XABIER IRIONDO

IRRINTZI

Wallace Records - Phonometak - Long Song Records - Santeria - Brigadisco - Paintvox
9 tracks
2012
12" vinyl (x 2)

mp3 : Gernika eta Bermeo

SENTIRE ASCOLTARE - Stefano Pifferi - Paradossale il fatto che il primo full-length a nome Xabier Iriondo, il musicista italo-basco lo pubblichi proprio dopo aver fatto rientro tra le fila degli Afterhours, “ripudiati” moltissimi anni fa per proseguire un percorso che anche i meno attenti non potranno non aver seguito. Ancor più paradossale che questo “urlo stridente e prolungato” (ciò significa “irrintzi” in basco) sia il primo, effettivo album solista di Iriondo, visto un curriculum extralarge fatto di collaborazioni con praticamente tutta la crema del “rock” italiano. Artista e artigiano della musica (sue creazioni molti degli strumenti qui utilizzati e suo anche l’ormai ex SoundMetak), Iriondo espone in Irrintzi la propria weltanschauung (non solo) musicale. Ad ampio spettro per quel che riguarda l’aspetto sonoro, data la capacità di riassumere e rielaborare molti degli ambiti toccati nella sua lunga carriera: noise, avant-rock, rock, sperimentazione, avanguardia, psych, folk ecc si alternano e fondono gli uni negli altri con una naturalezza tanto semplice quanto spiazzante. C’è però una forte componente ideologica in Irrintzi. Una spinta, uno slancio che si fa rivendicazione e che si manifesta apertamente in alcuni casi – le tracce più “politicamente” schierate come Gernika Eta Bermeo, Itziar En Semea o Preferirei Piuttosto Gente Per Bene Gente Per Male – o, in altri, celandosi sotto le mentite spoglie di un recupero della tradizione – popolare, personale, ancestrale, universale – che per un artista votato alla rottura quale è Iriondo è una ulteriore dimostrazione di apertura e profondità. Quattro originali e cinque (sei a dirla tutta, come vedremo) cover incastonate in un bellissimo doppio vinilico particolare e ricercato (ad ognuno dei due lati incisi corrisponde uno serigrafato, nella co-produzione targata Phonometak, Wallace, Brigadisco, Long Song et alii) che stanno lì a dimostrare l’ampiezza dei confini culturali e musicali del nostro. Sul primo disco, la struggente Elektraren Aurreskua (omaggio folk-noise alle proprie lontane origini) trova il contraltare nell’ultranoise in overdrive della title track, mentre l’apporto di Gianni Mimmo e Paolo Tofani impreziosisce la ossessiva “world music” fluttuante e totalizzante di Il Cielo Sfondato. Gernika Eta Bermeo conclude il primo disco col racconto del testimone oculare Karmel Iriondo, padre di Xabier, della strage di Guernica. Primo pezzo apertamente politico e devastante nella stridente collisione tra il ruvido mahai metak del figlio e la narrazione della tragica testimonianza, lo definiremmo una bomba se l’espressione non fosse così fuori luogo. È, però, il secondo disco ad offrire le sorprese maggiori, con Iriondo intento a trasfigurare Springsteen (l’accorata Reason To Believe diviene col cantato di Paolo Saporiti un Suicide blues), Motorhead (l’assalto a pugni in faccia di The Hammer con l’aiuto degli oVo), l’accoppiata insolita e spiazzante Francesco Curra’/Lucio Battisti nel medley di lucida follia decostruzionista Preferirei Piuttosto Gente Per Bene Gente Per Male (con la voce asincrona di Bertacchini e la batteria di Cristiano Calcagnile), l’inno antifranchista del duo Pantxo eta Peio Itziar En Semea, destrutturato e riconfezionato ad noiseam, e un Lennon minore, Cold Turkey, reso sensuale rock’n’roll in acido e luccichii dai 3/5 di Afterhours che lo supportano. Quaranta minuti dopo i quali non ce n’è più per nessuno, o quasi.

SANDS ZINE - Etero Genio - Se ne parlava da tempo e finalmente il disco d'esordio di Xabier Iriondo arriva fra le nostre mani. L’impatto visivo è prorompente: un doppio LP con vinili incisi su un solo lato e graffiti nell’altro. Come nell’era aurea di questo supporto. All’ascolto, invece, di primo acchito il disco ha un aspetto piuttosto scompigliato, come di persona che al mattino s’è dimenticata da pettinarsi. Un’onda marina che, invece di frangersi su un’unica scogliera, finisce per perdersi fra radici basche e sporcizia rock, toccando anche la tradizione cantautorale italiana nell’incredibile medley fra l’esponente più misconosciuto (Francesco Currà) e quello più popolare (Lucio Battisti) di tale génia. Ma se poi pensi che anche “Trout Mask Replica” dovette apparire ai suoi contemporanei altrettanto scompigliato, ecco quella che parrebbe la dimenticanza di una mente appannata dagli ultimi rimasugli di sonno assumere le fattezze di una scelta lucida e ragionata… e l’approccio all’ascolto cambia radicalmente. “Irrintzi” è disco della memoria: remota (il folk basco, la strage di Guernika narrata dal padre – e non è un caso se per i bombardamenti venne scelta una città basca e non una città spagnola, la lotta contro il franchismo, la presenza del chitarrista degli Area…) e recente (le cover di Lennon, Lemmy, Springsteen, Battisti… oltre alla presenza di molti dei musicisti che in passato hanno condiviso sul palco o su disco la carriera di Iriondo). I brani originali sono di grande spessore e così l’interpretazione delle cover, sia quando vengono miracolosamente stravolte (l’elettrificazione di Reason To Believe) sia quando, com’è il caso di Cold Turkey, il rifacimento è sostanzialmente filologico. Ci sono dei dischi, o dei brani musicali, che travalicano il loro contenuto musicale per essere qualcosa di più complesso, qualcosa che coinvolge la sfera personale dell’autore e la sua vita sociale, così come quella di migliaia di altre persone che, magari inconsapevolmente, finiscono con l’esservi rappresentate. Penso a roba come “Tommy”, “Never Mind The Bollock”, “John Lennon / Plastic Ono Band”, “Free Jazz”, 4’ 33”. Questa è la natura di “Irrintzi”. Maneggiatelo con cura, perché non si tratta semplicemente di un disco… dentro c’è tutta una vita, e anche qualcosa di più. Ps: aggiungo il commento sui singoli brani diramato da Iriondo, dal momento che è perfetto e mi sento inadeguato ad aggiungere alcunché, qualora lo facessi finirei con lo scimmiottarlo ricavando infine una brutta copia di quello che c’è scritto…. Elektraren Aurreskua Un omaggio alle mie origini basche, … alla musica tradizionale di Euzkadi attraverso il suono del txistu, del tum-tum e della alboka (suonati da Gaizka Sarrasola). L’ultimo addio/saluto (aurresku in lingua basca) di una piccola bimba al suo nonno. Irrintzi Un urlo stridente, sonoro e prolungato … di un solo fiato. Un segnale ancestrale ed al tempo stesso contemporaneo. Chitarre ricche di elettricità e sporcizia mettono a nudo un impianto elettrock primitivo e debordante al tempo stesso. Il cielo sfondato Una melodia semplice ed ossessiva suonata con uno strumento indiano guida il percorso di questo brano che è stato meravigliosamente valorizzato dai contributi di Gianni Mimmo, raffinato ed eccelso sassofonista, oltre che caro amico … e Paolo Tofani, storico chitarrista degli AREA ed infaticabile ricercatore e sperimentatore musicale. Gernika Eta Bermeo Mio padre, Karmel Iriondo Etxaburu, racconta quello che i suoi occhi di ragazzo/soldato hanno visto a Gernika nel 1937, il giorno dopo il primo bombardamento a tappeto della storia. Accompagno la sua voce con il Mahai Metak, un cordofono da me creato. Reason To Believe Reason to Believe è tratto da Nebraska (1982) di Bruce Springsteen. Questo è l’album che preferisco del cantante del New Jersey. Registrato con un 4 piste, una chitarra, un’armonica e la voce, in un momento di depressione e crisi esistenziale, racchiude l’anima essenziale e drammatica degli antieroi americani, all’interno della tradizione narrata da artisti quali Woody Guthrie. Paolo Saporiti ha cantato il brano rendendo precisamente il colore folk-blues di cui avevo bisogno per la mia versione ‘a la SUICIDE’ del brano in questione. Preferirei piuttosto Gente per bene gente per male Un medley tra un brano di Francesco Currà ed uno di Lucio Battisti. Preferirei Piuttosto è tratto dall’album “Rapsodia Meccanica” (1977) di Francesco Currà, poeta di fabbrica che alla fine degli anni settanta era fresatore all’Ansaldo. La sua musica è pressochè sconosciuta ai più ma il suo apporto in termini concreti e concettuali è stato enorme, … “Rapsodia Meccanica” è un episodio unico nel suo genere, nel quale confluiscono elementi di musica industriale, elettronica e contemporanea tenuti insieme da dei testi surreali e personalissimi. Gente per Bene Gente per Male è tratto dall’album “Il Mio Canto Libero” (1972) di Lucio Battisti. Ho sempre amato la musica di Battisti / Mogol ed ho pensato di utilizzare la seconda parte del brano in questione per completare il medley con Currà. Senza l’aiuto e la forte personalità di Roberto Bertacchini e Cristiano Calcagnile sarebbe stato impossibile portare a termine quest’operazione di melange tra due cantautori tanto diversi ed unici. The Hammer The Hammer è l’ultimo brano dell’album “Aces of Spades” (1980) dei Motörhead. Lemmy Kilmilster è una delle più grandi macchine da guerra del rock’n’roll, amo il suono del suo basso e la sua idea di brani semplici al fulmicotone. Una sintesi perfetta tra furore punk (espresso magistralmente dalla sua voce roca) ed energia metal. Lemmy ha sempre vissuto al limite degli eccessi con grande naturalezza e la sua musica esprime perfettamente la sua vita. Mi hanno accompagnato nella registrazione di questa cover Bruno Dorella e Stefania Pedretti … in arte OVO. Sono decisamente convinto che questa versione è riuscita grazie al loro contributo ed alla loro esperienza, maturata negli anni sui palchi, a suonare musiche ossessive, sature, distruttive ed oscure. Itziar En Semea Itziar En Semea (il figlio di Itziar) è un brano di musica basca folk tratto da un testo dello scrittore/politico Telesforo de Monzon. Suonato e cantato dal duo Pantxo eta Peio nel 1975 è diventato uno degli inni antifranchisti. Il brano racconta la vicenda di un prigioniero politico basco torturato dalla polizia e del suo incontro/colloquio in carcere con la madre. Il primo ricordo che ho di questo brano risale al 1978. Mio padre mi fece ascoltare in macchina una audiocassetta comprata ad un meeting di Herri Batasuna (il braccio politico dell’ETA). Tra i brani contenuti c’era anche Itziar En Semea ed il ritmo e la melodia mi colpirono immediatamente. La versione che ho fatto di questa canzone parte da un concetto semplice, destrutturare l’apparato strumentale melodico/armonico, mantenere la melodia originale del testo e circondarla di trame ritmiche/rumorose a bassa fedeltà. Cold Turkey Cold Turkey è il secondo singolo di John Lennon solista, un brano scomodo che parla della sua disintossicazione dall’eroina nel 1969. Ho sempre amato i brani di minor successo dei grandi artisti e questa canzone ebbe poca fortuna nelle classifiche americane ed inglesi. … tempo fa lessi che Lennon quando restituì alla Regina d’Inghilterra l’onoreficienza di MBE (membro dell’Impero Britannico) la accompagnò da un biglietto su cui c’era scritto «Le riconsegno questo MBE come protesta contro il coinvolgimento della Gran Bretagna nell'affare Nigeria-Biafra, contro il nostro sostegno all'America in Vietnam e contro il fatto che Cold Turkey stia perdendo posti in classifica. Con affetto, John Lennon». Ho sempre ammirato l’ironia dell’ex Beatles, il suo modo di affrontare temi delicati e spinosi ed allo stesso tempo smarcarsi da tutto e da tutti. E comunque il riff di Cold Turkey, ancora oggi (a 43 anni dalla sua creazione) è così essenziale, primitivo ed efficace … rock’n’roll puro! Ho pensato di farmi accompagnare in questa registrazione da alcuni amici che di rock’n’roll ne sanno qualcosa. Manuel, Giorgio e Roberto sono riusciti a catturarne lo spirito essenziale interpretando a meraviglia l’incedere ossessivo del brano, donandogli freschezza ed energia.

BLOW-UP - Bizarre - Dopo oltre vent’anni di carriera e collaborazioni con chiunque abbia avuto un minimo credito nell’underground italiano, pare incredibile che questo sia il primo disco solista di Xabier Iriondo. Un disco che mobilita una cordata mai vista di etichette in associazione e che intende farsi ricordare a partire dal formato, 2 vinili incisi su una faccia sola con serigrafia originale sull’altra. E la musica, direte voi. Beh, la musica non può che essere di qualità, conoscendo il curriculum, la sensibilità e la bravura di Iriondo; e potremmo azzardare che “Irrintzi” (parola che nei Paesi Baschi, terra in cui il Nostro ha origini anagrafiche, significa grosso modo ‘urlo stridente e prolungato’) sia in qualche modo una summa degli stili percorsi da Xabier nella sua articolata carriera. Il primo vinile, composto da 4 inediti, è quasi perfetto: l’apertura di Elektraren Aurreskua è un inizio straordinario, flauto world, corde dissonanti e cori, probabilmente un riferimento alla tradizione basca, con un risultato complessivo che potrebbe far pensare ai Traffic di “Mr Fantasy” in versione etno. Si cambia subito dopo con la title track, lunga iterazione elettronica che fa pensare alle frequentazioni kraute dei Can e che poi ha una deriva rumorista. Ancora più originale, e certamente uno dei vertici del disco, è Il cielo sfondato, riff acustico sognante e un bellissimo, schizofrenico solo di chitarra. L’unico brano originale non altrettanto incisivo, poiché troppo poggiato su un lungo monologo recitato in spagnolo, è Gernika eta Bermeo, anche se va detto che la base è piuttosto interessante. Il secondo disco è forse la vera sorpresa, in quanto consta di 5 cover assolutamente eterogenee, l’unica delle quali tutto sommato poco sorprendente e nella norma è la lennoniana Cold Turkey, che chiude l’album. Sulle altre canzoni invece lo stravolgimento è notevole. La prima è Reason To Believe di Bruce Springsteen e affascina senza condizioni: diventa un rock spoglio e ipnotico che potrebbe richiamare i Primal Scream su una dorsale elettronica. Ci sono poi due pezzi violenti: se l’hard core stoogesiano di The Hammer dei Motörhead è comprensibile (ma quanto spacca!), l’electro in giapponese (?) in puro stile Boredoms di Itziar en Semea, che pare campionare Aphex Twin, rivoluziona totalmente una canzone che appartiene al repertorio della musica popolare. Il pezzo forte però è senza dubbio Preferirei piuttosto gente per ben gente per male, che miscela un testo di Francesco Currà con Gente per ben gente per male di Lucio Battisti; il testo, una filippica di lucida follia, un crescendo surreale su una base musicale volutamente poco appariscente, è memorabile. Nel complesso abbiamo qui un disco di positiva sconnessione e deliberata libertà stilistica. Forte delle sue imperfezioni, pare costituzionalmente destinato a rimanere un gioiello ad appannaggio di pochi. Ma se avrete la fortuna di scoprirlo, potrete innamorarvene perdutamente.

STORIA DELLA MUSICA - Marco Biasio - L’Iriondo prodigo. Quello che lavora nell’ombra e tesse uno, dieci, cento fili, una ragnatela, un insieme di ragnatele. Dove passa lui, non crescerà più l’erba ma, in compenso, fioriscono le collaborazioni. Produce, suona e scrive con tutti: (Damo Su)Zu(ki), gli OvO, ?aloS. Ritorna dopo più di dieci anni in seno alla band madre, finita in mezzo ad una terribile secca creativa con la pubblicazione del pessimo “I milanesi ammazzano il sabato”, ed ecco che (ri)nasce la poetica sgraziata, maligna, dissonante dei primi Afterhours, cullata peraltro da una maturità espressiva che prima veniva difficile riscontrare. Poi arriva il disco solista, primo in una carriera ventennale (!), quell’”Irrintzi” che è omaggio alla cultura basca di provenienza, omaggio alle pietre miliari degli ascolti della propria adolescenza – e non solo, immaginiamo… –, omaggio ai finti ossequianti che fintamente omaggeranno a loro volta ciò che non può essere omaggiato: un doppio vinile che accoglie, da un lato, quattro brani originali, e dall’altro lascia sprigionarsi cinque cover che sono manifesto di sfrontatezza, vitalità, integrità intellettuale ed artistica. Descrivere, già… ma cosa descrivere, nello specifico? Ad ogni brano Xabier lega indissolubilmente una cartolina: un’immagine, una riduzione visiva della complessità strategica emanata a tratti, evocata più spesso da “Irrintzi”. E finisce che le “cover” non siano poi davvero cover, tale è il livello di imbruttimento e destrutturazione alla quale sono condotte, come agnelli (giochino…) al macello. Il solo groove incandescente di “The Hammer”, spettacolare sintesi dello spirito Motörhead che chiudeva l’ispiratissimo “Ace Of Spades” del lontano 1980, si rende immediatamente e tangibilmente riconoscibile, nonostante il rimbombare di sorde percussioni e l’assaltare di poltiglia noise monti sul ringhio sacrale della sempre impeccabile Stefania Pedretti, chiamata – assieme al provvidenziale Bruno Dorella – ad incarnare il non semplice ruolo di Lemmy della situazione. In molti casi la scelta delle reinterpretazioni, che in mano d’altri potrebbe aspirare al più a lambire il vasto oceano del weirdismo, assume connotati assai più sfumati e disturbanti. “Cold Turkey” è John Lennon di seconda fascia e di pregiata annata, misconosciuto ai più perché dolorosamente (o sarcasticamente? Le sfaccettature del testo sono variamente interpretabili…) alle prese con la propria disintossicazione dall’eroina: dal rehab fisico alla saturazione sonora, che gira su di un acido perno di chitarra iterato con melodia r’n’r e insistenza kraut, sino al dissolversi di strofe e ritornelli nel clangore conclusivo. “Reason To Believe”, da “Nebraska” di Bruce Springsteen, muta l’acustica americana in ossessivo gancio industrial sul quale veleggia paradossalmente la voce filtrata, di velluto, di Paolo Saporiti (al quale, bene sottolinearlo, Iriondo ha curato gli arrangiamenti per il recente “L’Ultimo Ricatto”). Battono pizzicori elettronici e macchine da scrivere nel recital pirandelliano di “Preferirei Piuttosto Gente Per Bene Gente Per Male”, accostabile inizialmente agli inquietanti monologhi a briglia sciolta di certi, ultimi Mariposa: salta poi fuori che il pezzo è un mash-up tra una criptica scheggia di dadà controculturale italiano (“Preferirei Piuttosto” di Francesco Currà, da “Rapsodia Meccanica” del 1976) e uno degli episodi più luminosi del cantautorato nazionalpopolare (“Gente per bene e gente per male” di Battisti, da “Il Mio Canto Libero” del 1972). “Itziar En Semea” è, infine, folk basco trasformato in colonna sonora di attivismo politico dagli antifranchisti Pantxo Eta Peio, e qui maciullato in pruriginoso noise catacombale. La verità? Un suicidio così oculatamente pensato, pilotato, concretizzato, un ceffone così esplicito a certa, estetizzante facciata “musicale” (perché di bicchieri vuoti e bicchieri rotti stiamo, frippianamente, parlando) mancava in Italia da vent’anni, da quando i Rifiuti Solidi Urbani utilizzarono gli stessi studi di registrazione di Elio e le Storie Tese per coniugare poetica industrial a pesantezza grindcore, techno svalvolata e rasoiate metalliche in un esordio, omonimo, tuttora insuperabile. Si era, nel 1994, sopra di una faglia che prometteva dissesto, culturale ancor prima che sociale. “Irrintzi”, nel 2012, cerca di ricreare il medesimo ambiente, variando però bersagli e munizioni, come bene dipingono i quattro inediti. “Gernika Eta Bermeo” è la presa di coscienza politica, il resoconto in basco del padre di Iriondo sul bombardamento di Guernica frastagliato da archi free jazz in sospensione e manipolazione di nerissimi loop lynchiani. La title-track si muove su di una linea melodica (?) asciugata sullo schema dei quattro accordi e mandata in pezzi da bordate glitch, divagazioni elettroniche, ruggenti distorsioni vocali. La percussività di “Elektraren Aurreskua”, composizione di particolarismo folk fuori tempo massimo tra fischi selvaggi e cornamuse, si distende infine nel capolavoro di “Il Cielo Sfondato”, che fa ricamare surreali sentimentalismi per sax ed elaborati assoli di chitarra (impressionante, ancora oggi, la creatività di Paolo Tofani degli Area) sull’ordito arpeggiato di uno scheletrico, magnetico bordone di fondo, performato da uno speciale strumento indiano, lo Shahi Baaja. Impossibile arrivare compiutamente e definitivamente a capo di “Irrintzi”, un libro di testo che fa corrispondere un corollario per brano e si presta a scatenare una ridda irrefrenabile di quesiti intorno a curiosità in merito, un po’ come accadeva per le avanguardie di metà secolo scorso, o per gli sperimentalismi degli anni ’70: pregio insolito per un disco e sempre più raro nella musica tout court. Piacerà o non piacerà, dipenderà molto dal gusto specifico dell’ascoltatore. Nel mentre, siamo fieri di dire che è: e, come tale, si dovrà necessariamente affrontare.

OUBLIETTE MAGAZINE - Emanuele Bertola - Bastano un nome e un cognome per avere l’assoluta certezza che non si sta parlando di musica spicciola, e per sentire di doversi mettere comodi, staccare il telefono e prestare seriamente attenzione. Il nome e il cognome sono quelli di Xabier Iriondo, istrionico chitarrista italo-basco dei migliori Afterhours, ma soprattutto artista eclettico e votato da sempre a tutto ciò che è anticonvenzionale, amante di tutto quel che rompe gli schemi e che trasforma il semplice ascolto della musica in un’esperienza unica. La sperimentazione è il sentiero che Xabier segue da sempre, da quando – forse in cerca di nuovi confini – ha iniziato a costruire strumenti musicali nuovi e particolari, e ancora oggi, passati ormai i 20 anni di carriera, non accenna a deviare verso strade più usuali, nè tantomeno lascia trasparire tracce di cedimenti o tratti dissestati per quel che riguarda l’ispirazione, limpida e cristallina anche quando si avventura in territori sporchi per definizione. Insomma, Xabier è un po’ come un vecchio amico che gira il mondo ed ogni volta che fa ritorno dai suoi viaggi (fisici, mentali o spirituali che siano) in compagnia di amici sempre diversi, svuota lo zaino regalando musica nuova, ricca di fascino e sonorità particolari, e la sua ultima fatica non fa certo eccezione… Anche in questa occasione il chitarrista è di ritorno da luoghi finora inesplorati, porta con sé una sacca rigonfia ed è pronto a svuotarla sul piatto, sotto la quasi impercettibile pressione della puntina del giradischi. Per la prima volta però Xabier si presenta da solo, con un album di debutto ufficiale da solista in un contesto particolarmente significativo, perché arriva proprio nel momento in cui il nome di Iriondo è ritornato a comparire nella formazione degli Afterhours, abbandonati agli inizi degli anni 2000 e ripresi dopo un decennio intero in cui i fan hanno atteso invano un esordio solista, dapprima dal vivo nella tournèe del 2010 e poi in “Padania“, l’ultimo album della formazione milanese (che non a caso si è dimostrato una perla di sperimentazione musicale come poche). Non è però soltanto il contesto di nascita dell’album, seppur abbastanza strano ed a tratti paradossale, a tenere banco, ma soprattutto la classe di Xabier, la sua musica mai scontata e una spinta creativa davvero enorme. È così, tra nuovi esperimenti sonori e ombre del passato che Iriondo decide di accendere la miccia di “Irrintzi“, disco composto da 9 tracce e stampato in doppio vinile che pesca il titolo dai paesi baschi: “Irrintzi”, infatti, è l’espressione di un urlo di gioia tipico del popolo di quella regione e allo stesso tempo il nome di uno dei gruppi armati colpevole di atti di terrorismo in nome dell’indipendenza basca. Le due facce della medaglia di un intero popolo, tradizione e rivoluzione, felicità e lotta, guerra e pace se vogliamo, prendono vita lungo i circa 40 minuti del disco, alternandosi ed accostandosi fin dalla partenza, affidata a “Elektraren Aurreskua”, folk di secolare memoria sporcato da incursioni sintetiche e impreziosito da cori, rumori e voci di bambini in sottofondo. A seguire, senza interruzioni, arriva prepotente la title-track, un noise-rock da risvegliare i morti, sparato a mille all’ora per un contrasto che chiude l’incipit: musiche e suoni di un passato remoto che si mescolano con sonorità moderne, il vecchio e il nuovo a confronto diretto, la tranquillità e la rabbia a stretto contatto sono l’inizio, la fine e l’essenza dell’intero album, in cui Iriondo esprime tutto sè stesso come forse mai prima d’ora. Quasi come trasportati dalle note ci si ritrova in una dimensione eterea in cui l’ispirazione di Xabier può muoversi senza alcun limite e alcuna restrizione, rimbalzando tra generi in apparenza inconciliabili, prendendo spunto da ogni cosa intorno: tracce di rock classico, spolverate di noise, attimi di psichedelia e avanguardia, riff da metalcore e riverberi kraut, e poi ispirazioni, citazioni, cover, Battisti, Springsteen e i Motorhead che riecheggiano ed altro ancora, tutto raccolto e gettato nel calderone da Xabier, che come un coniglio dal cilindro ne estrae pezzi splendidi, che alternano atmosfere sognanti e idilli sonori a vere e proprie bombe musicali. Bombe sulle quali l’artista non risparmia id appoggiare critiche sociali e richiami a sentimenti rivoluzionari. Si passa così per la straniante “Il cielo sfondato” e per “Gernika eta Bermeo”, rievocazione della strage di Guernica raccontata dalla voce di Karmel Iriondo, padre di Xabier nonché testimone oculare di quella terribile vicenda, che chiude il primo vinile tra le vibrazioni dei Synth. Giusto il tempo di cambiare disco e si riparte a cannone tra cover rielaborate e sperimentazione, con “Reason to believe” che prende Springsteen e lo rivolta dalla fodera interna a forza di vibrazioni noise, e poi “Preferirei Piuttosto Gente per Bene che Gente per Male“, critica socio-culturale secca e senza peli sulla lingua, fino a “The hammer”, che afferra Lemmy e i Motorhead e preme l’acceleratore noise fino allo spasmo. A chiudere l’album ci sono i due volti della rivoluzione, quello rabbioso di “Itziar en Semea”, un canto anti-franchista colpito con martellate sintetiche pesanti, e quello più intellettuale di “Cold turkey”, psichedelico richiamo al Lennon solista impreziosito dai ritrovati compagni negli Afterhours. Quella degli After non è l’unica partecipazione illustre, per l’occasione Iriondo ha chiamato a sè vecchi amici e musicisti del calibro di Gianni Mimmo e Gaizka Sarrasola, e persino alcuni componenti di Area e Starfuckers, e il risultato non avrebbe potuto essere migliore. Si possono provare a spiegare le canzoni, si può provare ad incastonare ogni brano in una precisa dimensione, in un genere o in una particolare corrente artistica, si può provare a dare una collocazione all’intero album. Si può provare, certo, ma a volte – e questa è una di quelle – non ci si può riuscire. Non è certo con qualche centinaio di parole che si può riassumere il “debutto” di Xabier Iriondo, perché la verità è che “Irrintzi” è un granitico blocco di genialità in musica, l’espressione completa e inscindibile del significato dell’espressione “sperimentazione musicale“, un mix di cuore, passione, ricordo del vecchio ed eterna ricerca del nuovo che colpisce forte e non si dimentica. Un’opera gigantesca.

BUSCADERO - L’instancabile XABIER IRIONDO – non basterebbero queste due pagine per tener conto di tutte le band e di tutte le collaborazioni a cui ha preso parte – non contento di essere ormai tornato a tempo pieno negli Afterhours e di avere appena pubblicato un 10? col compagno di tante avventure Paolo Cantù, esordisce col suo primo, vero e proprio album intestato a suo nome. Irrinizi- che in basco, sua terra d’origine, rappresenta un urio stridente, sonoro e prolungato – è un lussuoso doppio LP con due facciate incise e due serigrafate sul vinile. Ad accompagnarlo, amici vecchi e nuovi, da alcuni Afterhours (Agnelli, Prette, Dell’Era) a Roberto Bertacchini, da Paolo Tofani degli Area al due OvO. per arrivare al sassofonista Gianni Mimmo, a Cristian Calcagnile, al musicista basco Gaizka Sarrasola. In quasi egual misura specchio del suo essere musicista rock e di ricerca. Irrintzi è un continuo turbinio di creatività, sperimentazione, ripulsa delle soluzioni più ovvie. E così Elektraren Aurreskua è una sorta di etno-popular music dove si mescolano voci, suoni, field recordings, la titletrack un parossistico rock pulsante, come dei Sukzide mai cosi kraut, resi folli dalle anfetamine, ll Cielo Sfondato un acid-rock screziato da intromissioni free ed indiane. In Gernika Eta Bermeoo, una voce ricorda il bombardamento di Guernica. assecondata dalle sciabolate e dal suoni che come in un film scorrono sotto di essa, soluzione che ritorna in parte nell’invettiva di Preferirei Piuttosto Gente per Bene Gente per Male. The Hammer è potentissima e agghiacciante (in compagnia di Dorella e Pedretti degli OvO), mentre Itziar En Semea è tutta un fiorir di sibili. Rimane da dire delle due cover in scaletta: una Reason To Believe trasformata in un macilento grumo d’elettricità ed una Cold Turkey strepitosa, resa in maniera più classicamente rock.

INDIEFORBUNNIES - Gianluca Ciucci - Incredibile ma vero, “Irrintzi” è il primo album solista di Xabier Iriondo. Il re Mida dell’underground italiano, musicista dalla discografia sterminata quasi quanto il proprio talento lucido e visionario, aveva sempre legato il proprio nome a sigle più o meno partecipate e messo mano a decine di lavori altrui. Oggi, dopo aver rivitalizzato gli Afterhours ha deciso di esporsi personalmente e ricevere i meritati applausi. Eccoci dunque all’ascolto del canto di gioia e rivoluzione (irrintzi è infatti il grido di gioia della popolazione basca ma pure il nome scelto da una falange armata del movimento indipendentista di quei luoghi meravigliosi e spietati) di un grande artista, che esce soltanto in doppio vinile grazie allo sforzo di ben sei etichette che vale la pena elencare: Brigadisco, Long Song Records, Paintvox, Phonometak, Santeria e Wallace Records. Questo perché un lavoro come “Irrintzi” va oltre la musica, pure ottima, che contiene raggiungendo lo status di opera d’arte artigianale, oggetto da custodire con orgoglio; summa di una carriera formata da rielaborazioni di brani di Motorhead, Battisti, Currà e Lennon da una parte e pezzi sperimentali dall’altra a mostrarci entrambe le facce della luna dell’ispirazione di Iriondo. Un esercito di amici illustri partecipa a questo viaggio: membri di Afterhours (ispiratissimo Agnelli su “Cold Turkey” di Lennon) e OvO, Area e Starfuckers, oltre alle scoperte del magistrale sax di Gianni Mimmo e di un musicista splendido come Gaizka Sarrasola, capace di cimentarsi con il folk e la musica d’avanguardia. Quaranta minuti nel vulcano, disco enorme.

ROCKON - Vittorio Lannutti - “Irrintzi” non è un esordio a tutti gli effetti, dato che Iriondo è sulla scena da quasi vent’anni ed ha suonato con moltissimi artisti sia italiani che stranieri, anche se la grande ribalta l’ha ottenuta con gli Afetrhours, dai quali era uscito nel 2001, per tornarci nel 2010. Questo primo full leinght con il suo nome in copertina non è un vero e proprio esordio, perché già con l’ultimo episodio della saga delle Phonmetak series aveva anticipato la sua intenzione di fare anche dei progetti in totale solitudine. In quell’occasione, infatti, uno dei due lati del Lp era suo totale appannaggio. In “Irrintzi” Iriondo ha racchiuso tutto il suo mondo musicale e non solo. Già, perché la parola del titolo è un termine in lingua basca, che rappresenta un urlo stridente, sonoro e prolungato, di un solo fiato. In questo termine, ma anche in alcuni stralci parlati, Iriondo intende omaggiare le sue origini (da parte di padre) iberiche. L’altro lato del mondo di Iriondo è chiaramente rappresentato dagli sperimentalismi musicali, cui ci ha abituato da quando ha iniziato a lavorare con A Short Apnea in poi. Ci troviamo dunque di fronte ad intriganti e affascinanti intrecci tra musiche folk, stranianti e stralunate, con le quali Iriondo porta avanti il suo percorso di sperimentazione sonora, fatta di strumenti classici e costruiti da lui. Il disco, infatti, parte con “Elektraren aurreskua” percussiva, folk ed ipnotica, prosegue con la titl-track, un noise vibrante, cacofonico, confuso e fastidioso con riverberi e cambi di ritmi. Ne “Il cielo sfondato”Iriondo fa emergere la sua tendenza alla melodia, ma che non può procedere su canoni tradizionali, perché questa viene disturbata da sonorità ipnotiche che poi sfociano in momenti quasi prog, per giungere ad un finale con il raffinato sax soprano suonato da Gianni Mimmo in fuga solitaria. Oltre a Mimmo nel disco sono presenti altri ospiti, tra i quali gli Ovo nell’hardcore vibrante di “The hammer” e i due Afterhours Agnelli e Prette e Bertacchini, l’altra metà dell’altro suo progetto The Shipwreck Bag Show nella cover di John Lennon “Cold Turkey”, l’unico brano veramente rock. Straniante, vibrante ed ossessiva, invece l’altra cover in scaletta “Reason to believe”, il brano con cui Springsteen chiudeva “Nebraska”. Affrettatevi a contattare la Wallace per accaparrarvi questo doppio LP, perché ci sono a disposizione soltanto 500 copie. Non ve ne pentirete è uno dei primi dieci dischi dell’anno.

ROCKSHOCK- Luca Paisiello - In lingua basca Irrintzi rappresenta “un urlo stridente, sonoro e prolungato, di un solo fiato”. E’ questo il titolo del primo disco di Xabier Iriondo, chitarrista e fondatore di Afterhours, Six Minute War Madness e No Guru, pubblicato sia su CD sia su doppio vinile. Non vorrei raffreddare l’entusiasmo dei fans della band di Agnelli che, di fronte alla notizia di questa uscita, si aspetterebbero le canoniche canzoni strofa-ritornello-assolo noise, ma chi conosce la storia di Iriondo sa che bisogna andarci coi piedi di piombo. In questo disco Xabier elabora infatti alcune sperimentazioni sonore traendo l’ispirazione dalle radici basche tramandate da suo padre, Karmel Iriondo Etxaburu. Questa ricerca musicale lo ha portato a incidere nove brani di suoni sporchi e dissonanti attraverso non solo la sua chitarra, ma soprattutto facendo un utilizzo smodato di diversi strumenti della tradizione popolare basca come il txistu, il tum-tum e la alboka, veri protagonisti di questo album. C’è spazio anche per un Mahai Metak, un cordofono creato da Iriondo stesso, che nel brano Gernika Eta Bermeo accompagna la voce narrante del padre nel racconto in lingua basca sul bombardamento di Guernica durante la Guerra Civile Spagnola. Non mancano i contributi artistici al disco. Manuel Agnelli, Giorgio Prette e Roberto Dell’Era sono presenti nell’ultimo brano, Cold Turkey di John Lennon. Paolo Tofani (Area) e il sassofonista Gianni Mimmo danno vita alle sonorità indiane de Il Cielo Sfondato. The Hammer è una nota cover dei Motorhead rivista con gli Ovo. Un’altra cover fatta e pezzi da Iriondo è Reason To Believe di Bruce Springsteen tratta da Nebraska, cantata da Paolo Saporiti. Xabier ci fa conoscere anche l’arte di Francesco Currà, “poeta di fabbrica” degli anni 70, con il tormentato e ironico brano Preferirei Piuttosto, provando poi a fonderlo in un medley a Gente Per Bene Gente Per Male di Lucio Battisti. Non c’è un convulso movimento sonoro in quest’opera, perché ascoltando tutto con attenzione il materiale sembra invece ben disciplinato e composto. Chiaramente non ci aspettavamo un album commerciale, qui tutto è limato da una autentica deriva sonora destrutturata che renderà questo lavoro un album di nicchia forse troppo ristretta, che non mancherà tra i collezionisti più sfegatati. Xabier è un performer che se ne frega di piacere a tutti i costi e ha preferito rivelare al pubblico questo suo profilo aperto a formule asincrone, lavorando con strumenti a corda capaci di dare un taglio aggressivo alle canzoni, annoverandolo tra gli sperimentatori più autorevoli di questo Paese.

TERAPIE MUSICALI - Andrea Barbaglia - Guernica. La piccola cittadina basca di Guernica non ha bisogno di presentazioni. Basta il suo nome per evocare scene di morte e distruzione. Vittima innocente della follia nazista, fu teatro e bersaglio inerme del primo bombardamento aereo della storia militare. Non un esperimento, come la storiografia ci ha tramandato, ma un abominio vero e proprio. Vile e meschino. Tra corpi dilaniati, urla di disperazione e pianti muti, ciò che compare in tutta la sua crudeltà agli occhi dello spettatore di quel pomeriggio di aprile, A.D. 1937, è inesprimibile e toglie il fiato. È l'orrore puro, quello che la tela di Picasso ha in qualche modo saputo eternare in forme universalmente intelleggibili. Noi da Guernica vogliamo prendere le mosse per analizzare il primo lavoro solista di Xabier Iriondo. E per farlo chiediamo soccorso ad un ragazzino di quindici anni appena, giunto ventiquattro ore dopo il bombardamento e ora in prima linea per soccorrere i feriti ed estrarre dai palazzi crollati i cadaveri dei civili. Si tratta di Karmel Iriondo Etxaburu. È il padre di Xabier; il quale, nella spoken word Gernika Eta Bermeo, accompagna la voce narrante del suo progenitore con il Mahai Metak facendoci ripiombare all'istante in piena guerra civile spagnola, tra sgomento, rabbia e attonita costernazione proprie di quelle ore. Non un racconto inventato dunque, ma l'esperienza diretta, vissuta sulla propria pelle e mai più dimenticata. Una testimonianza unica e impressionante. Questo è IRRINTZI. Uno spaccato del vissuto, se non addirittura il vissuto stesso che ha fatto di Xabier Iriondo quel che è, per come lo conosciamo. Da prima del suo concepimento, al presente. Ci sono le sue origini basche, le sue passioni, la sua militanza, il suo impegno morale e civile. E la ricerca, tanto sonora quanto emozionale (le atmosfere realizzate per Elektraren Aurreskua in compagnia di Gaizka Sarrasola e della figlia Viola sono da brividi). Con lui una compatta schiera di ospiti, amici di una vita. Basti pensare al crescendo de Il Cielo Sfondato nobilitato dal sax sperimentatore di Gianni Mimmo e dal'irraggiungibile chitarra internazionalista di Paolo Tofani, anima rock degli Area, monaco, ricercatore e molto altro ancora. O i claustrofobici ritmi di The Hammer, inattesa cover dei Motörhead che, da furiosa macchina da guerra come fu intesa da Lemmy Kilmister, ora grazie agli interventi degli OvO rasenta l'industrial metal e l'electro-hardcore, fusione cupa e ossessiva tra Ministry e Atari Teenage Riot. Paolo Saporiti è la voce satura richiesta per tributare l'omaggio a Springsteen con una Reason To Believe dal ritmo ripetitivo e martellante. Strepitosa poi la sintesi sonora operata in collaborazione dei sodali Roberto Bertacchini e Cristiano Calcagnile per Preferirei Piuttosto Gente Per Bene Gente Per Male. Se il brano di Mogol-Battisti, comunque sfrontatamente rivisitato, di per sé ha bisogno di poche presentazioni, è il pioneristico estratto da RAPSODIA MECCANICA (1977) di Francesco Currà (fresatore dell'Ansaldo) a rappresentare il nucleo fondante del medley; una sorprendente (ri)scoperta, concettualmente potentissima. E mentre la title track sviluppa un'onda sonora stridente capace di lacerare e riempire il vuoto tra un suono e l'altro, è la voce dello stesso Iriondo a recitare la folk song Itziar En Semea, inno antifranchista tratto da uno scritto di Telesforo Monzón, in cui solo la melodia originale del testo è mantenuta mentre trame ritmico-rumorose a bassa fedeltà ne definiscono la nuova essenza. In chiusura arriva l'abrasivo omaggio a John Lennon, con una Cold Turkey affidata alla voce satura di Manuel Agnelli, crudo singolo promozionale dal finale sferzante che dietro a basso e batteria vede coinvolta la sezione ritmica degli Afterhours. Giusto sottolineare il supporto dell'opera: un vero e proprio manufatto artistico formato da due vinili in tiratura limitata, ciascuno dei quali ha un lato inciso con la musica ed un altro destinato ad una stampa serigrafica opera della compagna Valentina Chiappini. Una vita votata all'arte quella di Iriondo, e un monito a non esentarsi da un impegno diretto nella vita civile e politica. Proprio come una tela di Picasso.

SHIVER - Beatrice Pagni - Come un’orchestra di solo unghie sulla lavagna, come un grido violento e straniante lungo quaranta minuti. L’impossibilità di rimanere indifferenti dinanzi una detonazione sonora, il boato di una terra lontana e misteriosa, le vicende di volti e mani a noi sconosciuti. È ciò che affiora dalla ricerca continua, spasmodica e bellissima che da anni porta avanti Xabier Iriondo, misurandosi con artisti diversissimi, e con se stesso. Curiosità sonora, sperimentazione mentale, atmosfere distorte e dissonanti, elettroniche disarmonie trionfano sull’ascoltatore che prostrato alla fine della battaglia sonora si accascia al suolo ed emette una flebile supplica, quasi il naturale controcanto dell’urlo iniziale. Questo è Irrintzi, primo album solista di Xabier Iriondo, qui demiurgo impazzito alle prese con una massa musicale bollente e abrasiva. Coloro che hanno non mai ascoltato qualcosa dei numerosi progetti di Iriondo probabilmente resteranno spiazzati e non riusciranno ad apprezzare fino in fondo ma chi ha già masticato la materia targata Wallace Records come la splendida serie gialla ideata con la Phonometak Labs (qui il magnifico lavoro di Iriondo in coppia con Paolo Cantù) può aspettarsi un mondo musicale distorto e bellissimo. Il rock viscerale, la sperimentazione intelligente e la musica tradizionale basca sono i cardini immaginari entro i quali si muove il disco, che di limiti non ne ha. Un omaggio appassionato e lucidissimo alle radici iberiche, alle persone, ai luoghi. È con semplice naturalezza e amore sconfinato per la musica, che noise, folk, avant-rock ed esperimenti folli si fondono in un plotone sonoro dalla forte caratterizzazione ideologica. Una manifestazione struggente di tutto l’ardore vivissimo per la propria terra, per la propria storia. Il disco, che ha visto la luce lo scorso 11 settembre, uscirà solo in doppio vinile grazie allo sforzo di ben sei etichette ovvero Wallace Records, Phonometak, Santeria, Long Song Records, Brigadisco e Paintvox. Irrintzi sarà accompagnato da un’unica e imperdibile performance live (con vari ospiti) il 13 Ottobre presso la cascina Torchiera di Milano. Iriondo plasma una percussiva e struggente ”Elektraren Aurreskua”, omaggio alla musica tradizionale basca attraverso il suono del txistu, del tum-tum e della alboka (qui suonati da Gaizka Sarrasola). L’ultimo toccante saluto di una piccola bimba al suo nonno. La confusione vibrante e primordiale dell’ultranoise distorto di ”Irrintzi” crea un urlo lacerante che si allunga su chitarre sporche e cacofoniche. Emerge un certo gusto per la melodia seppur non canonica ma semplice e ossessiva suonata con uno strumento indiano, lo Shahi Baaja, ne ”Il cielo sfondato” dalle sonorità ammalianti e freneticamente world music; colorata da attimi tendenti al progressive, viene resa brillante dal sax soprano di Gianni Mimmo e le chitarre di Paolo Tofani, storico chitarrista degli Area ed infaticabile ricercatore e sperimentatore musicale. Con ”Gernika eta Bermeo” e le note del Mahai Metak (cordofono creato dallo stesso Iriondo) si fa vivo il desiderio di una memoria storica spesso sopita: il brano racconta ciò che gli occhi di Karmel Iriondo Etxaburu, padre di Xabier, hanno visto a Guernica nel 1937, il giorno seguente al primo bombardamento aereo a tappeto della storia. Il blues cancerogeno di ”Reason to believe” cantata da Paolo Saporiti, fa sparire il ricordo del Boss e anima una maniacale cover fervida e sussultante. Lo spettacolo avantgarde che fonde Battisti e Currà si lascia godere come medley noise e personalissimo in ”Preferirei Piuttosto Gente per Bene Gente per Male”; una cosciente follia quasi metafisica resa unica dalla voce asincrona di Roberto Bertacchini. Un pugno in faccia di sano hardcore e firmato OvO, bestiale duo formato da Bruno Dorella e Stefania Pedretti in arte ?Alos, rende ”The hammer”, cover dei Motörhead, una vibrante macchina da guerra che fonde punk e radici metal. Con ”Itziar En Semea” torna l’Iriondo politico che qui destruttura e rumoreggia su un testo dello scrittore Telesforo de Monzo. Suonato e cantato dal duo Pantxo eta Peio nel 1975, tanto da farlo diventare uno degli inni antifranchisti per eccellenza, racconta la vicenda di un prigioniero politico basco torturato dalla polizia e del suo incontro in carcere con la madre. Ed è in dirittura d’arrivo che spunta un ossessivo Manuel Agnelli a dar voce alle problematiche post disintossicazione di John Lennon: ”Cold Turkey” diventa un sensualissimo rock’n'roll dalle pennellate acide. Irrintzi è un lavoro meraviglioso e spietato nel quale Xabier Iriondo riesce magistralmente ad amalgamare le proprie origini basche con cover di artisti che hanno segnato la sua formazione musicale. Si riconferma così quella coerenza mostrata negli anni per la versatilità musicale capace di far coesistere antichi canti popolari con l’avanguardismo sperimentale più estremo. Un lavoro complesso ed emozionante che ha iniziato ad esser modellato ben cinque anni fa e che oggi, portato a piena maturazione, sbalordisce e incanta per la forza primigenia che caratterizza ogni singola scelta musicale. C’è solo da lasciarsi attaccare da questa bestia musicale che vive dentro Irrintzi, sicuri che non potrà mai farci del male.

EYE ON MUSICA - Andrea Facchinetti - Wallace Records, Phonometak, Santeria, Long Song Records, Brigadisco e Paintvox hanno reso possibile la cosa, come si legge dal sito internet dell’artista, mentre Valentina Chiappini è colei che ha realizzato la copertina e le stampe serigrafiche di questo doppio LP (33 giri). Esatto, Irrintzi è un doppio vinile, nulla di strano anche perchè vuole raccogliere al meglio le ispirazioni della musica tradizionale Basca e le origini di Iriondo con le sue passioni “strumentali”: Itziar En Semea, per esempio, pesca da quella cultura, un brano tratto da un testo dello scrittore/politico Telesforo de Monzo destrutturato e con ritmiche differenti; Elektraren Aurreskua è l’ultimo saluto del nonno basco alla piccola nipote, suonato con strumenti tradizionali come lo txitsu, il tum-tum e la alboka . Importante, oltre alle cover scelte, è anche la presenza di amici/musicisti che s’impegnano veramente a fondo: Paolo Saporiti canta in Reason to Believe di Bruce Springsteen, qui più elettrica, Manuel Agnelli canta con passione l’ossessiva Cold Turkey di John Lennon; Preferirei Piuttosto Gente per Bene Gente per Male fonde Lucio Battisti e Francesco Currà in modalità noise avantgarde (uno spettacolo) mentre The Hammer dei Motorhead è suonata con gli OvO, riuscite ad immaginare il risultato? Concludiamo con Gernika eta Bermeo e le note del Mahai Metak (strumento creato da Iriondo stesso) che sostengono e si legano perfettamente con il racconto del padre del musicista, ovvero la storia del giorno successivo al bombardamento aereo su Guernica. Un disco pieno di storie, ricco di riferimenti e di amici, un album stupendo che deve essere ascoltato e soprattutto compreso: cosa che molti, per pigrizia o per inerzia, non sapranno e non vorranno fare.

FARDROCK - joyello - Che Xabier Iriondo fosse l’anima nera degli Afterhours è stato sempre piuttosto chiaro. La sua firma, abbinata a quella di Manuel Agnelli, ha sempre portato un grande apporto sperimentale. Chitarrista atipico ed anomalo, Xabier dopo molte esperienze condivise, approda al primo album autografo e Irrintzi ha davvero tutte le carte in regola per proiettarlo nella rosa dei grandi musicisti di casa nostra. Il titolo dell’album mette in scena un dualismo perfetto di intenzioni: se da un lato l’irrintzi si riferisce al grido di gioia della popolazione basca, dall’altro è il nome scelto da una frangia armata e crudele del movimento indipendentista di quelle zone. Acido e duro, fatto di suoni eccentrici e meravigliosi (da uno strumento tradizionale come il didjeridoo fino alle diavolerie elettroniche più avanzate), Irrintzi esplora l’inesplorabile dimostrando che, almeno in questo ambito, la musica italiana è ancora in grado di vantare genialità e competizione. L’amico Manuel Agnelli (voce in una versione definitiva di Cold Turkey di John Lennon) è uno dei tanti colleghi chiamati a collaborare alle registrazioni, che prevedono interventi di musicisti provenienti dalle aree più disparate (ma, in fondo, piuttosto comuni) tra cui: Paolo Tofani, Roberto Bertacchini, Cristian Calcagnile, Bruno Dorella, gli OvO, buona parte degli Afterhours e molti altri. Molti affacci nella musica di ricerca ma anche qualcuno nella musica pop, lasciando che talvolta le due cose si uniscano per generare cose davvero curiose come la strepitosa ed anomala composizione che riunisce Francesco Currà con Lucio Battisti (Preferirei piuttosto gente per bene gente per male). E poi c’è una destrutturata visione di Bruce Spingsteen (Reason to Believe) ed un’altra incredibilmente viva dei Motorhead (The Hammer). Tutto ricondotto sotto la personale visione di Xabier che non si perde in facili dimostrazioni e preme sul pedale dell’avanguardia lasciandoci inermi e stupefatti. Un disco difficile ma inevitabile. La musica italiana che non sentiremo mai alla radio e che si presta a diventare uno spartiacque inevitabile.

LOST HIGHWAYS - Katia Arduini - Xabier Iriondo non ha certo bisogno di presentazioni: Six Minute War Madness, No Guru, A Short Apnea, Uncode Duello, The Shipwreck Bag Show, Damo Suzuki, An Experiment in Navigation, Ovo sono solo alcuni dei progetti a cui ha preso parte negli ultimi vent’anni, senza dimenticare l’esperienza con gli Afterhours, che dopo una pausa è ripresa alla grande. Irrintzi è il suo primo album ufficiale da solista, prodotto con il concorso di diverse etichette (Wallace, Phonmetak, Santeria, Long Sond, Brigadisco, Paintvox). Iriondo ripesca le sue origine basche (il padre) nel titolo del disco (in tiratura limitata a cinquecento copie) e in quattro delle nove canzoni che lo compongono: Irrintzi infatti designa un gruppo nazionalista basco il quale, a sua volta, eredita il nome da un termine in lingua basca tradizionale che rappresenta un urlo alto e prolungato. Un album all’insegna della sperimentazione, del noise disturbato e disturbante che sostanzialmente contraddistingue un po’ tutti i lavori di Iriondo. Sibili cacofonici nella title-track, un sax che distrugge la melodia irrompendo ne Il Cielo Sfondato, grida, suoni scomposti e taglienti, riverberi e ritmi indiavolati e apparentemente privi di logica. Psichedelia che si mischia con il folk, con i suoni etnici in un gioco continuo tra armonia e rumore, tra elettronica e rock. Nell’album trovano spazio anche alcune cover: insieme agli Ovo rende omaggio ai Motorhead con la cover di The Hammer, con gran parte degli Afterhours realizza Cold Turkey di John Lennon, rifà a modo suo Reason To Believe di Bruce Springsteen e si diverte a mischiare insieme Lucio Battisti e Francesco Currà nel brano Preferirei Piuttosto Gente Per Bene… Gente per Male. L’album si avvale anche di un bellissimo progetto grafico curato da Valentina Chiappini: due Lp, con la musica incisa solo su un lato. Sull’altro invece serigrafie originali. Tanti gli ospiti: Agnelli, Prette, Dell’Era, Paolo Tofani degli Area, Calcagnile, gli Ovo, Gianni Mimmo con il suo sax e il musicista basco Gaizka Sarrasola. Xabier Iriondo si conferma una delle punte di diamante del panorama musicale italiano e con Irrintzi ci regala un album ruvido, straniante. Un album per palati fini, per chi lascia che la musica gli prenda la mano e si fa trasportare e stravolgere. Da non lasciarsi scappare.

ROAR MAGAZINE - Arianna Graciotti - Ci sono personaggi che, agendo a latere della scena per oltre vent'anni, hanno influenzato in maniera indelebile l' underground musicale italiano contemporaneo. Uno di questi è Xabier Iriondo, che gli aficionados del rock alternativo nostrano anni Novanta ricorderanno come "colui senza il quale gli Afterhours non erano gli stessi". Per questo capitolo discografico, Xabier Iriondo sgombera il palcoscenico e vi si pone al centro. Se ne esce con Irrintzi, il suo primo vero disco solista. Si tratta di un lavoro imponente, fin dal supporto: due LP in tiratura limitata, entrambi incisi da un lato e serigrafati dall’altro. L’album riesce ad essere una summa della carriera musicale dell’autore pur non risultando celebrativo o superfluo. L'eredità complessiva che Xabier Iriondo intende trasmetterci con Irrintzi è infatti qualcosa di più di un riassunto degli stili attraversati in vent'anni di ricerca sonora: è un preciso modo di intendere la musica. Musica come esperienza densa e inclusiva, come qualcosa di sostanziale che abita lo spazio e agisce in esso. Una visione senza dubbio "politica" del fare arte, nel senso più nobile che si possa attribuire a questo termine. Un album sperimentale, composto da tasselli estremamente eterogenei e quasi totalmente strumentale, raramente gode di potenza narrativa. Il lavoro di Xabier Iriondo invece ce l’ha: pur servendosi di un linguaggio esploso, sbriciolato e fuori controllo, il musicista ci fa ghignare, ci commuove e ci racconta qualcosa di sé. A partire dalla terra di suo padre, i Paesi Baschi, nella quale il suono di strumenti tradizionali come il txistu, il tum-tum e la alboka, che aprono il disco, ci danno il benvenuto. Poi, è Irrintzi: ossia, in basco, un "urlo stridente e prolungato", che sfuria nell'industriale title track, si stempera nella volatile e trasognata Il cielo sfondato, si affila e incupisce nell'oscura Gernika eta Bermeo. Quest'ultima, che chiude la serie di quattro inediti racchiusi nel primo LP, è la canzone che ci fa riunire tutti attorno al fuoco, ad ascoltare la voce e gli occhi del padre di Xabier, soldato a Guernica durante i bombardamenti del 1937. Ad accompagnarlo, il suono ossessivo del cordofono costruito dal figlio. Poi, è il turno delle cover, ognuna scelta per il particolare messaggio stilistico di cui si fa simbolo. C'è il folk-blues degli antieroi americani, rappresentati da Springsteen e dalla sua Reason to Believe, rivoltata e recuperata nel suo lato più dolente e drammatico grazie all'asprezza elettrica del riff ossessivo che la sostiene. Preferirei piuttosto gente per bene gente per male è la più ambiziosa e surreale: un melage rumorista tra una canzone di Battisti/Mogol e una del poeta operaio Francesco Currà; il risultato è un'allucinazione dal sapore futurista. Il disco prosegue con la cover di The Hammer dei Motorhead, godibilissima nella sua carica di violenza e realizzata grazie alla collaborazione di due che di devastazione se ne intendono, Bruno Dorella e Stefania Pedretti degli OVO. Poi l'epilogo, con la forza decostruzionista che si scaglia su Itziar En Semea, una canzone popolare basca antifranchista, e la sterzata finale verso il rock'n'roll occidentale, con lo stravolgimento di Cold Turkey di John Lennon, realizzato con l'aiuto dei compagni Afterhours.Un disco sapiente e caleidoscopico, libertario e iconoclasta come saprebbe essere la fantasia di un bambino a cui vengano messe a disposizione le capacità tecniche di un adulto. I fanatici della sperimentazione e della visione se ne innamoreranno perdutamente.

IMPATTO SONORO - Alekos Capelli - Dopo il rientro in pianta stabile con gli Afterhours, Xabier Iriondo pubblica “Irrintzi”, il suo primo disco solista. Primo perché, a fronte di una vasta discografia, fatta di progetti alternativi (Six Minute War Madness, A Short Apnea) e collaborazioni varie ed eventuali (Damo Suzuki, Shipwreck Bag Show, Zu, Eraldo Bernocchi), “Irrintzi” per la prima volta reca stampato il suo nome e cognome. Tale decisione procede probabilmente dall’essenza intima e personale del disco, che, malgrado contenga diverse cover, o meglio, in questo caso, libere rielaborazioni di brani altrui, rappresenta la diretta traduzione della sua trasversale/alternativa musicalità. Edito come doppio LP (corredato da un packaging interessante e curato), grazie a una joint-venture fra sei etichette discografiche, “Irrintzi” si esprime in un pastiche linguistico/stilistico che va dal rock al folk, dal noise all’industrial, componendo una visione del mondo, musicale e non, unica e unitaria, nella sua affascinante dimensione creativa autonoma, autoctona e artigianale. Il chitarrista e compositore di origini basche ha infatti voluto tributare, sin dal titolo, un grande omaggio alla terra d’origine di suo padre (non a caso protagonista vocale su “Gernika Eta Bermeo”), dipinta coi colori forti del dissenso e del non-allineamento politico/sociale: “Irrintzi”, nella lingua basca, è una tradizionale esclamazione di gioia, un urlo stridente e prolungato (nonché il nome di un gruppo separatista armato). Lungi dal voler appiattire il contenuto del disco alla sola valenza etnica, è fuor di dubbio che Iriondo abbia voluto sperimentare, percorrere (ma soprattutto ri-percorrere) eventi, incontri, spazi e tempi significativi ed essenziali per la sua formazione personale, prima ancora che musicale. Apre il platter “Elektraren Aurreskua”, e sono fin da subito evidenti le atmosfere basche, evocate attraverso gli strumenti folk (alboka, txitsu, tum-tum) suonati da Gaizka Sarrasola. Un certo primitivismo noise-rock anima la successiva title-track, mentre la più tranquilla e melodica “Il Cielo Sfondato” da conto della fondamentale fascinazione per il prog rock settantiano (Area docet, e infatti presente Paolo Tofani). In “Gernika Eta Bermeo”, già citata in apertura, è possibile ascoltare la viva voce di Karmel Iriondo Etxaburu, padre di Xavier, raccontare la strage di Guernica, di picassiana memoria, su un sottofondo a base di cordofono. Il discorso cover inizia con lo Springsteen acustico di “Reason To Believe”, cantata sulle calde tonalità del blues da Paolo Saporiti, e in grado di sprigionare vibrazioni umbratili e minimaliste. Versatilità ed eccentricità sono i cardini di “Preferirei piuttosto gente per bene gente per male”, atipico medley fra un brano del metalmeccanico della musica settantiana Francesco Currà, e un altro della premiata coppia Battisti/Mogol (da “Il mio canto libero”, 1972). Affresco musicale e concettuale piuttosto surreale, la composizione tiene comunque bene, e convince soprattutto in virtù dell’acume che ne sottende la realizzazione. Di tutt’altra pasta la seguente “The Hammer”, scritta da Lemmy per “Ace Of Spades”, bestseller dei Motörhead, qui tradotta (assieme agli Ovo) nel crudo linguaggio industrial punk, fatto di chitarre urlanti e stridenti. “Itziar En Semea”, inno antifranchista del duo Pantxo Eta Peio, scompone l’originario linguaggio traditional folk, attraverso l’estetica noise, propria dell’estetica di Iriondo, sin dai suoi esordi. “Cold Turkey”, ultimo brano e ultima cover, rievoca il miglior Lennon solista (non necessariamente quello più noto), in una composizione, in puro e semplice r’n’r style, che mischia scomodi temi politico-sociali e tossiche inquietudini personali, in una riunione di famiglia con ¾ degli Afterhours. Un modo semplice e diretto, ma perfettamente coerente, per chiudere un disco ad alta intensità e peso specifico, in grado, con poche ma sapienti pennellate, di coprire un range quanto mai vasto di stili, temi e riferimenti musicali, culturali e personali. Non sono in molti gli artisti capaci di imprese del genere, soprattutto se portate a termine con tanta spontaneità e freschezza. Xabier Iriondo è uno di questi, e “Irrintzi” ne è perfetta dimostrazione.

IL CIBICIDA - Emanuele Brunetto - Fa un certo effetto sentir parlare di esordio quando il nome cui viene associato è quello di Xabier Iriondo, personaggio che da circa vent’anni contribuisce ad alcune fra le pagine più importanti del rock italiano. Fa un certo effetto ma è la pura verità, dato che questo Irrintzi è – discografia del nostro alla mano – il primo album firmato in toto dal chitarrista (rientrante) degli Afterhours, pubblicato esclusivamente in doppio vinile per una “joint venture” di sei etichette indipendenti. Il valore di questo lavoro è quello di “manifesto artistico”, sotto almeno due punti di vista. Il primo è meramente personale, un omaggio a quelle origini basche chiarissime tanto nel nome di Iriondo quanto nel titolo stesso dell’album e della title-track (letteralmente “urlo”). E poi nell’opener Elektraren Aurreskua (ricca di strumentazione folk dei Paesi Baschi suonata dal musicista Gaizka Sarrasola), in Gernika Eta Bermeo (in cui la narrazione è affidata alla voce del padre del musicista) e in Itziar En Semea (brano tradizionale), trasposizioni dello spirito folkloristico basco disturbate elettronicamente e adattate alle necessità sperimentali di Iriondo. Il secondo aspetto presta attenzione alla vita artistica di Xabier, ovvero alle influenze subite ed elaborate nel corso degli anni, racchiuse tutte nelle quattro cover inserite in tracklist: si parte con Reason To Believe, contenuta in “Nebraska” di Bruce Springsteen. Neanche a dirlo, Iriondo mette il pezzo sottosopra reinterpretandolo in una personalissima versione Suicide, riuscendo a non far perdere al brano neanche un grammo della sua drammaticità, acuita dalla prova vocale di Paolo Saporiti. Poi è la volta di Preferirei piuttosto gente per bene gente per male, atipico accostamento fra un brano del misconosciuto cantautore Francesco Currà (“Preferirei piuttosto”) e uno di Lucio Battisti (“Gente per bene e gente per male”, da “Il mio canto libero” del ’72): un po’ C.S.I nella prima parte, un po’ Nine Inch Nails nella seconda, anche l’accostamento musicale risulta sorprendente. A seguire una puntatina al metal con The Hammer dei Motorhead: un arrangiamento ossessivo, ai limiti dell’electroclash, frutto della collaborazione con gli OvO Bruno Dorella e Stefania Pedretti. Chiude il capitolo cover (nonché l’intero album) Cold Turkey di John Lennon, fra i brani meglio riusciti. La voce che si sente è quella di Manuel Agnelli, che insieme a Roberto Dell’Era e Giorgio Prette ha collaborato con Iriondo alla realizzazione del pezzo. A completare il quadro la strumentale Il cielo sfondato, brano dalle sfumature indiane tendenti al prog che si fa forte dell’aiuto del sassofonista Gianni Mimmo e del chitarrista Paolo Tofani (già negli Area). Concludendo, le linee conduttrici di “Irrintzi” sono – e non poteva essere altrimenti trattandosi di Xabier Iriondo – la sperimentazione, le mistioni, le sporcizie e una rumoristica mai banale che, andando oltre un primo approccio di certo spiazzante, non possono non colpire positivamente.

DISTORSIONI - Romea Baldoni - Il musicista italo basco Xabier Iriondo ha un eclettismo e una versatilità che sicuramente ci vengono sfoderate distintamente dal suo percorso artistico (dalla collaborazione con gli Afterhours e con il gruppo noise Six Minute War Madness, all'avanguardia sperimentale dei progetti A short Apnea e Uncode Duello con l'amico Paolo Cantù), dall'attitudine di improvvisatore e manipolatore del suono (si pensi agli innumerevoli strumenti da lui creati e commercializzati) e soprattutto da questo suo primo e attesissimo lavoro solista. Una personalità complessa, una sete di ricerca continua, le sue origini così pregne di tradizione e sanguigna intensità non potevano che sfociare in un lavoro incredibilmente sfaccettato, a tratti stridente e controverso, di difficile assimilazione ma incisivo e coinvolgente, denso e forte. Probabile che la contraddizione apparente, l'irruenza esplosiva e incontenibile con la quale butta in campo svariati elementi tra loro disomogenei e le spigolosità graffianti e allo stesso tempo coinvolgenti di cui si serve, siano in realtà una forma profonda di unione e di intesa con il suono stesso e le sue profondità. La percezione più forte è quella di sonorità plasmate, destrutturate, violentate, lasciate passare attraverso il caleidoscopio contraddittorio e irrequieto delle proprie percezioni, deviate in un flusso emozionale vorticoso che non vuole nessun argine, nessun contenimento, che chiede di fuoriuscire seguendo l'istinto, l'intensità espressiva impellente. Il primo brano Elektraren Aurreskua si rifà alla tradizione Euzkadi, con il classico accompagnamento strumentale di alboka, tum tum e txistu; nella fragilità innocente della voce di bimba che decanta il suo commosso saluto alla figura del nonno si intravede la grandezza autorevole di una figura forte e saggia a cui si tributa rispetto e gratitudine, devozione e stima. Il brano omonimo Irrintzi con i suoi riverberi elettrici, le interferenze schizofreniche e deviate dà tutta l'idea dello stridore di un grido sparuto che è un'ideale linea di continuità dello smarrimento umano dalla genesi ai nostri giorni. Il cielo sfondato si fregia dell'eccelsa collaborazione di Paolo Tofani (Area) alla chitarra e dell'arpeggio onirico e ipnotizzante di uno strumento a corde indiano, capace di evocare suggestioni poetiche e inquietanti. Degne di nota anche le spatolate vermiglie di sax della guest star Gianni Mimmo che sfumano il finale di brano. Gernika Eta Bermeo è un recitativo del papà di Xabier che riporta in auge ancora una volta l'idea di una figura autorevole che nel drammatico racconto del bombardamento del 1937 trasmette tutto il coraggio e la valorosa fierezza del popolo ispanico. Il pezzo più destabilizzante e inaspettato, che più di ogni altro ci parla delle policromie del nostro, è senz'altro la cover del brano di Bruce Springsteen Reason to belive, tratto dall'album Nebraska che ci riconsegna un boss contorto, abrasivo e allucinato che si scopre essere una delle grande passioni adolescenziali di Iriondo. Le stesse oscure ragioni che legano un personaggio tanto fuori dalle righe a schemi di rigore, tradizione e sonorità classicheggianti che possono spiegarci anche il ritorno di fiamma con alcuni dei componenti degli Afterhours che lo accompagnano nella cover di John Lennon: Cold Turkey. Esecuzione ineccepibile e blueseggiante che tuttavia ha in sè l'essenza solida e stabile della band di Agnelli più che quella evanescente di Xabier. The Hammer è invece lo spiazzante omaggio ai Motorhead che ci riporta vicini alla sua più folle istrionicità. Partecipano gli Ovo con l'inconfondibile voce gutturale di Stefania Pedretti. Molto interessante è anche la commistione originalissima ottenuta dal collage tra Currà e Battisti che riesce a spaziare tra emozionalità e amaro sarcasmo, tra rumorismi e stridori marziali che finiscono in un groove ossessivo e opprimente. Un album inusuale e sopraffino, tra quelli destinati ad essere ripescati più volte negli anni dalla collezione di una vita. Tra l'altro con il vantaggio di presentarsi in preziosa e limitata edizione in doppio vinile serigrafato.

RUBRIC- Chiara Fontana - Dimenticate la forma-canzone, dimenticate l’uso tradizionale degli strumenti musicali, dalla chitarra allo txitsu. Dimenticate la storia d’Italia e, se ne sapete qualcosa, rispolverate quella spagnola. Disponete “Irrintzi” sul giradischi e vi avvicinerete, volenti o nolenti, alla cultura basca ed entrerete nella testa di un musicista i cui slanci creativi non hanno mai pace: con “Irrintzi”, Xabier Iriondo entra nelle viscere della sperimentazione regalandoci un album che celebra più generi creando uno stravagante composto di noise, progressive, rock, industrial, folk, psichedelia. Il tutto ben custodito nei solchi di un doppio LP, realizzato dall’epica coproduzione di Wallace, Phonometak, Santeria, Long Song, Brigadisco e Paintvox. In vent’anni di carriera, ogni volta che il suo estro anarchico gli ha impedito di cristallizzarsi in un unico progetto, Iriondo ha cercato – trovandoli sempre – nuovi contesti, collaborazioni (Damo Suzuki, Zu, Shipwreck Bag Show), linguaggi, progetti (Six Minute War Madness, A Short Apnea) e suoni che liberassero il suo ardore di musicista poliedrico e instancabile. Anche a costo di abbandonare gli Afterhours, salvo poi ricongiungersi a loro dopo dieci anni. Il ritorno all’ovile di Agnelli è coinciso, curiosamente, con l’arrivo del suo primo lavoro solista, “Irrintzi”, (letteralmente “urlo stridente e prolungato” ma anche il nome di un gruppo nazionalista basco), unione antropologicamente disturbata di nove brani (quattro originali e cinque cover). Ogni frammento dell’album è un messaggio fatto di richiami. Dal folk ancestrale e destabilizzante di Elektraren Aurreskua, alla follia noise che fa deflagrare la title track in mille distorsioni e inserti orientaleggianti. Il Cielo sfondato è un inchino al prog italiano in cui il Paolo Tofani, chitarrista degli Area negli anni ’70, dà un contributo essenziale affiancato dal suono di uno shahi baaja e del sax. Con Gernika Eta Bermeo scatta l’incontro tra corale e individuale: la voce di Karmel Iriondo Etxaburu, padre di Xabier, riporta la sua testimonianza della strage di Guernica del 1937 su un tappeto sonoro dominato dal mahai metak, un cordofono costruito da Xabier. È un bluesettone distorto, invece, quello della cover di Reason To Believe di Springsteen, cantata da Paolo Saporiti. Sfiziosissima. Idea vincente quella del medley Preferirei piuttosto gente per bene gente per male, melange che unisce un brano di Francesco Currà (geniale cantautore borderline degli anni ’70) a uno di Battisti/Mogol. The Hammer, cover dei Motörhead, mantiene la furia r’n'r’ tramandata da Lemmy, ma il contributo degli Ovo la rende a suo modo originale. Ancora un omaggio alla tradizione con Itziar En Semea, brano antifranchista arricchito, distorto, incattivito. Chiusura melodica, si fa per dire, con Cold Turkey di John Lennon, scritta nel periodo in cui il più mitizzato dei Beatles lottava per disintossicarsi dall’eroina. Troviamo a eseguirla Agnelli, Prette e Dell’Era, quasi a tranquillizzarci sulla decisione di Iriondo a proseguire sul sentiero afterhoursiano. “Irrintzi” è uno di quegli album di cui non si dovrebbe mai parlare troppo senza averlo ascoltato a dovere: lo spirito guerriero che anima il sound di Iriondo è così denso ed emotivamente invasivo che il grosso del lavoro, per svilupparne un giudizio sincero e personale, dovrete farlo voi, assaporandolo con cura e districando, tra le sferzate noise, i dettagli instancabili di questo ottimo album.

MENTINFUGA - Ciro Ardiglione - Note che sfuggono al pensiero. Ma se le note si liberano, chi ascolta subisce scariche elettriche che lasciano ipnotizzati. E questo accade anche quando Xabier Iriondo, piacciano o meno le reinterpretazioni, affronta gli spartiti – squadernandoli e reimpaginandoli – di Reason To Believe di Bruce Springsteen, di The Hammer dei Motörheaddi, di Cold Turkey (il secondo singolo di John Lennon solista) e di Preferirei Piuttosto Gente Per Bene Gente Per Male che mescola il Lucio Battisti di Gente per bene gente per male e versi di Francesco Currà. Comunque Grazie Gentile Signore. Facciamo un passo indietro. Siete in ascolto di Irrintzi l’esordio a proprio nome di Xabier Iriondo uscito l’11 settembre scorso. Questo lavoro dopo vent’anni di carriera e cinque di gestazione riceve il contributo di molti musicisti che testimoniano la complessità compositiva che mette in campo il nostro e la sua storia artistica costellata da molte collaborazioni e progetti musicali condivisi. Stiamo parlando di Agnelli, Prette e Dell’Era (Afterhours), di Roberto Bertacchini (Starfuckers), di Cristiano Calcagnile (Bollani) , di Bruno Dorella e Stefania Pedretti (OVO), di Gianni Mimmo (sax soprano), di Gaizka Sarrasola (musicista basco che spazia dal folk alla musica di ricerca) e di Paolo Tofani (Area). Completano il quadro della produzione il contributo di associazioni e di sei etichette che hanno reso possibile l’uscita del disco. Una biografia lunga, corposa e fatta di ricerca quella di Xabier Iriondo. Per chi non lo conosce è interessante scorrere le sue attività per capire il suo spazio musicale e non fermarsi al suo essere un componente degli Afterhours, band che aveva lasciato e con la quale si è riconciliato nel 2010. Irrintzi è anche un omaggio alle sue origini basche, alla storia familiare e alla sua popolazione. Irrintzi significa urlo stridente e prolungato, la title track un assordante noise che dopo una distorta cavalcata si chiude in armonia. La tradizione folk basca di Elektraren Aurreskua, l’ultimo saluto al nonno di una bambina che segue un ritmo addolorato e retto dagli strumenti tipici suonati (txistu, tum-tum e alboka) da Sarrasola. Nel brano Gernika eta Bermeo affilate lame elettroniche introducono le parole di Karmel Iriondo Etxaburu, il padre di Xabier, che racconta in spagnolo quanto visto a Guernica il giorno dopo al bombardamento nel 1937, un ricordo vivo reso cupo e drammaticamente suggestivo dal contraltare delle note del mahai metak (strumento creato da Iriondo stesso). Un altro pezzo di notevolissima fattura è sicuramente Il Cielo Sfondato con la chitarra di Paolo Tofani a reggere, riff compresi, l’impalcatura sonora e il sax di Gianni Mimmo a esaltare l’attonita follia. Quella follia creativa e quegli scollamenti stilistici (folk, noise, digressioni di progressive, rock) che ritroviamo in tutto il lavoro e che potrebbero come dicevamo all’inizio ipnotizzarti. Non vi curate di noi e ascoltate!

ROCKIT - Marco Verdi - Ai più sembrerà un esperimento folle e sconquassato. L'ennesima inconsuetudine di quel talentuoso ed eccentrico chitarrista, o un altro vinile poco intelliggibile destinato alla nicchia di fanatici del rumore che ha amato Xabier Iriondo più nelle sottili trame tra noisescapes e Talk Talk degli A Short Apnea e nell’irruente libertà compositiva degli Uncode Duello, piuttosto che nel ruolo da co-protagonista nei primi Afterhours. A me, invece – forse ingenuamente, ma sono convinto che altri si ritroveranno in queste righe – sembra di varcare la soglia, due anni dopo la chiusura, di quel luogo così sacrale ed ispiratore che era Sound Metak, piazzale Segrino, Milano quartiere Isola. Uno spazio gestito dallo stesso Iriondo, sospeso e indefinito tra atelier, negozio e laboratorio artigianale, rifugio espressivo per decine di musicisti – fossero essi sperimentatori, jazzisti o arrangiatori pop – e soprattutto resosi capace di plasmare un idealismo nella fruizione delle arti e della musica che ha affascinato molti degli entusiasti che sono transitati su quei tappeti, nelle consuete performance tardo-pomeridiane del sabato. “Irrintzi” ha una personalità agghiacciante e sincera. Ogni dettaglio mi riporta alle vibrazioni degli oggetti che Xabier accumulava o costruiva o trasformava in visioni artefatte e deliranti insieme ai suoi ospiti. Ricordo la voce del vecchio padre e la bimba neonata, le tessiture di Cristiano Calcagnile, Bruno Dorella, il misticismo di Paolo Tofani e i sassofoni di Gianni Mimmo, i fuzz guerrafondai sull'antiquata Gibson e l'ipnotico Mahai Metak, le raccolte di LP early blues e pre-war folk, la collezione di lap-steel appesa con cura ai muri gialli. Il raro eclettismo che da sempre ha contraddistinto la progettualità di Iriondo è ora riaffermato chiassosamente a un pubblico meno circoscritto, in un (non) equilibrismo congestionato assurdamente tra la tradizione pastorale basca, il noise estremo e una predilezione per il post-folk elettrico più ruvido e dissonante. "Irrintzi" contiene la memoria (quella, tremenda, del bombardamento di Guernica in "Gernika eta Bermeo"), lo spirito punk ("The Hammer" dei Motorhead, brutalizzata insieme agli OvO) e quello post-folk, la canzone ("Cold Turkey" di John Lennon tesa sulle voci tossiche di Manuel Agnelli) e la destrutturazione. Xabier Iriondo a nudo in un'opera affascinante e priva di confini di genere.

MPNEWS - Giorgio Avitabile - La tensione in Irrintzi è la forma che prendono i percorsi sotterranei, di una umanità ardente , che Xabier Iriondo ha lavorato ed espresso in quest’ultimo progetto. Carica e scarica continua di fremiti poetico musicali in precise direzioni, poste diagonalmente rispetto a tanti altri, più semplici, progetti. Irrintzi si compone in una principale visione evocativa di un passato storico, politico e umano diffuso con mezzi differenti per brani differenti. Una storia viva nel sanguinolento ritmo della lingua delle origini basche di Xabier. In Gernika eta Bermeo il racconto del padre di Xabier condensa l’orrore del bombardamento di Guernica. Quasi avanza l’arrangiamento sonoro che vi è accostato, già solo col parlato chi ascolta è bombardato. “Elektraren Aurreskua” apre l’album e sprigiona la varietà di suoni della tradizione basca, assaggi sonori gentilmente eseguiti e accompagnati dall’ultimo saluto di una bambina al nonno, un ciclo che ha la stessa naturalità dei suoni con cui è narrato e che, a dispetto del resto dell’album, sembra essere una pacifica oasi. In alcune occasioni, come in “Itziar En Semea” compare la tendenza di Xabier ad appropriarsi fino alle viscere dei brani da lui eletti, operando una rivisitazione completa e personalizzante che pur non tradisce l’impronta originale. Letteralmente Il figlio di Itziar, il brano tradizionale basco diventato un inno antifranchista. E’ la reazione musicale di Xabier che mette in luce il rapporto sviluppato con la memoria storica. Altri sono i brani in cui avviene la rivisitazione di Xabier . “Reason to Believe”, di Bruce Springsteen e “The Hammer” dei Motorhead (con gli Ovo) sono lavorate per essere chiavi di accesso verso paradisi rock e metal punk. La prima coraggiosamente sporcata e la seconda ricalcata nel ritmo creano spazio per il principale, rugginoso, discorso musicale dell’album. Con Paolo Tofani degli Area, Xabier produce il liberatorio brano “Il Cielo Sfondato” che con strumenti indiani crea un ripetitivo marchingegno uditivo. Con lo stesso fervore per la ripetizione ossessiva e macchinosa è creato il brano “Preferirei Piuttosto Gente per Bene Gente per 2Male” dalla fusione di Gente per Bene e Gente per Male di Battisti e Preferirei Piuttosto di Francesco Currà, operaio e poeta che nel ’76 pubblicava il suo unico album, Rapsodia Meccanica e che con Xabier ha in comune anche la pratica di dar vita a nuovi strumenti musicali (Currà utilizzava utensili da lavoro). Una scelta, una crasi, tanto potente concettualmente quanto amara all’ascolto. Niente da dire, molto da ascoltare, di un album estremamente intenso, duro, in cui serpeggiano idee e ombre di idee, e vivono inaspettati e taglienti accostamenti. E il grido, “irrintzi”, è lanciato.