").
Senza contare poi tutte le voci più o meno filtrate e distorte che
scorrazzano in lungo in largo assieme ai più svariati strumenti tra
cui spiccano, chitarre da tavolo, pianoforti trattati e fiati vari. Il penultimo
brano, "Debut Rescue", sintetizza in nove minuti tutte le ispirazioni
trattate nel corso dell'album. Non so quanto il disco degli Uncode Duello
possa considerarsi innovativo o originale. Di certo si tratta di un album
molto vario ed ispirato che sa fa ascoltare con piacere dall'inizio alla fine,
sapendo essere emozionante ed evocativo. In ambito impro-jazz si tratta di
pregi molto rari che vale la pena cogliere al volo
Comunicazione Interna
Luciano Mastrocola
Ninefold e Red worm’s Farm in cartellone nella terza serata; due esibizioni
intervallate da un vero e proprio evento quale il set proposto da Xabier Iriondo
e Paolo Cantù. I due amici di lunga data e da anni legati a progetti
musicali paralleli, rievocano sul palco mitologici guerrieri greci intenti
in una vera battaglia “post-rock” di pregevole fattezza. Grandioso
e unico l’impatto, per un pubblico che ha goduto di un prezioso “diamante”
sonoro per circa tre quarti d’ora in religioso silenzio
Alternatizine
Zurdano
Non è affatto strano ammettere che questo primo disco di Uncode Duello
risulti come una conferma. Già, perché ad animare queste nuove
vibrazioni in casa Wallace ed Ebria, una promettente etichetta nostrana, ci
sono volti noti come Xabier Iriondo e Paolo Cantù, che già si
sono affrontati in scontri chiamati A Short Apnea, Six Minute War Madness
e Tasaday (e non cito come scontro gli Afterhours). In questo caso i due proseguono
il discorso intrapreso in passato. Il dialogo ha lo stesso codice narrato
dagli A Short Apnea, le due sessions che hanno partorito questo primo lavoro
in “duello” hanno avuto due “arbitri” dietro la batteria,
Cristiano Calcagnile che vanta collaborazioni con Stefano Bollani e Cristina
Donà, e Lucio Sagone, membro dei Cods, giusto citarli perché
sono una costante importante in tutto il disco. Il primo titolo è eloquente,
l’alba del disagio, e il disagio narrato, non dalla ricerca dei due
che hanno un codice tutto loro, è nell’ascoltatore che coglie
da queste rare esplosioni rumoristiche un nuovo senso al suono, frutto di
un’interazione cerebrale unica nata da anni di condivisioni musicali,
stranamente diverso dalle evocazioni cervellotiche di A Short Apnea e lontano
dal pessimismo postindustriale di Tasaday. In questo disco si scontra una
carica negativa, udibili esempi nel clarinetto di Paolo Cantù in In
Collisione e Free Steps e nelle voci urlanti di Turnontuneindropout, con una
rabbia gelida che provoca un’emersione di suoni noise rock (vedi Debut
Rescue una breve parentesi meno free, Nursery Rhyme o Riso Spezzato) o viceversa
è l’approccio più duro che comunica certi stati d’animo,
soprattutto nei frangenti in cui le ammirevoli incursioni percussive di prima
l’uno e poi l’altro batterista diventano fondamentali. Trarne
considerazioni emotive risulta però azzardato quando la “sfida”
musicale tra i due musicisti (duello) possiede delle trame comunicative indecifrabili
(uncode) e questo progetto non nasce da improvvisazione pura ma è risultato
di un lungo studio su ascolti, strumenti, dinamiche, suoni e tecnologie che
donano al gesto tecnico improvviso un’immediatezza rara. A condire il
tutto ci sono gli interventi di amici musicisti sui generis come le voci di
Federico Ciappini, ex Six Minute War Madness, Alberto Morelli, degli Ear&now,
e Andrea Reali, degli I/O, che vocalizza alla maniera di Stratos e De Dionyso,
senza contare l’omaggio a Pasolini nella terza traccia. Tutte voci che
a dire il vero poco aggiungono alla sapiente opera d’assemblaggio dei
due Uncode Duello.
Altremusiche
Michele Coralli
Esplosione e implosione, costruzione e decostruzione; la tonalità del
grigio che avvolge tutto. Un caos creato a partire dall'esattezza e dall'ordine
digitale. Che piaccia o meno è questa le tendenza musicale "nuova"
che vive e si alimenta dalle nostre parti in questi anni: un revival informale
che ripesca tutto e tutto rimette in circolazione attraverso un montaggio
che evoca action painting virtuali, casualità espressive, tolleranza
nei confronti della mancanza di pertinenza, di ordine, di ragione e di pensiero.
Pasolini e il fantasma di Robert Wyatt e del suo The End of an Ear, che qui
coincide con la fine del principio di causa-effetto, piuttosto che uscita
psichedelica dall'aura razionale. Un revival che cattura in sé suoni/rumori
che vengono dal passato come onde radio che viaggiano nello spazio portando
con sé voci e suoni del pianeta Terra.
Qui area omogenea hinterland-Milano, un grigio ci avvolge: il grigio lombardo.
Cantiere Sonoro
Xabier Iriondo Gemmi e Paolo Cantù sono gli Uncode Duello...c'è
un batterista ma non so come si chiama...suppongo sia Calcagnile... Dopo qualche
minuto di prova, inizia lo "spettacolo"...un sala piccola e fredda...ma
una musica che inizia subito molto "viva" anche se non è
calda...il clima è perfetto...è impossibile non far caso alla
copiosa strumentazione di ogni tipo portata dietro dal gruppo.. "è
tutta rob a loro" fa notare uno dell'organizzazione...spiccano corni...argenteria..tastierine..pedali
di ogni tipo.. campionatori...paolo cantù porta con se 2 bassi e 1
chitarra elettrica... il batterista è sommerso da aggeggi di ogni tipo...che
ogni tanto fa suonare (come pezzi di ferro...lamiere, corni...). Lo spettacolo
ha inizio...è qualcosa di violento.. vieni rapito dalla musica e colpito
dallo spettacolo...si percepisce una violenza musicale, una voglia di creare
e distruggere ritmi e sonorità...xabier inizia a campionare rumori
su rumori...lo spettacolo è essenzialmente loro... riescono a creare
1 atmosfera di tensione...percepisci che qualcosa sta avvenendo lì
sul palco.. ma loro riescono a stupirti...semmai anticipando o ritardando
i tempi... straordinaria una performance di Cantù che con un sottile
rumore di sottofondo (appena creato e campionato da Xabier) fa stare il pubblico
in 1 minuto interminabile...in cui poche volte fa suonare il suo strumento
e più volte lascia crescere tensione ed attesa fino a quando non si
scatenanto nel "Duello". E' vero è un vero è proprio
Duello. Ed ecco Xabier che suona.. anzi è più corretto dire
"pulisce" la sua "tastiera" con la lana di acciaio...e
poi Cantù che fa suonare un cucchiaio.. e poi ancora Xabier che si
lancia in acrobazie tecniche che ti lasciano a bocca aperta.. è un
continuo rimanere a bocca aperta.. è uno spettacolo.. vedere come nascono
certi suoni e vedere come ti rapiscono... Cantù poi con una specie
di chiodo di ferro batte colpi sul basso.. ed escono fuori sonorità
che non ti aspetti...Xabier nella trance urla e fa cadere il microfono...è
proprio in trance è una sfida con i suoni...un clima eccellente.. atmosfere
cupe.. suoni grigi...di tanto in tanto qualche improvvisazione un pò
jazz...altre volte qualche intermezzo più rock'n'roll condita da momenti
di ambient e persino qualche riff dub... Se capitano dalle vostre parti non
perdeteveli..mettetevi in prima fila e lasciatevi rapire... in definitiva
1 ottimo progetto.. più musicale rispetto ad A Short Apnea, più
maturo più sonoro rispetto a Six Minute War Madness.. non ho ascoltato
mai Tasaday e non posso fare le differenze...
Movimenta
Collaborazione tra Wallace e Ebria per la prima uscita degli Uncode Duello,
il gruppo formato da Xabier Iriondo e Paolo Cantù è la naturale
prosecuzione dei seminali A Short Apnea dopo la dipartita di Fabio Magistrali.
Dopo anni di militanza ecco il disco della definitiva maturità per
il duo di improvvisatori lombardi che per l'occasione si circonda di un nutrito
gruppo di amici e collaboratori per arricchirne il contenuto. Rispetto a "illu
ogod ellat rhagedia" il suono né esce differente e rinnovato,
la batteria non è più in primo piano e si può sentire
veramente di tutto, la chitarra gioca e da il là a canti indo-asiatici
(in collisione), nastri assortiti con risa, lamenti, e cronaca (riso spezzato),
clarinetto e delirio (free steps), in (PPP) la litania popular-industriale
di morte fa da preludio a un'intervento di Pasolini invece in (debut rescue)
l'andamento si fa più rock -nella accezione più ampia del termine-
con le chitarre potenti e storte che poi l'entrata di un coro porta per un'attimo
su lidi psichedelici, ma è solo un'istante perchè nel finale
del pezzo si ripiomba nelle tenebre. Tenebre, apocalisse, sfide, fine del
mondo sono il vero leit-motive degli Uncode Duello che hanno il notevole pregio
di tenere un livello alto di composizione per tutta la durata della loro opera.
Certo una colonna sonora non adatta per i film tutta fisicità e movimento
di Tarantino. Meglio un Herzog, un Tarkovskij… la vecchia decadente
Europa.
Music Club
Roberto Michieletto
Il nucleo pensante di Uncode Duello è invece composto da Paolo Cantù
e Xabier Iriondo, a cui vanno aggiunti, tra gli altri, i contributi di Alberto
Morelli, Cristiano Calcagnile e Federico Ciappini. L’album è
stato ben concepito, soprattutto in considerazione del fatto che il germe
musicale da cui hanno preso spunto le tracce è frutto di improvvisazione
e le successive aggiunte e modifiche, sebbene non ne abbiano inficiato le
dinamiche dei suoni e la natura free e rock di confine (il che risulta evidente),
sono però riuscite a dare una veste più codificata al lavoro,
sia grazie all’inserimento di partiture atte a creare soundscape narrativi
in ebollizione (con elementi elettronici o concreti), che con l’ausilio
di digressioni chitarristiche e ritmiche cariche di nevrosi interiore; e il
tutto viene ottimamente sintetizzato in ‘Debut Rescue’.
Music Boom
Luca Barachetti
Duello: scontro. Sono due parole che descrivono lucidamente i tempi in cui
viviamo, tra sanguinosi scontri di civiltà – civiltà però
sfumate e non facilmente classificabili – e scontri interiori: nichilismo
consumistico diffuso, globalizzazione spersonalizzante e distruttrice dei
caratteri (codici) dell’individuo. Quella politica – la parola
politica è intesa in senso lato – è una tra le tante possibili
chiavi di lettura di Uncode Duello e viene confermata dall’operato di
Xabier Iriondo e Paolo Cantù, che dopo le varie esperienze con Sixminutewarmadness,
A Short Apnea, Tasaday, Four Gardens In One arrivano qui alla loro opera migliore
e – con tutti le precisazioni necessarie ad una musica così estrema
– più comunicativa. Ambient, industrial, noise, rumorismi, musica
concreta e patafisica, isteriche improvvisazioni jazz, improvvise esplosioni
pianistiche: le influenze che Iriondo e Cantù fanno convivere senza
troppe premure di amalgama nelle tredici tracce dell’album non ne rendono
possibile una catalogazione precisa (e difatti è un disco uncode).
Quello che però emerge nel complesso e che accomuna i diversi episodi
è una densissima tensione schizofrenica. Le chitarre – distorte,
schiaffeggiate, schitarrate, che urlano e si lagnano – i botti stucchevoli
della batteria di Lucio Sagone e Cristian Calcagnile (Cristina Donà,
Stefano Bollani), i nastri di voci rallentante (anche quella di Pier Paolo
Pasolini) o ripetute in allucinati loop mirano a costruire un ambiente sonoro
a volte profondamente scuro, altre claustrofobico, altre ancora subcoscienziale
o post-apocalittico, ma sempre e comunque isterico, impazzito, che non tralascia
momenti sarcastici e amari. Pensate ad uno dei tanti filmati di macelli umani
a suon di bombe e kamikaze in Bagdad e dintorni, oppure all’isteria
collettiva di un sabato pomeriggio prenatalizio in un centro commerciale delle
vostre zone: la musica di Uncode Duello potrebbe essere il commento sonoro
più adatto a conficcarsi nelle immagini che state pensando. La forza
evocativa – mai parola come in questo caso è stata più
appropriata – di questo disco è fortissima. Ma al di là
del taglio libero da schemi, e quindi molto ostico, che Iriondo e Cantù
hanno deciso di dare alla loro creatura, il coinvolgimento non sarà
comunque facile: questa non è musica serena; quasi sempre si esce segnati
da un duello.
Music Boom
Valentino Curcio
Nel bene e nel male tutti noi conosciamo il percorso musicale di Paolo Cantù
e Xabier Iriondo, le loro scelte coraggiose, l’indiscutibile vena artistica
che ha fatto nascere Uncode Duello – l’ultima delle loro creazioni
– e il live è una tappa assolutamente obbligatoria per capire
fino in fondo l’essenza di un progetto prolifico ma non sempre a portata
di tutti. Al Cantiere Sonoro lo scorso 5 maggio abbiamo visto una band davvero
stimolante, capace di assorbire e reinventare suoni lontani da qualsiasi catalogazione.
Ma andiamo per ordine. Ad aprire le danze sono stati gli El Ghor, giovane
band campana che fa dell’indie-rock il proprio vessillo musicale ma
che non rifiuta di muoversi anche in direzioni differenti per soddisfare le
proprie esigenze compositive. Durante la loro esibizione – senza sbavature
ma senza neanche troppi entusiasmi – il quartetto sciorina una mezz’ora
di suoni post e impennate pop-noise ben arrangiate. Il brano "Nella resa
il vanto" coniuga composizione cantautoriale e dinamiche indie; i lunghi
arpeggi, sognanti e decisi, rimangono impressi nella memoria per lucidità
e poesia. Da sottolineare la prova del cantante-chitarrista Luigi Cozzolino,
la cui presenza carismatica sul palco rende più interessante tutta
l’esibizione. Arriva così il momento degli Uncode Duello e con
una strana tensione mi sistemo vicino al palco. La sala si riempie in fretta
– durante l’esibizione degli El Ghor eravamo sì e no in
venti… – rinnovando la discutibile e stupida usanza di snobbare
il gruppo spalla. In ogni caso si comincia e già dalle prime note –
ma forse sarebbe meglio scrivere dai primi rumori – si entra senza possibilità
di ritorno nella dimensione Uncode: esplosioni sonore incontrollabili, fracassi
sonici prodotti da un uso sapiente – a tratti maniacale – di distorsioni,
nastri, effettiere, percussioni di ogni tipo (fra le quali una lamiera) e
anche un clarinetto suonato da Cantù. E’ un caos intimista quello
degli Uncode Duello. Potrebbe essere la colonna sonora dei nostri tempi inquieti
ed è senza dubbio una scelta musicale difficile, ma estremamente coraggiosa,
anche perché frutto di anni – dieci per la precisione –
di sperimentalismi e di instancabile documentazione (basti pensare che subito
dopo il sound-check pomeridiano ho visto Xabier aprire un tomo formato elenco
telefonico dal titolo “Il futurismo nella musica” e leggerlo avidamente).
Tornando all’esibizione si rimane fortemente colpiti dal magnetismo
live dei due musicisti, la cui vena isterico-violenta sul palco ricade con
forza anche sugli ascoltatori, inermi sotto i colpi dei suoni quasi sempre
cupi e minacciosi. Durante un’ora di spettacolo Iriondo/Cantù
sembrano due combattenti, l’uno contro l’altro, quasi a voler
rinfocolare continuamente una tensione nervosa che non scema mai nell’arco
di tutto il live. Si va dai pezzi dell’ultimo lavoro fino a quelli prodotti
sotto il nome A Short Apnea e Tasaday, in base a una tabella di marcia inesorabile
e snervante. Quando termina il concerto si rimane per qualche minuto incoscienti,
con la sensazione netta di aver partecipato a un evento importante, che oltrepassa
la dinamica del live classico. Al di là delle considerazioni personali,
non si può fare a meno di notare la forza compositiva degli Uncode
Duello, lontana da ogni forma di catalogazione. La complessità della
loro produzione potrebbe risultare ostica – poco “digeribile”
direbbe qualcuno – ma grazie al live trova senza difficoltà consensi
e comprensione unanimi.
Post It Rock
Un duello svelato, quello tra Xabier Iriondo e Paolo Cantù che dalle
note allegate considerano questo il loro primo album, perché pensato
e prodotto da loro. Dopo anni di collaborazione e tantissimi progetti, si
sfidano, a suon di suoni (scusate l'inevitabile gioco di parole n.d.r.), di
rumori, di campioni, e di strumenti preparati. Potrebbe essere questa una
chiave d'ascolto per un disco complesso, che sembra quasi un montaggio video
molto articolato, fatto ad incastri, di salti spazio temporali all'interno
della storia, di vicende che si sussegguono legate l'una all'altra da uno
stesso filone, a tratti velocissime, a tratti girate al rallentatore; con
una bellissima fotografia, qui trasposta nella qualità sonora che ormai
contraddistingue i lavori di Paolo e Xabier.
Un disco che è un tutt'uno con se stesso, dove i brani non possono
essere presi singolarmente, ma quasi obbligatoriamente sentiti in fila. Lo
dimostra anche l'andamento del disco che arriva al momento cruciale del “duello”
a ¾ della durata totale e che si chiude non a caso con “finale”,
dove una tetra e oscura ambientazione, fa da sfondo all'epilogo dello scontro.
Non è la prima volta che trovo all'interno di questi tipi d'ascolti
la parte melodica che esce, quando prima era nascosta e trattenuta dalle trame
intricate.
Ansia e oscurità, queste sono le atmosfere che vengono fuori dai diversi
ascolti che ho fatto e un approccio rock sempre vivo con le sue mille sfumature.
Da ascoltare e riascoltare fino a quando un senso di angoscia non vi stritolerà
l'animo, a quel punto vi renderete conto che qualcosa ha funzionato, e che
quello che sembra un "semplice" assemblamento di suoni e melodie
è anche qualcos'altro…
RockIt
Massimiliano Osini
Per parlare degli Uncode Duello e del loro disco occorre parlare prima dei
soggetti che ne sono coinvolti. In primis, i due musicisti, Paolo Cantù
e Xabier Iriondo, giunti all’ennesimo capitolo di una saga musicale
che ha conosciuto esperienze scostanti quali Six Minute War Madness, A Short
Apnea, Tasaday, Four Gardens In One… Sul versante produttivo, invece,
ci sono due etichette quali la Wallace e la Ebrìa che, alla Milano
da bere, hanno sempre contrapposto una Milano da ascoltare con cura e attenzione,
per quanto l’ascolto potesse essere intimidatorio. Basterebbero questi
nomi a garantire il valore del disco, ma vale la pena aggiungere qualche parola.
Per meglio dire varrebbe la pena aggiungere qualche parola se ce ne fossero
in grado di esprimere compiutamente quanto è dato ascoltare. Come spesso
accade nell’ambito della musica di ricerca, infatti, i termini canonici
sono quanto mai carenti in fatto di precisione. Un termine come post-rock,
ad esempio, cosa spiega? Già parlare di improvvisazione e jazz è
più calzante, perché gli Uncode Duello procedono soprattutto
in queste direzioni, incrociando gli strumenti in elucubrazioni libere e sconnesse.
Occorre tuttavia aggiungere che questo stile di base si arricchisce di volta
in volta delle più svariate ispirazioni. Sono perfettamente percepibili
echi di ambient (“L’alba del disagio”) di musica concreta
(“Nursery Rhyme”), di musica orientale (“Soundtrack for
UD”), di collage (“Prestu, Pentsakor eta Pegatu”), di noise-rock
(“Turnontuneindropout”). Senza contare poi tutte le voci più
o meno filtrate e distorte che scorrazzano in lungo in largo assieme ai più
svariati strumenti tra cui spiccano, chitarre da tavolo, pianoforti trattati
e fiati vari. Il penultimo brano, “Debut Rescue”, sintetizza in
nove minuti tutte le ispirazioni trattate nel corso dell’album. Non
so quanto il disco degli Uncode Duello possa considerarsi innovativo o originale.
Di certo si tratta di un album molto vario ed ispirato che sa fa ascoltare
con piacere dall’inizio alla fine, sapendo essere emozionante ed evocativo.
In ambito impro-jazz si tratta di pregi molto rari che vale la pena cogliere
al volo.
Rockon
Francesco Diodati
Inutile discutere dell’incredibile, sempre lineare, capacità
artistica di Iriondo e Cantù; inutile stare qui a ricordare il passato
di questi due alfieri dell’indie-rock italiano. Inutile, quanto utile,
starsene immobili e impassibili dinanzi al talento, già ampiamente
dimostrato, del duo targato, come sempre, Wallace. Se già ci avevano
provato, con successo, con gli A Short Apnea (accompagnati da Fabio Magistrali),
i due riescono a rimpastare, con assoluta professionalità, le emozioni
che, in dieci anni d’amicizia, hanno collezionato. Il nuovo progetto
di Xabier Iriondo e del suo, sempre fisso, compagno d’avventura Paolo
Cantù va a catalogarsi sotto il nome di Uncode Duello. L’album,
composto da tredici tracce (se tracce possiamo definirle) costruite e perfettamente
create dall’ingegno sperimentale dei soli Iriondo e Cantù, è
la pura, casuale, dimostrazione di come questi due personaggi, perfettamente
in linea con l’etichetta di Mirko Spino, possano realizzare, con incredibile
personalità, un progetto al di fuori da ogni schema musicale. “Tredici
manovre apocalittiche” anchilosate in incomprensibili, indecifrabili,
movimenti stilistici; tredici perle d’avanguardia imbevute dal kraut-rock
di Mr. Damo Suzuki (ovvero Mr. Can) e Mr. Uwe Nettelbeck (mente primordiale
dei Faust), dalla no wave degli UT e dei primi, o ultimi, Sonic Youth (“Confusion
is Sex” e “Hidros 3” nella mente, coniugata, sperimentale
di Moore e Gordon). Inutile rimanere inflessibili di fronte all’immensa
libertà stilistica di Iriondo, inutile rimanere insensibili davanti
alla capacità “irriverente e sfacciata” di Paolo Cantù.
Approfondire il talento stilistico, quasi sovrannaturale, di questi due “manipolatori
musicali”.
Sentire Ascoltare
Italo Rizzo
Paolo Cantù e Xabier Iriondo, due figure importanti del panorama avant/impro
(o più genericamente free) italiano, da quindici anni a questa parte.
Due nomi che hanno attraversato molteplici identità e stili, sempre
all'insegna della sperimentazione e della radicalità. Adesso sono insieme
in duo, oltre a proseguire una miriade di altri progetti, un duo atipico in
quanto Uncode Duello non è banalmente la somma di due capacità,
né un confronto tra due chitarristi dal background similare, bensì
una tappa di un viaggio del quale non è nota la destinazione, una rivisitazione
di luoghi sonori perigliosi e dai confini incerti, con apparizioni continue
di fantasmi in forma di voci, di ricordi, di musiche finora sconosciute. L’esordio
omonimo, recentemente pubblicato da Ebria e Wallace, è un ottimo disco,
mentre non meno interessanti si rivelano gli altri progetti: Tasaday, un gruppo
la cui storia inizia negli anni ottanta, un nome culto; Four Gardens In One,
quartetto dedito a sonorità più ruvide ed incompromissorie,
Ear(e)Now, in cui suona il solo Xabier con Alberto Morelli, fautori di un
mini-cd che lambisce la musica contemporanea; e ancora i Polvere, i Permanent
Fatal Error per dire solo di quelli attivi oggi e chissà quanti altri
ancora usciranno, tutti sotto il marchio Wallace, etichetta sempre attenta
nel diffondere un'idea di musica libera da schemi. Per poter comprendere appieno
le personalità dei due chitarristi (in realtà polistrumentisti)
è utile recuperare i cd a nome A Short Apnea, il trio con Fabio Magistrali
che, più volte sottovalutato, ha rappresentato uno degli episodi più
felici di contatto tra il post rock e il kraut, con decise istanze minimaliste.
Difficile scoprire cosa ascolteremo nei prossimi dischi a nome Uncode Duello;
di certo quel viaggio è lungi dall'essere terminato e sembra anzi una
continua ri-partenza.
Sodapop
Andrea Ferraris
Xabier Iriondo e Paolo Cantù sono due nomi che credo abbiate già
sentito, chi per gli Afterhours, chi per i Six Minute War Madness, chi per
gli A Short Apnea, Damo Suzuky Network, Tasaday, Due Parti Molli Tremolanti,
etc. etc. etc. Visti gli ultimi percorsi compiuti dai nostri eroi era auspicabile
aspettarsi un disco particolare e “fiat lux”, detto e fatto. Diciamo
che per certi versi gli Uncode Duello potrebbero essere una specie di prosecuzione
ideale del percorso intrapreso dagli A Short Apnea (nei quali hanno militato
entrambi), l’edizione Wallace ed Ebria (da tenere assolutamente d’occhio)
è una garanzia sul fatto che si tratti di “musica degenerata”.
Campioni, chitarre free, giochi di atmosfera (azzardiamo la sparata di “neo-kraut-rock-concreto”!?);
ad ogni modo voci di un passato demolito a sassate, tema che a quanto pare
era piuttosto caro anche agli Apnea e non solo in alcune immagini. Un passato
che viene defebrillato, reanimato come nei migliori film horror e si muove
come un mostro come nel romanzo di Mary Shelley (e poi chi era più
mostro Frankenstain, Martin Feldman o chi cercava di linciarli?). Con richiami
da un passato che comunque ritorna, come del resto si ripete la storia, simile
ma in realtà mai uguale a sé stessa, l’esordio degli Uncode
Duello non è un “trifide” impolverato da b-movie in bianco
e nero, è un paesaggio crepuscolare dove i fantasmi sono presenti a
si guardano allo specchio (un fantasma che si guarda allo specchio, questa
la mando a Bergonzoni). Alcuni ospiti di tutto rispetto come Federico Ciappini
(Six Minute War Madness, già ad uso per gli A Short Apnea), Andrea
Reali (da tenere sott’occhio gli I/O e nei Nippon And The Symbol), Cristiano
Calcagnile, Lucio Sagone. Tornontuneindropuot, il mantra sepolcrale di Soundtrack
For Ud, il prog-free-psichedelico di In Collisione, l’impro sinistra
di Finale alcune degli spigoli più evidenti di una struttura comunque
compatta. Bell' "esordio" speriamo abbia un seguito.
Sonumu
Barrie
Creepy soundtrack music full of fear and pain and anger. I was waiting for
it to explode into a cacophony of beautiful noise but it doesnt. It does spooky
intro after intro. I must be too accustomed to Pink Floyd and Hawkwind. I
went to see Acid Mothers Temple a few months ago aswell and I didnt get that
either. Sometimes though it borders on freeform jazz and little vignettes
sneak out which again I expected to turn into something divine and transcendental,
but no. No Coltrane or McLaughlin for you here. Hmm. So I was trying to picture
when I would enjoy listening to this or say some of John Coltranes weird out
stuff where he was communing with the stars and planets and I thought, alone
or when extremely high or as a soundtrack to an art or horror film (Avant-garde
directors take heed!). It picks up near the end and borders on rockout and
I just wish they would. ROCK OUT DAMMIT! Nope. I wonder are these guys geniuses
of noise or chancers bent on pissing off their neighbours. Enjoy, weirdos.
Rumore
Vittore Baroni
Amici di vecchia data e vicini o compagni di strada in diverse avventure musicali
(Six Minute War Madness, A Short Apnea, Tasaday, ecc.), Paolo Cantù
e Xabier lriondo si confrontano sulla lunghezza di un album in una serie di
Improvvisazioni controllate" che non obbediscono ad una particolare scuola
sonora, ma fanno tesoro dei molti trascorsi. Vocioni blues, stralci radio,
tromboni bandistici e altre schegge "concrete" si insinuano tra
i contendenti in un 'duello senza codice" giocato sul piano fisico (grattanti
chitarre e mobili percussioni, soprattutto, ma anche vocalizzi ed elettronica
in libertà) quanto su quello concettuale, con una scelta e calibratura
che si avverte molto ragionata di rapporti tra dinamiche e volumi, cupe suggestioni
narcolettiche e improvvisi ritorni alla realtà. Uno scontro teso e
intenso, senza vincitori o vinti.
Chain DLK
Eugenio Maggi
Adventurous, oblique instrumentals played by Paolo Cantù and Xabier
Iriondo (previously involved in remarkable and unique projects like Six Minute
War Madness and A Short Apnea) with a legion of friends and guests. Guitars,
bass, clarinet, voices, tapes, organs, electronics, etc. collide in these
bizarre architectures and ready-made objects - as if the anarchist spirit
of the "Faust tapes" was revived by Storm & Stress or their
label mates A Short Apnea (minus the tragic feel), Bron y Aur or I-O. A loose,
but oddly powerful and cohesive interplay, where melodies and found sounds
are continuously shattered and recomposed into new forms, makes this a captivating
listen, probably closer, at a skin-deep level, to folk and rock than to academic
avantgarde.
Lift
Fabrizio Zampighi
Avanguardia. Questo banalmente il termine che sovviene quando si ascolta per
la prima volta “UNCODE DUELLO”. Un insieme di note strappate al
silenzio ed assemblate sapientemente col fine di veicolare frammenti spigolosi
di emozioni, destrutturare rassicuranti consuetudini, sdoganare inusuali riflessioni.
Fuor di metafora “UNCODE DUELLO” non è altro che l’ennesima
creatura di Xabier Iriondo e Paolo Cantù - ex Afterhours, ex Six Minute
War Madness, ex Tasaday, ex A Short Apnea -, artisti che nel tempo hanno abituato
il proprio pubblico ad una formula musicale libera da schemi e che non rinunciano,
anche in questa occasione, a proseguire nella stessa direzione. Questa volta
i due, abbandonate le dilatate evanescenze a nome A Short Apnea, se ne escono
con 13 cavernosi strumentali sulla breve distanza dai toni poco rassicuranti.
Tra rumori di fondo e vociare confuso, lamenti strazianti e campionamenti
diffusi, emerge l’anima del disco, divorata da fendenti di chitarra
che ritagliano dolenti nevrastenie, cullata da fiati allusivi che odorano
di free jazz, resa palpabile da accenti sonori d’ambiente e schizzi
sparsi di batteria. I brani – rari i casi in cui superino i cinque minuti
– sono strutturati come brevi capitoli di un progetto sonoro che vuole
dare un volto alla realtà in cui viviamo, con la confusione, l' angoscia,
il cinismo che la pervade. Il disco spazia dal jazz colemaniano di Free steps
all’inno “lisergico” di Turnontuneindropout – questa
volta la massima frutto dell’ingegno psichedelico di Timothy Leary sottintende
il sintonizzarsi col caos circostante– dal levarsi angosciante de L’alba
del disagio alle rimembranze vagamente pinkfloydiane – quelli di Astronomy
domine – di Debut rescue, dall’inesorabile scorrere inverso di
Soundtrack for UD alle atmosfere rarefatte di Finale. Il tutto, nonostante
sembri il frutto di soluzioni strumentali estemporanee, mostra sottopelle
un’innegabile tendenza al perfezionismo che preme perchè ogni
dettaglio sia strettamente legato all’altro, nell’ottica di un
suono che proprio dai dettagli trae la propria ragion d’essere. Cantù
e Iriondo, pur non venendo meno all’esigenza ormai consolidata di creare
un disco che con brani tradizionalmente intesi non ha molto a che vedere,
riescono questa volta a sintetizzare un sentire che dimostra un fascino sottile,
ascrivibile alla capacità che possiede lo stesso di prendere per mano
l’ascoltatore e di guidarlo con attenzione in un labirinto di suoni
“difficili”, fino al termine dell’opera. Un’opera
inquietante, beffarda, maniacale, corruttrice ed intrigante, che ha il poco
rassicurante merito di assomigliare ad una sorta di concept sul mondo moderno,
dalla sua nascita passando per il decadente declino fino all’inevitabile
finale.
Taxi Driver
Dale P
Era forse l'ora che Xabier Iriondo e Paolo Cantù ci deliziassero con
un disco "vero". Al di là delle (belle) sperimentazioni nei
milioni di dischi in cui hanno messo mani il duo più fuori del mondo
del rock nostrano (ma ricordiamolo: prima erano un trio con l'ormai producer
a tempo pieno Fabio Magistrali nei fantastici A Short Apnea) era un bel po'
che non si cimentavano in una sorta di songwriting.
Che poi sia azzardato usare questo termine negli Uncode Duello siamo tutti
d'accordo ma è la differenza sostanziale rispetto alle tipiche jam/divagazione/improvisazione
noise del duo. Alla luce di questa considerazione possiamo capire molto facilmente
che questo è uno dei migliori album usciti in Italia negli ultimi mesi,
zeppo di ospiti e di grande suggestione. Certo, non possiamo certo consigliarlo
a chi mangia con Marlene Kuntz e Afterhours ma più per problemi di
cattiva educazione che per demeriti di quest'album. In sostanza "Uncode
Duello" è un must per i fan del sound "Wallace" e risulta
uno dei migliori capitoli dell'etichetta
Kronic
Roberto Bonfanti
L`apocalisse secondo Cantù e Iriondo. Come recitava una vecchia canzone
di Eugenio Finardi, "che prima o poi sarebbe successo, tutto il mondo
lo sapeva": che Paolo Cantù e Xabier Iriondo, dopo aver diviso
mille volte palco, saletta e studio di registrazione all`interno di tantissimi
progetti, si sarebbero prima o poi trovati faccia a faccia per lanciarsi in
un nuovo lavoro interamente a loro nome, non era difficile prevederlo; e forse,
per quanto da due menti tanto eclettiche sia lecito aspettarsi un po` di tutto,
non era così difficile neanche prevedere quale piega il progetto avrebbe
preso, visto l`universo sonoro in cui entrambe hanno prediletto muoversi negli
ultimi anni. E così eccolo, finalmente, questo “duello senza
codici”: 48 minuti di musica in cui Xabier e Paolo, accompagnati da
una serie di ospiti che sbucano qua e là, condensano quel mondo oscuro
e deviato che negli ultimi anni hanno esplorato in lungo ed in largo fino
imparare a gestire alla perfezione ogni sfumatura sonora ed ogni minimo rumorino,
riuscendo così a fondere magnificamente il fascino inquieto dei Tasaday
con la tensione nevrotica degli A Short Apnea. Un disco dalle atmosfere sofferte,
ansiose e travagliate, dunque, in cui miriadi di suoni si rincorrono come
immagini irrequiete che si sovrappongono in una sorta di incubo surreale in
cui tutto è realistico ma niente sembra davvero reale. Crescendo di
suoni spezzati, finti silenzi riempiti di inquietudini sussurrate, chitarre
lancinanti, urla dantesche, dilatazioni nichiliste, frammenti sonori ripresi
da altri luoghi o altri tempi ed accenni melodici che si compongono quasi
per caso ma nel giro di pochi istanti vengono dissolti o massacrate: tutto
miscelato in quella che potrebbe essere la colonna sonora di una versione
apocalittica di "Alice nel paese nelle meraviglie". Certo, visti
i due personaggi in questione, non si può parlare di un lavoro sorprendente
od inatteso, ma senza dubbio della sublimazione di quell`universo sonoro teso,
ostico e fascinoso di cui Xabier Iriondo e Paolo Cantù sono ormai gli
autentici padroni.
Il Mucchio Selvaggio
Aurelio Pasini
Fece un certo effetto la notizia, qualche anno fa, della fuoriuscita di Xabier
Iriondo dagli Afterhours. Assolutamente in linea con il personaggio, però:
schivo, a disagio in un ambito sempre più mainstream, sempre più
distante dalla forma canzone di stampo tradizionale. In tal senso, da allora
in poi il suo percorso è stato assai indicativo, apparentemente frammentario
ma in realtà mosso da una coerenza di fondo invidiabile oltre che in
perfetta sintonia con l'estetica dell'etichetta che è ormai diventata
la sua seconda casa, la Wallace. Ed è proprio questo il marchio - insieme
a quello della Ebria - che campeggia sulla copertina della prima uscita di
questo suo nuovo progetto, condiviso in tutto e per tutto con il compagno
di terrorismi sonici Paolo Cantù. Disco che di questo percorso di destrutturazione
e ricomposizione rappresenta un ideale punto di arrivo. Accompagnati da una
manciata di amici, tra cui Lucio Sagone (Cods) e Cristian Calcagnile alla
batteria e Federico Ciappini (Six Minute War Madness) alla voce, i due danno
infatti vita a scenari in costante movimento, il cui motore principale pare
essere l'alternanza di vuoti e pieni, fra incursioni non distanti dal noise
e momenti di sperimentazione pura, con il condimento di campionamenti, rumori
e un clarinetto tremendamente free. Tutto molto interessante, a patto di essere
fra quanti apprezzano contesti di questo tipo, che di contro i più
tradizionalisti potrebbero trovare ostici. Noi, pur stando con i primi, possiamo
capire anche le ragioni dei secondi.
Liberazione
Paolo Cantù e Xavier Iriondo si staccano dalle influenze di marca no/new
wave dei gruppi precedenti e danno vita a un album di intelligenti contrasti.
Il titolo non è casuale. Non c’è un codice nel duello
sonoro che li contrappone, solo il gusto di ricondurre a sintesi le diverse
esperienze d’improvvisazione. Il risultato è un disco scuro e
affascinante, dalle tinte fredde e struggenti in linea con i tempi che stiamo
vivendo.
Sentireascoltare
Fabrizio Zampighi
Un insieme di note strappate al silenzio ed assemblate sapientemente col fine
di veicolare frammenti spigolosi di emozioni, destrutturare rassicuranti consuetudini,
sdoganare inusuali riflessioni. Fuor di metafora, Uncode Duello non è
altro che l’ennesima creatura di Xabier Iriondo e Paolo Cantù
- ex Afterhours, ex Six Minute War Madness, ex Tasaday, ex A Short Apnea -,
artisti che nel tempo hanno abituato il proprio pubblico ad una formula musicale
libera da schemi e che non rinunciano, anche in questa occasione, a proseguire
nella stessa direzione. Questa volta, abbandonate le dilatate evanescenze
a nome A Short Apnea, se ne escono con 13 cavernosi strumentali sulla breve
distanza dai toni poco rassicuranti. Tra rumori di fondo e vociare confuso,
lamenti strazianti e campionamenti diffusi, emerge l’anima del disco,
divorata da fendenti di chitarra che ritagliano dolenti nevrastenie, cullata
da fiati allusivi che odorano di free jazz, resa palpabile da accenti sonori
d’ambiente e schizzi sparsi di batteria. I brani – rari i casi
in cui superino i cinque minuti – sono strutturati come brevi capitoli
di un progetto sonoro che vuole dare un volto alla realtà in cui viviamo,
con la confusione, l' angoscia, il cinismo che la pervade. Il disco spazia
dal jazz colemaniano di Free steps all’inno "lisergico" di
Turnontuneindropout – questa volta la massima frutto dell’ingegno
psichedelico di Timothy Leary sottintende il sintonizzarsi col caos circostante–
dal levarsi angosciante de L’alba del disagio alle rimembranze vagamente
pinkfloydiane – quelli di Astronomy domine – di Debut rescue,
dall’inesorabile scorrere inverso di Soundtrack for UD alle atmosfere
rarefatte di Finale. Il tutto, nonostante sembri il frutto di soluzioni strumentali
estemporanee, mostra sottopelle un’innegabile tendenza al perfezionismo
che preme perché ogni dettaglio sia strettamente legato all’altro,
nell’ottica di un suono che proprio dai dettagli trae la propria ragion
d’essere. Cantù e Iriondo riescono così a sintetizzare
un sentire che dimostra un fascino sottile, capaci di prendere per mano l’ascoltatore
e di guidarlo con attenzione nel loro personale labirinto di suoni, fino al
termine dell’opera. Un’opera inquietante, beffarda, maniacale,
corruttrice ed intrigante, che ha il poco rassicurante merito di somigliare
ad una sorta di concept sul mondo moderno, dalla sua nascita passando per
il decadente declino fino all’inevitabile finale
Freemussic
Pavel Sajfert
Pokud jste toho názoru, e experimentální scéna
je jeden velkej blábol, tak radeji ani dál nectete. Já
osobne si to sice nemyslím, ale zároven priznávám,
e desku Uncode Duello, za ní se skrývá Paolo
Cantu & Xabier Iriondo, dvojice donedávna cinná v kapele
A Short Apnea, si po nekolika posleších predcházejícím
této recenzi hned tak znovu nepustím. Pokud však rádi
produkci znacky Atavistic, kapel Charalambides, Godspeed You! Black Emperor
nebo kytarového mága Glenna Branca, neváhejte a vstupte.
Italské duo (plus hudební hosté) nahrávku porídilo
behem dvou dlouhých nahrávacích sessions s dvema bubeníky
a nekolika dalšími hosty, kterí prispeli vokály.
Cílem je bod kdesi napul cesty mezi experimentem a "písní"
ve stylu no-wave. Tu prevládá první poloha, kdy z tišiny
vystupují rozlicné zvuky a samply, od nesnesitelného
skrípání po príjemné dívcí
štebetání, onde duo hrube hrábne do strun a noise
apokalypsu prokládá field recordings, waitsovským mumláním,
hrdelním murmurem importovaným z Tuvy ci klarinetem, jen
má k Allenovým filmum stejne daleko jako ty Troškovy do
art kin. Zklidnenému záveru (Final) s klarinetovými vyhrávkami
predchází asi nejzajímavejší, resp. nejmuzikálnejší
skladba Debut Rescue, kde jsou enské vokály doprovázeny
kytarovým drásáním nervu a temne predoucí
baskytarou. Snad jen harmonie klavíru v tée písni
nesmele zavestí modrou oblohu nad pochmurnou kryptou. I kdy si
Uncode Duello coby soundtrack k zárivému letnímu jitru
pouštet nebudete, jejich hudba (ano, skutecne to hudba je) mezi neposlouchatelné
záleitosti beze stop melodické kostry a náznaku
písnové stavby urcite nepatrí. Pokud tedy nad Taliány
a jejich relativne nárocnou hudbou nezlomíte príslovecnou
hul hned po prvním poslechu, po nekolika dalších pokusech
se moná priblííte kouzlu nekompromisna.
Mescalina
Christian Verzelletti
Quella degli Uncode Duello è una sfida. Prima di tutto una sfida lanciata
a sé stessi e alla propria musica, dopo anni passati a suonare insieme
tra Sixminutewarmadness, A Short Apnea, Tasaday, Four Gardens In One e via
dicendo. Poi una sfida a qualunque musica, ad ogni genere che si può
facilmente inventare e definire. Già il nome del progetto porta in
sé questo coraggio estremo: un “duello senza codice”, al
di fuori dalle regole. Ed in effetti tale è il percorso musicale tracciato
negli anni da Paolo Cantù e Xabier Iriondo. I due continuano ad applicare
agli strumenti la loro teoria di incontri e scontri: sia nelle esecuzioni
quanto nei musicisti coinvolti, l’obiettivo sembra essere quello di
un confronto a dir poco ardito, senza mezze misure. Ogni composizione viene
eseguita sfruttando gli echi e gli spigoli degli strumenti, giocando sugli
attriti ottenuti accostando gli interventi degli ospiti, a cui è richiesto
di addentrarsi in un mondo raso al suolo: quelli che qua vengono presentati
sono i resti di una musica sopravvissuti alla morte delle convenzioni. Il
free e la musica contemporanea guaiscono disperati, mentre non si può
nemmeno parlare di (dis)armonia perché qualunque concetto e mancanza
della stessa soccombe: anche le dinamiche sono frammentate in una serie di
ombre che si trascinano cupe. Queste potrebbero essere le ceneri del minimalismo
come di qualunque altro stile, rock e jazz compresi. La bravura di Cantù
e Oriondo sta nella radicalità con cui ipotizzano ancora qualche margine:
tra colpi rumoristici, stridori sonici, una chitarra aguzza, delle voci lontane,
un basso e un clarinetto a dir poco concitati, nulla si concede ad un facile
ascolto. Sono tutti stralci di creature che potrebbero tornare alla vita,
di composizioni che potrebbero essere (ri)costruite. “Uncode duello”
è una colonna sonora astrusa, perfetta per questi tempi sull’orlo
del precipizio: potrebbe essere un film muto o un documentario che testimonia
ciò che resta del nostro pianeta dopo l’ennesima guerra, dopo
l’ultimo genocidio o dopo il più fatale dei tracolli ecologici.
Gli interventi percussionistici di Cristian Calcagnile e di Lucio Sagone,
così come le voci di Alberto Morelli, di Federico Ciappini e le vocalizzazioni
di Andrea Reali, sono le rovine che spuntano da una terra grigia e fumante,
ancora percorsa dalle scosse del cataclisma. Non si può parlare con
disinvoltura di arrangiamenti, di strumenti o di macchine, perché qualunque
mezzo adottato è calato in un contesto lontano, o forse prossimo (?!),
alla dimensione che viviamo. “Uncode Duello” è un atto
primo ed ultimo. Tremendo ma necessario, soprattutto in un periodo in cui
sono in pochi che osano sfidare i tempi.
Agartha
Formenti Ruggero
Uncode Duello è il risultato...di approfondimenti sull'uso degli strumenti,
sui suoni, sulle dinamiche, sull'utilizzo delle macchine e della tecnologia..."
questo recitano le note di presentazione gentilmente forniteci da Mirko Spino,
deus ex machina della ormai storica Wallace Records (www.wallacerecords.com),
etichetta che produce musica per la stragrande maggioranza neppure lontana
parente del "nostro" progressive, ma non per questo con l'impossibilità
congenita, fosse anche per caso, di dare alla luce prodotti che potrebbero
essere apprezzati anche da chi solitamente frequenta altre spiagge. Dicevamo
quindi di "Uncode Duello", ultimo lavoro prodotto dalla Wallace,
un disco in cui la volontà dei musicisti (Paolo Cantù e Xabier
Iriondo)non pare quella di strutturare linguaggi inediti, intesi come codici
che esprimano realtà o sensazioni da cui rimanere nettamente distinti,
bensì tendere alla creazione demiurgica di una parte concreta del suono-essere
costituente la realtà in sè. Più sinteticamente, direi
che ci troviamo in presenza di un disco d'avanguardia strong, scuro, rumoristico,
sperimentale, condito con significanti linguistici (brani di discorsi estrapolati
dal quotidiano) svuotati della loro valenza simbolica e riproposti con nuova
vita, come mutati in vero essere di cui originariamente erano un semplice
schema artefatto. Una proposta lontana anni luce da qualsiasi opera sino ad
oggi recensita su queste pagine; da ascoltarsi switchando i nostri parametri
d'ascolto (per questo le valutazioni nella griglia corrispondente vanno interpretate
con approccio analogico rispetto alla prassi usuale), pura alternativa ad
altissimo rischio di rigetto. A voi la palla.